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Scrivere di cinema: Unsane

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di Elvira del Guercio

Nell’aridità delle sale cinematografiche, vuote e abbandonate come solo sanno esserlo durante i mesi estivi, c’è un titolo ad essere sulla bocca di tutti: Unsane, girato da Steven Soderbergh interamente con un iPhone 7, la cui camera integrata è stata potenziata da una app in grado di gestire fuoco, esposizione e temperatura. Il mezzo espressivo è unico, ma il risultato è elettrizzante, diramandone le potenzialità e gli esiti ovunque.

Torna l’essenza del cinema di Soderbergh, tra sperimentazione e innovazione, sempre contemporaneo; tornano i toni abbacinanti di Traffic, lo sconnesso andirivieni del montaggio, l’immagine che si spezza, un gusto affine alla morbosità di Sesso, bugie e videotape, in cui l’inconscio diviene materia prima scomponibile, organica e tangibile in cui vittima e carnefice si collidono.

Sawyer Valentini è una giovane donna, vittima di stalking, che lascia Boston per la Pennsylvania in cerca di una nuova vita. Ma il nuovo lavoro non è l’affascinante opportunità che si aspettava, nella nuova città non si sente mai al sicuro, il passato la perseguita. Così decide di consultare una specialista, ma si ritroverà involontariamente coinvolta in un trattamento presso l’Highland Creek Behavioral Center.

Unsane è girato con un iPhone 7 e non per caso ad essere posta sotto torchio è la natura di questo piccolo “monolito”, prima cosa di cui ci ricordiamo appena svegli e senza la quale, probabilmente, vivremmo come eremiti. Perché oggi più che mai non conta l’essenza, il sostrato, ma la forma, l’involucro artificiale che crediamo possa occuparne il posto. E questo Soderbergh lo sa bene; infatti, nella clinica psichiatrica, Sawyer verrà privata in primo luogo del suo telefono portatile, messa alle strette, indotta a un confronto obbligatorio con le sue nevrosi e allucinazioni, in cui il confine tra realtà e immaginazione, o meglio, realtà e riproduzione, era sempre debole.

L’originalità di Soderbergh non sta nella considerazione relativa alla sotto – umanità plagiata, ai miti superomistici, al fatto che l’internet ci galvanizzi o alla necessità di dimostrare qualcosa al fine di percepirla, quanto, invece, nell’esasperazione di quest’ultima: dalla radicalità del mezzo espressivo, combinando tecnica, estetica e genere alla riflessione meta-cinematografica in itinere, sul cinema e sulla lingua che ha bisogno di utilizzare nella contemporaneità. Algido e congelato, in Unsane non c’è l’ombra di un sentimento, l’amore dello stalker è ridotto a macchietta e la solitudine per Sawyer è soverchiante: dagli incontri per mezzo di Tinder ai pranzi consumati parlando con la madre in videochiamata.

Lo stalker la osserva, segue e pedina, irrompe nella sua quotidianità e privacy, assurgendo a correlativo – oggettivo di quello che in realtà rappresentano l’occhio dello smartphone o la pervasività dei social network; sa tutto di Sawyer, cosa mangia a colazione, il suo libro preferito e il posto dove vorrebbe andare in vacanza: le stesse domande a cui ci chiedono di rispondere Facebook e i social in generale. In questo senso, il confronto finale nella cella di isolamento ci rimane sulla pelle, vivido, lampante ed epidermico e a subire la tortura dell’osservazione e della continua depredazione è Sawyer, ma anche noi dall’altra parte.

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