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Scrivere di cinema: Fortunata

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minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017 (fonte immagine). 

di Mariangela Carbone

Con il film Fortunata, frutto dell’ormai consolidata collaborazione tra Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, il cinema italiano torna di nuovo nelle periferie romane, stavolta nel quartiere di Tor Pignattara.

Un’inquadratura delle gambe di una giovane donna che si muove freneticamente lungo un corridoio: così ha inizio il film, nonché il cammino della sua protagonista, Fortunata, incarnata da un’impeccabile Jasmine Trinca in un’interpretazione che le è valsa il premio a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”. Madre separata e parrucchiera che lavora a domicilio e in nero, fatica a crescere la figlia di otto anni e si destreggia tra ristrettezze economiche e violenze, verbali e fisiche, subite dall’ex marito (un Edoardo Pesce calato in pieno nel ruolo).

Sul suo incedere barcollante su tacchi vertiginosi Castellitto costruisce il film con un’attenzione a ritrarre i corpi e a cogliere le espressioni e gli umori dei personaggi, che si muovono tra le strade di una Roma stordita dalla calura estiva e segnata dai contrasti: la genuinità dei coatti del quartiere che si oppone alla formalità delle istituzioni, la modernità dei palazzoni popolari che quasi stride con le rovine e l’Acquedotto antico.

Il modello di riferimento, dichiarato, è Mamma Roma di Pasolini, con il suo rapporto viscerale madre-figlio e il ritratto della vita di borgata. Ma ai sottoproletari di Pasolini si sostituiscono ora i nuovi poveri, che si arrabattano tra lavori in nero, giocate alla lotteria e prestiti chiesti a strozzini cinesi. Quella ripresa da Castellitto, con una regia intensa ed energica, è infatti una Roma multietnica, dove gli autoctoni si mischiano a comunità straniere, in particolare quella cinese e quella di religione musulmana.

Fortunata procede lungo il cammino della vita sospesa tra rassegnazione e vitale speranza, custodendo il sogno di avviare un negozio di parrucchiera insieme all’amico fraterno Chicano, affetto da disturbo bipolare, cui un magistrale Alessandro Borghi presta lo sguardo allucinato di Vittorio in Non essere cattivo.

Di un cinema autentico e realista, come quello di Claudio Caligari, Castellitto riprende l’inadeguatezza di giovani in cerca di riscatto sociale e personale, qui incarnata dal desiderio di Fortunata di emanciparsi attraverso il lavoro; ma di quel tipo di cinema Fortunata abbandona i personaggi reali, che qui diventano creature letterarie, avvolte da una patina fiabesca. La sceneggiatura di Mazzantini è audace ed eccede nel delineare personaggi eccessivi, ingombranti, che urlano e si dimenano in un mondo dipinto con toni romanzeschi. La quotidianità della periferia è sì raccontata, ma attraverso un filtro colorato (ed edulcorato) e con il sottofondo di musiche che spaziano da Vasco Rossi ai The Cure, creando un’opera popolare dalle tonalità vivaci (messe in mostra già nel manifesto del film).

Sospeso tra melò e dramma, Fortunata ritrae un mondo viscerale e disperato, come la sua eroina di periferia, che insegue il suo sogno di indipendenza ed emancipazione incontrando e scontrandosi con personaggi ambigui e inaffidabili, elementi corali di una tragedia moderna.

Al peso ingombrante delle figure paterne assenti e alla debolezza distruttiva di quelle maschili che ruotano intorno alla protagonista si affianca, per contrasto, la passionale energia di Fortunata, viva, spontanea, senza filtri, che compie il suo percorso personale con sogni, ma non illusioni, fino alla camminata finale, sicura, serena, forse liberatoria.

L’elogio dell’eroismo moderno di Fortunata tramite l’accostamento con il personaggio di Antigone risulta a tratti impacciato e forzato, eppure, nonostante alcune debolezze di sceneggiatura, Castellitto dipinge una figura genuina, dignitosa nella sua semplicità e imperfetta, perché umana, dimostrando un’altra volta la capacità di empatizzare con l’universo femminile.

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