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Scrivere per dimenticarsi. Quando conobbi Borges

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Tanti anni fa, quando le terze pagine stavano dove dicevano di essere, io mi fidavo della letteratura. La sera aspettavo con trepidazione che mio padre rincasasse dall’ufficio col Corriere, e dopo cena m’immergevo nella lettura della pagina culturale. Gli articoli che preferivo erano quelli più netti, che stroncavano o lodavano un libro con decisione, e fu grazie a uno di questi che inciampai in Jorge Luis Borges. Erano i primi di ottobre, la vigilia del premio Nobel, e il giornale aveva raccolto dei pronostici riguardo al possibile vincitore. Più d’uno scrittore affermava che lo meritasse l’argentino, e questa concordanza, insieme a un elogio di Calvino, che lo definiva “l’ultimo grande mostro sacro della letteratura mondiale”, mi convinsero a comprare il suo ultimo libro, la raccolta di poesie La Cifra.

Era il 1982, e io non avevo ancora vent’anni. Cominciai a leggerlo sul tardi, a letto, e la prima cosa che trovai fu la dedica a Maria Kodama, l’assistente che Borges sposò poco prima di morire. Mi piacque talmente che la ricordo ancora a memoria, per il suo stile chiaro e luminoso come acqua di fonte. Fui sopraffatto dall’emozione, e pensai che quella novella Beatrice fosse la donna più fortunata del mondo. Il mio studio matto e disperatissimo di Borges cominciò allora. Lessi tutti i suoi scritti, mi ubriacai di tigri, labirinti, specchi, e a un certo punto mi accorsi che quelle storie non si depositavano in me come materiali inerti, ma si ramificavano nella mia immaginazione, creavano collegamenti, generavano altre storie. In breve, pensai che lui rappresentasse il momento centrale della storia della letteratura: tutto ciò che lo aveva preceduto preparava il suo avvento, tutto ciò che sarebbe seguito non avrebbe potuto prescinderne.

Così decisi di dedicarmici completamente, e lasciai Giurisprudenza per Lingue. Mio padre disapprovò, sperava che portassi avanti il suo studio legale e cercò di convincermi a restare, ma io non sentii ragione. Ormai non pensavo ad altro, volevo fare la tesi su di lui e sognavo di diventare un ispanista come Emir Rodriguez Monegal, che insegnava a Yale ed ebbe l’illuminazione sul suo destino a soli quindici anni, leggendo un pezzo di Borges su una rivista femminile.

Presi a bazzicare convegni di ispanistica e scoprii un ambiente molto politicizzato, pieno di baroni che simpatizzavano per Sendero luminoso e ammiravano autori impegnati come Neruda e Asturias. Borges non rientrava in quel pantheon, ed era quasi sconveniente nominarlo, perciò strinsi amicizia con Roberto Paoli, uno dei pochi accademici controcorrente, che insegnava a Firenze e amava l’argentino.

Nel marzo dell’84 fu proprio Paoli ad avvisarmi che il mio idolo si trovava a Vicenza e avrebbe parlato all’Accademia Olimpica. Non ci pensai due volte, presi il treno e partii. Borges aveva ottantatre anni e viveva all’altro capo del mondo, quando mi sarebbe ricapitata un’occasione simile? Arrivai al reading immaginando il solito pubblico di happy few, e invece trovai una folla incontenibile. Altro che “scrittore per scrittori”, come sentenziavano i suoi detrattori.

La conferenza fu una delusione. Borges parlò in francese e non capii nulla, in più per la calca faticai a sentirlo e non riuscii a farmi fare un autografo. Insomma, ero avvilito, ma non volevo tornarmene a casa a mani vuote, così chiesi a un giornalista se conosceva i suoi programmi, e questi mi rivelò che avrebbe dormito all’Hotel Londra Palace di Venezia.

