1mule

Scrivere di cinema: The Mule

1mule

di Tommaso Drudi

Mettendo da parte i discorsi antropologici e sociologici del caso, è davvero possibile guardare a “Il corriere – The mule” mantenendo a debita distanza i frammenti metalinguistici che rincorrono il divismo del suo autore? Si può parlare seriamente dell’ultimo lavoro di Eastwood senza considerare ciò che Eastwood è stato per il cinema?

Il dibattito è aperto e la discussione si perderebbe senz’altro in mille rivoli, ma più che un tuffo escapistico nella cinefilia del passato, nella quale le serie tv e i film moderni sembrano essersi definitivamente immersi, forse è importante lanciare uno sguardo al rapporto tra singola opera e percorso artistico di cui essa è il temporaneo atto conclusivo. Allora, dopo aver restituito al genere western la riflessione definitiva sul tramonto dell’epica di frontiera con “Gli spietati” e dopo aver trasformato la vecchiaia in occasione poetica in quel capolavoro che è “Gran Torino”, cosa può ancora riuscire a dirci Clint? Prima di tutto che, a quasi novant’anni, prendere l’immagine di sé che il pubblico ha ormai metabolizzato negli anni, quella dell’anziano scontroso, accigliato ma in fondo dal cuore d’oro, e dotarla di specifiche nuove non è solo fattibile ma addirittura spiazzante.

Nel corpo e nella storia di Earl Stone, che con la prospettiva di un importante riscontro economico decide di diventare corriere di droga per il cartello messicano, Eastwood trasferisce una dolcezza e una serenità mai così insistite. Poco rimane di quella proliferazione verbale, funambolica e politicamente scorretta, da cui partiva la scarica emozionale della risata in “Gran Torino”, e ancor meno resta dell’approccio arido e litigioso alle situazioni della vita.

Eastwood si confronta con la modernità, sua e del cinema, con una distensione e una cognizione dell’io estremamente comiche: il signor Stone sorride, balla, si intrattiene con giovani donne, ride coi messicani e mai dei messicani, con carichi di cocaina nel pick-up si ferma tranquillamente a trovare gli amici e si prende anche il tempo di aiutare una famiglia di afroamericani a sostituire una ruota forata. Tuttavia, con questo atteggiamento di ottimismo inedito ed estraneo allo show linguistico feroce del suo alter-ego Walt Kowalski, Eastwood è allo stesso tempo brutale e rassicurante, recalcitrante e paterno, perché racconta la vecchiaia senza alcuno spettro caricaturale, con la tranquillità di chi sa di essere ormai arrivato alla fine e la responsabilità di chi deve raccogliere tutto ciò che la vita si è lasciata alle spalle.

La leggerezza di scrittura e messa in scena non ridimensiona la potenza disseminativa con cui Eastwood abbraccia la circostanza della colpa in relazione alla sua redenzione attraverso una scelta di sacrificio. Autore da sempre profondamente in connessione con le dinamiche dell’etica e della morale, il regista si ferma sulla soglia ideologica dell’espiazione e consegna il ritratto di un uomo che emerge piano piano dal contesto comico in cui è relegato per più di metà film per poi innescare la girandola emotiva che coinvolge la presa di coscienza del tempo andato e la commovente riscoperta dell’amore famigliare. “Il corriere – The mule” non è un testamento artistico e non è nemmeno un’operazione nostalgia; non ha la grandiosità di “Million Dollar Baby” né la folgorante intensità di “Mysitc River”, ma conferma l’importanza di un cinema che è macchina tribunalesca, dove tutti i personaggi (e lo spettatore con loro) sono chiamati al banco degli imputati. Di un cinema che è sincronismo di pensiero e di linguaggio, oggetto di riflessione, sismografo di umanità.

Commenti
2 Commenti a “Scrivere di cinema: The Mule”
  1. maurizio scrive:

    Tranne Space cowboy, che trovo un brutto film, non ho visto niente di quello che questo grande personaggio del cinema ha creato. La mia immagine rimane e rimarrà quella dei films di Leone. Certo vedendo la foto che pubblicate su questo articolo è impossibile non rimanere disorientati. Certamente non vedrò questo film che viene indicato come l’ultimo di Clint, il mio commento viene solo dall’affetto per quest’uomo che secondo Leone aveva solo due espressioni come attore: quella col sigaro e quella senza ma che poi si è dimostrato un autore complesso e di alto livello. “…al cuore” Clint….al cuore!

  2. Francesco Mangone scrive:

    Non concordo, l’ho trovato una marchetta, piena di macchiette, intrisa di luoghi comuni tipici di certo cinema americano anni 70/80 che se allora avevano un minimo di appeal ora rasentano il patetico. Battute su “negri” e lesbiche, immancabili nel cinema del nostro, travestite da ironiche, sono ormai decisamente stantie e anacronistiche. Eppoi, Bradley Cooper sembra abbia un debito di riconoscenza e lavori gratis, tanto insignificante è il suo ruolo, Andy Garcia, beh, su Andy Garcia stendiamo un velo pietoso.

Aggiungi un commento