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Scrivere di cinema: “La terra dell’abbastanza”

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di Lorenzo Ciofani

Titolo sarcastico in cui sembrano convergere l’atavico cinismo romano e un disincanto che confina col pessimismo, La terra dell’abbastanza ha un titolo che riecheggia La terra dell’abbondanza di Wim Wenders, che a sua volta citava una struggente canzone di Leonard Cohen. L’assonanza suggerisce una suggestione che permette di contestualizzare l’esordio dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo in un filone effettivamente abbondante: la narrazione contemporanea della periferia romana, «dove vivere è un terno alla lotteria», come dice il re dei Sorcini in un brano che sostituisce il campanello dell’appartamento di Paola Cortellesi nel quartiere di Bastogi in Come un gatto in tangenziale.

Malgrado le apparenze possano far pensare che si tende alla ripetizione di una serie di cliché, in realtà i film di quest’ondata borgatara compongono il mosaico ben più complesso di un mondo frettolosamente etichettato. Possono bastare quattro lavori assai diversi ancorché ambientati ad Ostia come Non essere cattivo, Fiore, Suburra e Sole, cuore, amore per capire quanto la faccenda sia magmatica, pur dominata dalle mille sfumature del melodramma (Cuori puri, Fortunata, Il più grande sogno).

Con la sua autonomia rispetto ai soliti schemi, La terra dell’abbastanza si staglia quale folgorante ed inatteso compendio di umori e dolori, non a caso scritto e diretto da due debuttanti così intelligenti da non adagiarsi sulla superficie del citazionismo, benché intimamente debitori alle lezioni di Claudio Caligari e Matteo Garrone (ci sono, peraltro, molti dei collaboratori abituali del regista di Dogman: il montatore Marco Spoletini, la fonica Maricetta Lombardo, lo scenografo Paolo Bonfini, il costumista Massimo Cantini Parrini).

Inoltre, la prospettiva topografica restituisce al film la possibilità di scoprirsi attraverso lo spazio del racconto: qui non si riesce ad immaginare un luogo che non sia Ponte di Nona, coi suoi palazzi colorati, incombenti sullo sfondo, e che sembrano dialogare segretamente con i caseggiati di Un sogno chiamato Florida per la capacità di accogliere in terre di nessuno, oniriche e fuori dal mondo, vite violente al limite del degrado e a ridosso del (Sacro) Gra.

Ancora una volta ci sono due ragazzi, Manolo (Andrea Carpenzano, di graduale e tenebrosa sottrazione) e Mirko (Matteo Olivetti, feroce e fragile), troppo giovani per non essere fino in fondo adolescenti e troppo grandi per continuare a perseverare nel crinale tra subalternità ed emancipazione. C’è tra loro un’intesa che sfocia in una tensione molto bromance: dove finisce il calcolo alienato del primo inizia l’istinto bestiale dell’altro. Si conoscono da sempre, frequentano l’Alberghiero per prendere un pezzo di carta e sopravvivono in esistenze somiglianti: Manolo ha solo il padre, ludopatico sfaccendato che vorrebbe essere mentore, poi si ritrova intermediario, infine si rivela inadeguato all’appuntamento della responsabilità; Mirko è rimasto con la madre, con la quale ha un rapporto tenero ed impetuoso: col senno di poi, è devastante lo scarto tra l’ipnotica e dorata scelta delle paste e la terribile colluttazione domestica.

Sin dall’incipit all’alba, che dal campo lunghissimo con l’auto isolata al centro dell’inquadratura passa ai primissimi piani dei ragazzi che parlano e ridono mentre mangiano voraci, i D’Innocenzo – con la complicità dell’avvolgente fotografia di Paolo Carnera – sono capaci di uno sguardo straordinario per osservare momenti di irreversibile squallore: il sughetto cucinato accanto alla pentola dove si prepara la cocaina e poco dopo il labirinto che conduce alla stanza dove uno della banda consuma con una ragazzina, la pistola goffamente infilata nello slip contro gli occhi gonfi della madre al compleanno della figlia.

Nel cuore di una notte come tante, i ragazzi investono uno sconosciuto, che si rivela essere un dissociato dal clan di zona: un errore fatale che innesca la possibilità «de svorta’» per trovare l’agognato posto nel mondo. E tra il silenzio angosciato della madre e lo sconsiderato incoraggiamento del padre (Milena Mancini e Max Tortora: diciamolo, che gran direzione degli attori), chi meglio interpreta la situazione non può che essere un esterno: quanta consapevolezza hanno questi poveri cristi che si abituano al male con la facilità di coloro che disperatamente cercano invano un impossibile bene? Così lucido e libero, racconto criminale nel pieno di un coming of age senza via di fuga sul jazz tormentato di Toni Bruna, La terra dell’abbastanza è tutto racchiuso tra il dubbio di un personaggio secondario e la lapidaria sentenza dello straziante finale.

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