Per farmi ricevere da lui pregai mio padre di telefonare in albergo per fissarmi un appuntamento tramite la Kodama, alla quale doveva dire che stavo preparando la tesi su di lui e che non gli avrei preso molto tempo. Ricevuto il via libera di mio padre, l’indomani mattina mi presentai puntuale alla reception, ma la Kodama mi accolse con fastidio, come fossi uno scocciatore, e solo per la mia insistenza acconsentì a farmi parlare con lui per il tempo della colazione.

Salii due piani e, giunto davanti alla porta, sentii una voce tremula che declamava dei versi in inglese. Alla prima pausa bussai timidamente e, senza il minimo cambiamento di voce, Borges rispose: ”Lasciate ogni speranza voi che entrate”.

Aprii trattenendo il fiato e vidi un vecchio in penombra seduto ai piedi del letto, davanti a una tazza fumante poggiata su un tavolo. La stanza odorava vagamente di umidità. Dalle sopratende accostate filtrava qualche raggio di luce pulviscolare che si depositava sui radi capelli bianchi e sugli occhi gonfi e spenti.

Ero lì, a tu per tu con un mito, e ricordo soprattutto dettagli insignificanti come il fatto che gli annodai la cravatta, che misi lo zucchero nel caffellatte e che gli guidai la mano per prendere la tazza. Forse per questo mi passò presto l’imbarazzo. Gli ero utile, mi prendevo cura di lui, e Borges ricambiava parlando, citando poesie e raccontando aneddoti personali.

Cominciò dal café con leche, che si stava sorbendo con gusto. Disse che da giovane, con l’amico Xul Solar si divertivano a sperimentare nuove combinazioni di alimenti, come le sardine col cioccolato, e dicendolo faceva delle smorfie di disgusto e rideva. Sembrava enunciasse il manifesto della cucina postmoderna, perché “las buenas combinaciones ya fueron inventadas” e il café con leche era insuperabile.

Poi passammo alla poesia, gli chiesi cosa stesse recitando quando avevo bussato, e Borges ripeté dei versi di Shakespeare. Si capiva che amava declamare, e infatti continuò con un ipallage di Virgilio, poi un sonetto di Quevedo, la “rosa senza perché” di Silesius e l’incipit del Purgatorio di Dante.

Dopo aver ascoltato quell’antologia privata gli feci una domanda stupida, di cui mi pentii subito: con quali versi voleva essere ricordato? Io ne avevo tanti in mente suoi, ma la sua replica fu secca. “No me gusta la idea de que me recuerden después de muerto. Yo quiero morir entero, olvidarme y ser olvidado”.

Ammutolii. Avevo già letto affermazioni del genere in qualche intervista, ma credevo fosse un eccesso di falsa modestia, invece non c’era alcuna affettazione nelle sue parole. Quasi indovinando i miei pensieri, aggiunse: “Estoy un poco harto de mí mismo”. Forse era stanco di viaggiare, di recitare la parte del guru al quale chiedono sempre le stesse cose. Ma se desiderava essere dimenticato, perché scrivere libri?, lo incalzai. E lui mi spiegò con pazienza, come per tranquillizzarmi: “Escribo un libro para olvidarme de ese libro, y escribo también para olvidarme”. Disse che voleva smettere di svegliarsi ogni mattina ed essere Borges. Lo faceva spesso, di parlare di sé in terza persona, ma non per megalomania. Credo fosse una specie di sdoppiamento tra la figura pubblica e quella privata. Forse si rendeva conto di essere diventato meno un uomo che una vasta e complessa letteratura, com’ebbe a dire lui stesso di un classico. D’altronde anch’io lo chiamavo Borges, senza premettere alcun titolo, come se il suo nome fosse diventato sinonimo di Maestro.

