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Scrivere di cinema: “Il grande spirito “

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di Giovanni Chessari

Renato, auto-ribattezzatosi “Cervo Nero” e convinto di essere un indiano Sioux, vive di sogni ed espedienti nel lurido solaio di un condominio di periferia; qui si troverà ad offrire un nascondiglio sicuro a Tonino detto “Barboncino”, ladruncolo di serie zeta in fuga col malloppo sottratto ai compagni di rapina, che adesso lo inseguono in cerca di vendetta. Sullo sfondo si staglia infelicemente grandioso l’impianto dell’Ilva, fumante e imbattibile mostro d’acciaio.

Dopo la deliziosa commedia da camera “Dobbiamo parlare” (2015) e l’intelligente disamina dei rischi e pericoli del processo artistico e creativo portata avanti nell’ottimo “L’uomo nero” (2009) e nel buon “Colpo d’occhio” (2008), Sergio Rubini ritrova le atmosfere torbide e sconsolate del suo capolavoro “La terra” (2006).

E proprio quest’ultimo titolo si adatterebbe bene anche al lavoro del regista barese adesso in sala, anche se provvisto di iniziale maiuscola: infatti, se lì si parlava della terra come proprietà di un’unica famiglia che se ne contendeva l’uso, qui si parla della Terra come patrimonio di un popolo che troppe volte ne ha fatto abuso.

Accantonata la spassosa parentesi romana, il regista torna a giocare in casa per raccontare gli incorreggibili vizi della realtà con la sognante virtù della fantasia, elemento di cui il suo cinema sembra non volere mai fare a meno. Perché, se c’è un filo rosso che lega l’intera filmografia di Rubini è proprio l’aspetto magico, quando non più evidentemente cristologico e ritualistico (basti pensare a LAnima Gemella del 2002), che percorre ogni sua opera con una grazia leggera e mai superficiale.

A partire da un soggetto di cui è co-autore anche Diego De Silva, la sceneggiatura a sei mani, composta da Angelo Pasquini e da Sergio Rubini insieme alla compagna di vita e collaboratrice continua Carla Cavalluzzi, intesse una favola che fortunatamente è più metaforica che didascalica, più surreale che grottesca, più poetica che cinica.

Innaffiato dall’evocativa malinconia musicale di Ludovico Einaudi e dai colori volutamente sporchi del direttore della fotografia Michele d’Attanasio, questo western urbano è in realtà una parabola ambientalista ispirata e poetica, che indovina quasi sempre il modo e l’occasione in cui toccare le giuste corde, commuovendo a più riprese con un garbo ben lontano dal bieco moralismo che il tipo di racconto poteva imporre.

Merito anche della coppia di attori protagonisti, composta dal regista stesso (che come al solito ritaglia per sé la parte del bieco lucratore) e da uno straordinario Rocco Papaleo, capace di toccare punte di rara intensità anche con il solo sguardo o il ticchettio nervoso delle dita sul tavolo.

Un po’ western urbano un po’ tragicommedia, l’opera ultima di Sergio Rubini è una parabola fieramente ambientalista che contrappone i fumi grigi svettanti sull’Ilva degli Yankees al fuoco vivo della camerata del pellirossa. Quello tra Barboncino e Cervo Nero è l’incontro a mezz’aria tra due umanità bestiali destinate a confrontarsi come momenti diversi di uno stesso grande spirito: quello dell’infanzia e quello dell’età adulta quello della speranza e quello della disillusione, quello del sogno e quello della rassegnazione.

In mezzo una lunga scala tra la fogna e il cielo, scorciatoia arrugginita per un paradiso ancora possibile nonostante tutto: è dovere individuale e universale non confinarlo negli abissi dell’utopia, ché il Canada è più vicino di quel che sembri.

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