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Scrivere di cinema: “Il filo nascosto”

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di Elvira Del Guercio

«Ma perché lei che dì e notte fila,
non gli avea tratta ancora la conocchia,
che Cloto impone a ciascuno e compila…»
Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI

Cloto, Lachesi ed Atropo: tre donne collocate al di là del bene e del male, fantomatica incarnazione di una forza che tiene a sé e sintetizza l’arbitrarietà e le casualità mondane, tessendo, svolgendo e recidendo quel filo che si cela nella sorte di ognuno. Lo stesso, sensibilissimo filo color lampone con cui l’immaginario sarto britannico di Paul Thomas Anderson ha intessuto ogni sua maledizione, fino alla ciocca di capelli della madre cucita nella fodera – il suo cuore, metaforicamente – della giacca.

In Il filo nascosto, se Reynolds Woodcock e le sarte della maison confezionano e perfezionano vestiti, tessendone continuamente le trame sottese e i fili nascosti, a disfarli e a recidere questa ritualità sarà Alma Elson, inciampata per caso nella vita di Mr. Woodcock.

Viscerale e corporale, il cinema di Paul Thomas Anderson sradica l’inquietudine dei numeri primi – dal Daniel Plainview de Il petroliere a al Doc Sportello di Vizio di forma passando per il magistrale Philip Seymour Hoffman di The Master – rendendola quanto più nitida e trasparente possibile, restituendo alla “superficie” delle cose (in questo caso, potremmo dire, dei vestiti) un concreto principio di verisimiglianza entro cui addentrarsi per venire a contatto con la verità.

Una verità cui ci si avvicina con lentissimi carrelli e primi piani dilatati quanto basta per rendere la soffocata nevrosi sentimentale dei protagonisti, che poi scopriremo essere perfettamente connaturata fin dal loro primo incontro, come durante la memorabile sequenza della frittata di funghi; o quando, all’inizio, assistiamo alla rappresentazione di una specie di amplesso incorporeo: c’è del macabro in Reynolds che le prende matematicamente ogni misura, toccando e percorrendo ogni parte del corpo di Alma, quasi fosse un marmo ancora grezzo da rendere a poco a poco conforme a un’aspirazione irraggiungibile. E lui, un Michelangelo destinato a vivere nella più tetra delle solitudini.

E infatti, se non ci fossero conflitto e disarmonia non ci sarebbe equilibrio, specialmente nel caso dei protagonisti di Il filo nascosto, dove alla separazione seguirà sempre il ricongiungimento, a prezzo, tuttavia, di qualcos’altro. Forse di quella parziale oggettivazione dell’altro da sé che impone un rapporto, o di quel non-detto nascosto dai sorrisi e baci sfuggenti, in una dicotomia di sensi e sensazioni dissonanti da qui è pervasa la casa: sia Reynolds che Alma la percepiscono, ma in un’esistenza che incalza attraverso un meccanismo di sottrazione, tra i due pattuito, liberarsene è impensabile.

Come quello scultore che diede ad un avorio ancora non candido la forma di una bellezza femminile superiore a qualsiasi altra donna vivente, innamorandosene, così sarà per Woodcock, preso com’è dalla brama per la sua opera: frangibile riflesso, poiché mimetico, di una realtà ideale da cui poi verrà sopraffatto.

Ma soffermiamoci sull’atto del cucire, sul carattere quasi cerimoniale con cui P.T. Anderson – e un Jonny Greenwood d’eccezione alla colonna sonora – seguono la maison Woodcock all’opera: dalle prime luci del mattino fino alla sera c’è una maniacale attenzione verso la materia, sul fastidio o la gradevolezza di un tessuto e, in generale, su quelle superfici sinuose da cui Reynolds è quotidianamente assorbito. Reynolds cerca il sacro tra forme concave di abiti e donne che li avrebbero indossati, perseguitato da un solo e inestinguibile modello, quello della madre, o meglio, del fantasma che Alma finirà per esorcizzare, sfilandone ossessivamente il filo nascosto.

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