Dopo poco la Kodama si affacciò alla stanza rammentandogli i suoi impegni. Il mio tempo era scaduto. Borges si alzò in piedi appoggiandosi a me e mi chiese di porgergli la giacca, ma volle raccontarmi un’ultima storia. Era un aneddoto riguardante sua madre, Leonor, che gli fece da angelo custode dopo che diventò cieco. Avevano vissuto nella stessa casa di Buenos Aires a lungo, perché lei campò quasi cent’anni, di cui più di trenta da vedova. Ebbene, ogni volta che andava a dormire era solita dire alla governante: “Que me recuerde a las ocho”, cioè voglio essere ricordata a me stessa alle otto. Non conoscevo quell’espressione spagnola, ma il senso era chiaro, perché la sveglia mattutina è essenzialmente questo, il ridestarsi della coscienza, e lui ora preferiva l’oblio.

Dopo fu tutto diverso. Dopo chiamai casa e seppi che in realtà non avevo alcun appuntamento con Borges: mio padre aveva mentito e io mi infuriai e lo ringraziai per questo. Dopo in treno mi mulinarono mille pensieri: sulla sterminata letteratura che attribuisce alla memoria il compito di dovere etico, e all’oblio quello di perdita tragica e colpevole. Dopo l’oblio per me non fu più solo un mostro vorace e spietato, ma anche un prete compassionevole che concede l’assoluzione a chiunque, perché tanto colui che è stato non può più non esser stato, e proprio questo è il suo umile viatico per l’eternità.

Borges intanto continuava il suo tour di oracolo itinerante. Il mondo faceva a gara per averlo, e lui si concedeva a tutti con facilità. Di quel frenetico periodo da globe-trotter, quando lo colpì il castigo della consacrazione, resta la testimonianza fotografica del libro Atlas, in cui le immagini scattate dalla Kodama lo ritraggono su una mongolfiera, o mentre carezza una tigre in uno zoo, o in un monastero shintoista, sempre sorridente e gentile. A poco a poco divenne un munifico  dispensatore di apologhi prêt-à-porter ad uso della chiacchiera culturale, sicché, dopo Borges, chiunque oggi aneli a ribadire la storicità del testo letterario non priverà certo il suo uditorio della voluttuosa citazione del Pierre Menard.

Ci ritrovammo a Roma, nell’ottobre ’84. Per quattro giorni lo seguii dappertutto come uno stalker: all’Accademia dei Lincei, alla Sapienza per la laurea honoris causa, all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e a un ricevimento all’Ambasciata Argentina. Parlammo anche da soli nella sua camera all’hotel Ambasciatori Palace, ma ricordo poco di quegli incontri, se non che fu l’unica volta che ci fotografarono assieme. In verità mi infastidiva un po’ il circo che gli era stato allestito intorno, la vulgata turistica, la ricerca del caratteristico, i piatti tipici borgesiani a menu fisso. Eleggendolo a mio mentore ne ero diventato geloso, avevo sviluppato nei suoi confronti un amore possessivo, e a chi voleva consigli di lettura facevo altri nomi, come se bisognasse meritarselo.

