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Scrivere di cinema: Midsommar

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di Giuseppe Fadda

Ogni regista si auspica che la sua opera sia ben accolta, sia dalla critica che dal grande pubblico. Ma il successo può essere tanto una benedizione quanto una maledizione: quanti autori sono stati definiti “visionari” in virtù di un’opera prima brillante per poi deludere le aspettative con film successivi? Quanti autori, confortati dal plauso ricevuto, hanno finito per diventare la parodia di loro stessi, nel tentativo spesso esasperato di riproporre quelle qualità che li avevano resi celebri in primo luogo?

Non sarebbe stato irragionevole temere che il trentatreenne Ari Aster cadesse in una simile tendenza, dato il successo del suo film d’esordio Hereditary – Le radici del male; ma Midsommar fuga ogni dubbio: per certi versi ancora acerbo, Aster si conferma comunque uno dei registi americani più interessanti e promettenti e quello che la sua seconda opera perde in terrore (non si raggiungono mai le vette agghiaccianti delle scene più truci di Hereditary) lo riguadagna in complessità e ambivalenza.

L’opera prima era, piuttosto evidentemente, una cupa metafora sulla famiglia, vista come fonte inesauribile di traumi e sofferenza; in Midsommar, non è sempre chiaro quello che Aster vuole dirci – e non deve esserlo necessariamente.

Protagonista della storia è Dani (Florence Pugh), una studentessa universitaria i cui problemi a gestire l’ansia sono acuiti dal trauma emotivo dovuto a un omicidio-suicidio che l’ha lasciata senza famiglia. Il suo fidanzato Christian (Jack Reynor) la invita goffamente e senza intenzione a prendere parte a un viaggio con i suoi amici antropologi, Mark, Josh e Pelle: quest’ultimo, svedese, vuole portare i suoi amici alla festa di mezza estate che avviene ogni novant’anni nella comune ancestrale in cui è cresciuto, l’Harga.

Così, Aster abbandona le tinte cupe di Hereditary per creare un horror che ha luogo all’aperto, nella natura pressoché incontaminata e alla luce del sole, tra persone caratterizzate da un’apparente ospitalità e bonarietà. C’è tanta bellezza in Midsommar, tanto splendore in questa realtà isolata dal tempo e dal mondo, che i momenti di crudeltà spiccano con una violenza ancora più sconcertante: ma ogni momento è pervaso da un sottostante senso di inquietudine, che rende il film costantemente angosciante anche se diventa terrificante solo in specifici momenti.

Le influenze artistiche di Aster, da Kubrick a The Wicker Man, sono evidenti eppure il giovane regista non scade mai nel citazionismo, anzi, dimostra grande maturità e consapevolezza, rielaborando gli spunti dei suoi autori di riferimento secondo un proprio stile e una propria estetica: la grandezza della sua regia sta nella sua capacità di creare un’atmosfera quietamente e sottilmente malevola che permea ogni inquadratura, complici anche le asettiche, essenziali scenografie di Henrik Svensson e i colori sgargianti della fotografia di PawelPogorzelski.

Sono molti i temi che Midsommar sembra mettere in tavola, ma Aster si limita a “osservare” senza mai offrire un giudizio o una chiara chiave di interpretazione.

L’idea di famiglia, sia in senso stretto che in senso lato, resta centrale come lo era in Hereditary, ma con un’accezione ambivalente – la famiglia è ancora fonte di angoscia e di traumi ma la ricerca di appartenenza in un gruppo resta per Aster un bisogno intrinsecamente umano. In molte scene emerge prepotentemente il contrasto tra i turisti americani e i nativi del luogo, e sull’apparente incomunicabilità tra le due culture: sono i forestieri giustamente scioccati da pratiche barbare e brutali o il loro shock è dovuto a uno snobistico etnocentrismo? Aster non vuole dare una risposta al dibattito sul relativismo culturale: lo spettatore ha il diritto di non apprezzare questa scelta tanto quanto il regista ha il diritto di rivendicarla.

Il tema forse più importante è quello del rapporto di coppia e delle dinamiche di potere e dipendenza che si instaurano tra due persone che si amano (o credono di farlo). A livello di sceneggiatura, i personaggi sono abbastanza piatti, persino Dani, che è definita principalmente dal suo trauma e poco altro. Ma l’interpretazione nervosa, angosciata e brutalmente viscerale della Pugh permette allo spettatore di non perdere mai di vista l’elemento prettamente intimo e umano della storia.

La giovane attrice, già magnifica nel sottovalutato Lady Macbeth, si fa portatrice dell’ambiguità e dell’ambivalenza della storia, esemplificata da quell’indecifrabile sorriso finale: la parabola di Dani è un trionfo di emancipazione e autodeterminazione o una deprecabile, inevitabile discesa nella violenza? È entrambe le cose? Aster, ancora, ci lascia questo dubbio, ed è per questo che Midsommar è un film che indugia nella mente dello spettatore anche molto dopo la sua fine.

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