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Scrivere di cinema: “A quiet passion”

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di Lorenzo Ciofani

A pensarci bene, il grande problema dei biopic sui poeti risiede proprio nella professione dei protagonisti. Convinti della teoria secondo cui il genio sia 1% ispirazione e 99% traspirazione, la questione sta tutta nel come mettere in scena il processo creativo. Perché, insomma, questa cosa dell’ispirazione dall’alto val bene per il manuale didascalico, magari un’agiografia d’altri tempi. Più prosaicamente – ma anche con una maggiore onestà – qui del poeta vogliamo vedere il sudore e il mestiere, la riflessione e l’esecuzione.

Ad onor del vero quelle poche volte che il cinema si è votato alla materia, almeno negli ultimi anni, non possiamo dire abbia deluso le aspettative: John Keats secondo Jane Campion in Bright Star e Giacomo Leopardi Giovane favoloso per Mario Martone, Allen Ginsberg riletto in Urlo da Rob Epstein e Jeffrey Friedman fino a Antonia di Ferdinando Cito Filomarino sulla tormentata Pozzi si concentrano tutti sulla dimensione della creazione, dalla fatica del vivere alla naturalezza del verso, evitando tanto l’effetto santino quanto un facile alone da artisti maledetti.

Nell’approcciarsi ad Emily Dickinson, Terence Davies mette subito le cose in chiaro sin dall’incipit: lasciandola sola, distaccata dalle compagne, in uno stanzone della scuola religiosa al cospetto di una rigida istitutrice, ne sottolinea la vocazione alla solitaria ribellione, il rifiuto di crearsi un percorso distante se non alternativo al nido, la consapevolezza di essere già l’abitante di una di quelle troppe «vite private di un particolare tipo d’amore». Lasciata la scuola, infatti, torna a casa, da dove non uscirà mai più.

La grande intuizione di Davies sta nel raccontare Emily accostando la vicenda di un corpo chiuso in spazi sempre più ristretti alla lenta (e non goduta) rivelazione del suo talento a quel mondo non ancora pronto ad accettare il genio femminile. Sono solo due i posti pubblici freqentati al di là della propria abitazione. Il primo è un teatro, dove assiste alla sovversiva novità delle donne sul palcoscenico. La carrellata che termina con una lunga inquadratura fissa sul palchetto con i familiari evoca un isolamento, non a caso collocato in alto, come un presagio della stanza in cima alle scale della casa in cui, nella parte finale, sceglie di recludersi e da dove comunica con chiunque voglia vederla, sia un proto-follower sia l’editore col quale accennare ad un istruttivo confronto sul lavoro dell’“editing” (la differenza tra chiarezza e ovvietà).

Il secondo, invece, è la chiesa, teatro di una lacerazione: è il luogo in cui prende commiato dall’amica novella sposa, l’unica persona che le garantiva uno sguardo sul mondo autonomo rispetto alle figure familiari. La chiesa, poi, è il mondo a cui si riferisce il reverendo, amore non corrisposto che viene presentato come un’ombra sull’immacolata, bianca tenda di casa (nella stessa stanza, la sala, in cui Emily si scontra con il germe del tradimento, in una notte senza pace), enfatizzando le parole del sermone che colpiscono la scrittrice.

Sono precise scelte di regia che fanno capire quanto A Quiet Psssion sia un clamoroso saggio in gloria della magnifica, compassata, trasparente regia di Davies. Con lui tutto sembra rifulgere di una luce nitida e al contempo sfuggente, nella nettezza di una semplicità che mai semplifica perché cosciente della complessità, una limpidezza così pura da sembrare una questione morale. Tanto intelligente nell’irresistibile semplicità dei campi e controcampi della diatriba dialettica con la zia, quanto intrepida nell’adoperare meccanismi comici per esporre il dramma, complice la sottile, stratificata interpretazione di Cynthia Nixon.

Parentesi, queste, che si verificano due volte, curiosamente a tavola: il fulminante bisticcio tra padre e figlia con finale rottura del piatto e il surreale incontro con il reverendo e la moglie. Ma sono attimi d’impossibile leggerezza incastonati nel dolore, attraversato da lutti vicini e guerre lontane, oscure rinunce ed angoscianti repressioni. Mentre la macchina da presa si muove elegantemente con la discrezione di chi avviluppa i corpi per indagarvi dentro, è la macchina fotografica che cerca di cogliere nei volti che mutano, tra passato e presente, realtà e finzione, i segni di un tempo implacabile, le connessioni nascoste tra esistenza e messinscena, la trasfigurazione dell’icona nella sua riproduzione.

Commenti
2 Commenti a “Scrivere di cinema: “A quiet passion””
  1. Francesca scrive:

    Il film molto bello

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  1. […] A Quiet Passion di Terence Davies. Voto: 8 […]



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