L’ultima volta fu a Milano, la mia città, nell’autunno dell’85. Dopo averlo sentito parlare nell’aula magna della Statale per conto di una fantomatica Aging Foundation che si occupava di problemi geriatrici, andai con lui, mio padre e il prof. Paoli in un ristorante lì vicino. La Kodama non partecipò, aveva delle faccende da sbrigare e ce lo affidò per il tempo della cena.  Borges sembrava di buon umore. Le rumorose proteste degli ispanisti, esclusi dall’organizzazione dell’incontro e relegati in fondo alla sala, non gli avevano guastato l’appetito. Ricordo che papà lo ascoltò quasi sempre in silenzio, mentre Paoli gli chiedeva di Schopenhauer e io lo interrogavo su dei passi del racconto La morte e la bussola. Riuscì a malapena a finire il suo risotto, tante erano le domande cui doveva rispondere. Forse stanco di stare al centro delle attenzioni, o incuriosito dalla presenza muta di mio padre, Borges cominciò a fargli delle domande. Gli chiese che lavoro facesse e cosa leggesse, e lui, con un po’ di imbarazzo e il suo spagnolo maccheronico, spiegò che era un avvocato e che alla narrativa preferiva i saggi, soprattutto di storia della filosofia. Al che Borges esclamò: “como mi padre!” E, prendendo spunto dalla macedonia che gli avevano appena servito, raccontò del modo in cui, quand’era piccolo, suo babbo gli aveva spiegato l’idealismo di Berkeley con l’ausilio di un’arancia, chiedendogli se secondo lui il gusto dell’arancia stava dentro l’agrume o nella bocca di chi l’assaggiava. Quello che aveva capito in quel remoto giorno della sua infanzia, e che non riguardava solo l’idealismo di Berkeley, è che il mondo è fatto soprattutto di relazioni, e che il senso delle cose non sta dentro di loro ma nel rapporto che s’instaura con chi le percepisce, così come il sapore di un frutto lo determina l’incontro col palato di chi l’assaggia. Presto, purtroppo, tornò Maria a reclamarlo, e ci salutammo dandoci appuntamento a giugno dell’anno seguente, quando avrebbe dovuto inaugurare a Firenze il Nono Congresso Mondiale dei Poeti. Morì pochi giorni prima, a Ginevra. Io sono l’unico superstite di quella cena.

Commenti
6 Commenti a “Scrivere per dimenticarsi. Quando conobbi Borges”
  1. Caro Garufi, GRAZIE per questo magnifico articolo. Mesi fa visitando suo blog personale ero incappata in un accenno tipo “in questo posto pranzai con Borges” ed ero trasalita: come, e non lo racconta?! Uno non può buttare lì una cosa del genere come niente fosse.
    Chissà perché non ero riuscita a lasciare il commento.
    Cioè la richiesta di questa storia che ora ho letto, come sempre perdutamente incantata da tutto ciò che riguarda Borges.

  2. sergio falcone scrive:

    BORGES,
    IL BIBLIOTECARIO MERAVIGLIOSO

    di sergio falcone

    Jorge Luis Borges, il bibliotecario meraviglioso, uno dei maggiori scrittori contemporanei, cieco come Omero (come per i massimi compositori è destino essere sordi), compie ottant’anni. Ti parla all’orecchio, è un assiduo bisbiglio, un parlar piano, ti tiene la mano (è il suo modo di conoscerti), mentre con l’altra prendi appunti sul notes.
    Nelle pause sorseggia caffè e mangia biscotti e confetture sul tavolino inglese di mogano. Poi congiunge le mani, lo sguardo vano, in questa sua ombra senza ore. Ti ringrazia per l’”oscuro viaggio” (come chiama l’intervista), con una voce che prega e dispera. È una citazione di fonti e di poeti.
    Una parabola continua attorno all’opera. Una vita privata ridotta al dieci per cento. Una sorta di scissione multipla della personalità.
    “A quale tipo di letteratura apparteniamo”, dice, “io che ti parlo e tu che mi ascolti: romanzo realista o racconto fantastico?”. Sta con te delle ore, mai che ti dica che è stanco, e che ha da fare qualcosa di utile. Borges inizia poi la dettatura del proprio lavoro. Ha dei collaboratori che gli fanno la lettura, ai quali detta appunti in poesia o in prosa.
    La fedele Maria Ester Vàsquez rilegge a Borges delle brevi frasi, scandisce la punteggiatura. Borges suggerisce una diversa posizione delle parole, detta altri appunti, nuova rilettura della Vàsquez, due o tre volte, altre correzioni di Borges, e così di seguito.
    Scrittore del fantastico puro, del fantastico meraviglioso, il suo gioco narrativo ricorda la partita di scacchi: la duplicità di ogni figura, la complicazione degli spostamenti, la simmetria che si contorce in storia, le leggi rigorose ma anche arbitrarie della narrazione… Per cui autore e lettore si rimandano infinitamente le loro immagini riflesse…
    I termini più frequenti nel lessico di Borges: labirinto, specchio, simbolo, congettura, metafora, caos, caso, segno, incubo, regressione, tempo, giardino, opposti, teoria.

