manchsea

Scrivere di cinema: Manchester by the sea

manchsea

di Marco Castelli

“I figure it’s okay” è una frase che fa parte dell’esperienza quotidiana: quando ci si allontana dall’auto nel dubbio se si abbia tirato il freno a mano, quando uscendo di casa ci si domanda se si siano spenti i fornelli. La società del rischio chiede di accettare questo compromesso delle probabilità, e si preferisce non pensare a quello che potrebbe capitare nel caso si formulasse una supposizione sbagliata. Manchester by the sea, sei candidature agli Oscar, vincitore di due statuette (migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista: stesse categorie vinte ai BAFTA) e prima grande distribuzione di una piattaforma di streaming (Amazon) ad arrivare sul tappeto rosso, prova invece a mettere a nudo questa fragilità con una raffigurazione sconcertante delle nostre debolezze.

La storia è quella d’un Giobbe moderno – Lee (Casey Affleck) – che rientra d’urgenza al suo villaggio natale dopo la morte del fratello Joe (Kyle Chandler), da tempo malato di cuore, per sistemare gli affari pendenti e cercare una sistemazione al nipote Patrick (Lucas Hedges), la cui madre Elise (Gretchen Mol) è stata allontanata dal figlio in quanto tossicomane. Da questo quadro tragico appare soprattutto un mondo congelato di relazioni e d’instabili equilibri ottenuti per sottrazione nel quale ogni personaggio prova a difendersi come può, tra la tensione del cambiamento – realizzato positivamente solo da Randi (Michelle Williams), ex-moglie del protagonista – ed i tentativi di resilienza al presente.

Le giornate di Lee (che lavora come portinaio tuttofare) si susseguono con l’unico scopo di annullarsi ed annullare ogni comunicabilità con gli altri, nella fatica di Sisifo di soffocare la sua memoria ed ogni esperienza che potrebbe aprire una crepa nella sua maschera di impassibilità, attraverso la quale farebbero capolino i fantasmi del passato. Il protagonista tenta di diventare un automa, riduce i sentimenti e le relazioni a “logistics problems”, sapendosi ormai un guscio vuoto (“There’s nothing there”), considerando la vita come una espiazione delle sue colpe: ormai inadatto alla felicità e roso dalla colpevolezza, prova, semplicemente, a sopravvivere a sé stesso.

Solo raramente emerge dalla sua apatia una violenza epifanica, forse unico suo momento, anche se in negativo, comunicativo. A questa figura si contrappone quella del nipote, sedicenne che non vuole farsi sopraffare dal dolore e vuole continuare con la sua vita come ogni adolescente: sicuro di avere tutto a portata di mano e che vivere il presente sia la cosa più importante (nonostante anche nel suo caso ciò si riveli impossibile)

Il rapporto tra i due è un goffo tentativo di capirsi, tra l’uno cui il peso del passato impedisce di vivere il presente e guardare il futuro e l’altro, il quale guarda al presente che vorrebbe allungare indefinitamente, per dimenticare il passato.

Guardando questo film l’importante è non aspettarsi qualcosa. Se una barella fa fatica ad entrare nell’ambulanza non è per dare tempo al protagonista di dire qualcosa, se un personaggio osserva delle fotografie non è perché tra poco verranno mostrate anche allo spettatore. Il colpo di scena, la “soluzione” non è prevista, e ci si può accontentare solo del fuori luogo, sicuramente più prossimo alle nostre esperienze quotidiane.

La regia si muove con abilità tra i vari piani narrativi, seguendo un po’ la narrazione principale, un po’ i flashback del protagonista e perdendosi sul paesaggio invernale come si perde lo sguardo dei guidatori in una strada senza traffico. I piani narrativi si mischiano, segno di un passato sempre pronto a riaffiorare ed a dettare la regola di comportamento dei personaggi, senza che questi possano avere presa sulla propria vita.

Manchester by the Sea è il rifiuto della retorica del romanzo di formazione: il protagonista, nonostante tutto, non può che continuare ad entrare, bere e fare a botte nelle sue “osterie della Luna Piena”, che sembrano non avere via di uscita.  Non c’è più alcun sogno americano in questa cittadina del NorthEast che si sprofonda con la crisi della Middle Class.

Nella “waste land” di Lee i semi di speranza d’aprile non attecchiscono: se vi è un tentativo di entrare in sintonia con Patrick, questo è parte di una linea che non può portare alla sua disillusione finale: “I can’t beat it”.  E così, anche se alla fine il terreno di Manchester non è più di ghiaccio, è facile immaginare le ultime scene come se fossero sempre sotto la neve, che cade dolcemente  “upon all the living and the dead.”s

Commenti
Un commento a “Scrivere di cinema: Manchester by the sea”
Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento