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Scrivere di cinema: Judy

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di Elisa Teneggi

C’è un posto blu, sopra l’arcobaleno, dove i sogni si realizzano. Così intona nel 1939, con la sua voce di seta tremolante, Frances Ethel Gumm. Frances ha 19 anni, ma è da quando è stata scritturata alla MGM che si fa chiamare Judy, Judy Garland. Ha un viso senza tempo, tondo e dolce, e le più perfette trecce di bambola. L’usignolo di Grand Rapids, Minnesota, diventa in breve tempo la beniamina d’America, continuando a infuocare le folle anche da adulta. Un sogno diventato realtà. Che scorterà Judy nel baratro della depressione, provocandone la prematura morte, appena quarantaseienne, per overdose di barbiturici.

Ed è proprio sui suoi ultimi mesi di vita che si apre Judy, biopic a firma di Rupert Goold che, portando in scena gli ultimi concerti londinesi di Garland, si propone come testamento artistico e spirituale dell’artista, vera e propria elegia per quello spirito delicato dell’America di provincia che grandi speranze e una voce d’angelo avevano tramutato in un animale indomabile, nervoso e scattante, perennemente in fuga da se stessa e alla disperata ricerca delle volatili attenzioni di una folla festante. Judy (Renée Zellweger) ha tre figli, problemi di salute, una situazione sentimentale disastrata, e guai finanziari. Ma, come è usa fare, vuole risollevarsi giocando le sue carte, e punta forte sull’ultima cosa che le è rimasta: quell’innato talento scenico che la sa sollevare, anche solo per un minuto, oltre l’arcobaleno.

E Judy, e con lei la sua interprete Renée, sono effettivamente protagoniste indiscusse delle seguenti due ore di film. La macchina da presa le bracca impietosa, non si lascia sfuggire nemmeno il più minimo movimento, concertando con il montaggio un gioco di specchi atto e restituire sullo schermo sempre e solo un’immagine: il volto di Judy, perfettamente truccato e acconciato, montato quasi per caso su un corpo trasformato in una macchina da guerra.

Intervallando il presente della narrazione (1968) con sequenze tratte dalla sua adolescenza – dove la star è impersonata da Darci Shaw – Judy vorrebbe tratteggiare i contorni del personale mondo di sogno della sua eroina, e, così facendo, portare il pubblico a provare empatia verso i suoi fantasmi.

Non bastano però i lustrini, il taglio dei costumi, glamour e calibrato con la bolla, o la performance pirotecnica di Zellweger ad assicurare il risultato. L’errore di Judy e dei suoi autori è anzi stato rilassarsi su questi elementi di contorno, dandoper scontato che bastasse una celebrazione agiografica a confezionare un’opera a tutto tondo. Il film di Goold si presenta infatti come una pellicola nel complesso debole, troppo impegnata a elevare Garland a santa martire dello show business applicando fiaccamente formule e ritmi di tradizione Hollywoodiana piuttosto che a fornire alla sala motivi per ridere, piangere, e sospirare insieme al personaggio-Judy.

Non basta la fotografia screziata di neon, né la sensazione di poter allungare la mano verso lo schermo ad ogni momento e abbracciare Renée in memoria dei vecchi tempi in cui ci illudeva di essere Bridget Jones, paladina delle ragazze a modo loro. Judy è una bella cartolina, e come una cartolina superficiale resta, non riuscendo a scavare un posto nei nostri cuori per la performance, davvero da Oscar, della sua attrice protagonista.

Forse avevo solo fame, dice Judy quando, poco prima di andare in scena per l’ultima volta, riesce a sbocconcellare una fetta di torta offertale dai suoi collaboratori come regalo di addio. Fame di vita, fame di felicità da troppo tempo repressa. E sì, anche noi forse avevamo fame, una certa smania di battere le mani. Sarà per la prossima volta. D’altronde, come insegna Dorothy ne Il Mago di Oz (1939), tutti i problemi, appena superati i comignoli delle case, svaniscono. Solo che, per arrivarci, bisogna prima imparare a volare.

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