    Lei è nato esattamente in questi giorni, il 24 agosto 1899… Esprime qualche desiderio?

    Vorrei un po’ di quiete, una serenità che mi manca… Vorrei fare un viaggio a Ginevra. In Europa tutto è più delicato, sfumato… Avevo studiato nella scuola di Calvino, all’età di dodici o tredici anni: a Ginevra sono stato molto felice. Ma diceva Proust che, quando si ha nostalgia di un luogo, in realtà si rimpiange il periodo che corrisponde a quel luogo: non si rimpiangono i luoghi, ma i tempi…
    E poi, anche all’età di 80 anni, si vive aspettando un’altra persona, anche se è un’età in cui si sa che tale attesa è vana… E’ questa un’età in cui si rimane stupiti di trovarsi ancora in vita. Per quanto mia madre è morta a 99 anni…

    Chi è Borges raccontato dallo stesso Borges?

    … All’altro, a Borges, accadono le cose. Ho notizie di lui attraverso la posta, e mi dicono che il suo nome è nei dizionari biografici. Negli elenchi dei telefoni di Lisbona, il nome Borges è molto comune: l’equivalente di Rossi in Italia, di Lopez in Argentina. Ritengo con Chaucer che la scoperta del cavallo sia la più nobile conquista dell’uomo: ma è una pura metafora. Amo tanto il sapore del caffè. Mi piacciono le clessidre, le mappe, le antiche carte geografiche. Alcune pagine non possono salvarmi, perché è letteratura solo il linguaggio e la tradizione universale. E con Plotino, dico: “… tutto sta in tutte le parti, qualsiasi cosa è tutte le cose, il sole è tutte le stelle, e ogni stella è tutte le stelle e il sole…”. Nell’universo (anche letterario) ognuno è tutti, ed è inutile affermare una identità particolare… Così anche la mia vita è fuga, e tutto appartiene solo all’oblio…

    Quali sono i suoi progetti per il futuro?

    Sto scrivendo dei temi dal contenuto decisamente tragico… Poi dei viaggi, un breve soggiorno a Parigi, delle conferenze… Ho terminato un libro di racconti intitolato La memoria di Shakespeare, quindi un volume di poesie di cui non so ancora il titolo… Forse mi occuperò di Emanuel Swedenborg, per dare un’idea del mondo di “visioni” in cui viveva questo mistico del Nord. Uscirà in autunno un libro curato da me, Las Ruinas y Desastres, con testi a punto sulle Rovine: la distruzione di Troia, l’incendio di Lione, il terremoto di Gerusalemme, la distruzione di Pompei, l’incendio di Londra, le città di Kunyang e Tu Fu (dinastia Jung) e Lin Techo (dinastia Yang), Roma sepolta sotto le rovine, la città di bronzo dalle Mille e una notte, le città di Dio… E in questa raccolta una mia poesia ancora inedita sulla Biblioteca di Alessandria: “Da che vide la notte il primo Adamo, / e il giorno, e la figura della mano, / favolarono gli uomini e fissarono / su pietra o su metallo o pergamena / quanto cinge la terra o plasma il sogno. / Ecco l’opera lor: la Biblioteca. / Dicono che i volumi ch’essa abbraccia / vadano oltre il numero degli astri / o della sabbia del deserto”.

    Quando sogna, puntualizza…

    … naturalmente… Quando sogno, non sono più cieco. Vedo paesaggi, figure umane, animali. Riesco a leggere interi libri. Vedo distintamente coloro che ho finito di percepire da più di venti anni… Per questo sogno assiduamente.

    Borges, scrittore di letteratura fantastica, dicono i biografi. Che cos’è per lei la letteratura fantastica?

    C’è in tutto il paese una sola terra sognata, direbbe Swift. Ci sono fiumi che attraversano il cielo in certi paesi atlantici. Ci sono interi territori scomparsi. Scrittore fantastico era Stevenson, che moriva su un’isola del Pacifico e “cantava come canta un uccello nella pioggia”. Le Mille e una notte, Hoffmann, Blake, Poe, Carlyle, Kafka, Wells, Chesterton, si impongono di volta in volta nella letteratura fantastica per la stranezza immediata, la concisione della storia, i rapidi giochi della memoria, le stravolte simmetrie. E’ una forma di felicità e come tale non passibile di giudizio. Ma la letteratura in fondo è solo fantastica. Il realismo è una eresia del nostro tempo…

    Perché è della opinione che il tempo passato è migliore del presente?

    Per essere un poeta, non bisogna avere date. Se pensate di giudicare un libro storicamente, errate; non va. Perché un buon libro è più reale del nostro entourage contemporaneo. Con le date si diventa degli storici, o peggio dei giornalisti. Bisogna invece leggere gli antichi. Ricordo quasi esclusivamente le pagine degli antichi. Anch’io provo a dire: “Scrivo per l’antichità”. Guardate il vostro Montale, poeta dell’antica bellezza, di una tradizione tutta orientale: un poeta senza date, né epoca.

    Quale è la biblioteca ideale per Borges? Il libro dei libri?

    La Bibbia è il libro dei libri. Aggiungo che non sono cattolico, e neppure cristiano. Ho letto la Divina Commedia. Tuttavia non condivido la teologia che ispirò il poema dantesco. Non ho opinioni metafisiche, religiose o morali. Semmai, me ne sono servito per fini letterari. La mia è solo una opinione estetica. A Buenos Aires, l’anno scorso, mi avevano detto di scegliere un tema per la conferenza. Scelsi la Divina Commedia. L’italiano lo capisco, anzi lo leggevo, ma non saprei parlarlo, né comprenderlo, se parlano svelto.

    Non teme l’accusa di oscurità riferita alla sua opera?

    Se sono oscuro, chiedo perdono: lo sono per la limitatezza dei miei mezzi. E mi nascondo dietro le metafore. La metafora è l’elemento essenziale del mio lavoro.

    Veniamo ai suoi temi ricorrenti; il motivo del labirinto, per esempio…

    Ho parlato sempre di un romanzo o racconto che diviene un labirinto. Nome greco, poi latino: labyrinthus. Forse inizialmente gallerie nelle miniere. Stava a indicare una rete di passaggi, atta a confondere, in un edificio; un intrico di vie, in un giardino. Da qui, per esempio, i miei racconti Il giardino dei sentieri che si biforcano e La casa di Asterione, che poi era il Minotauro. Ogni labirinto ha una scrittura segreta: esiste una cifra o metodo di decrittazione. Così i labirinti di Creta, e poi la fioritura labirintica nei giardini del Medioevo. William Blake, poeta “visionario”, esplorò questo tema. Il vostro Piranesi nelle Carceri d’Invenzione e nel suo Colosseo tracciava i camminamenti del disegno labirintico.

    … Il sistema della perplessità, altro tema fondamentale nella sua narrativa…

    … Non è un sistema letterario. È uno stato d’animo autentico. Per me, il mondo è un’inesauribile fonte di sorprese, di perplessità, anche di sconfitte e, qualche volta, di felicità. Non ho nessuna teoria del mondo. Il mio è un anarchismo alla Spencer. Vorrei che ci fosse un minimo di governo che non si notasse neanche…

    E ancora il tema ricorrente di Buenos Aires,… il ritorno nei suoi discorsi ad Androgué, villaggio delle sue vacanze, da piccolo…

    Intorno a Buenos Aires si cristallizzano i miei innumerevoli ricordi. Ma ho sempre avuto il sospetto che le mie parole potessero un giorno essere controllate. La Buenos Aires dei miei libri non è la città attuale, ma quella della mia infanzia, o anteriore alla mia infanzia. In genere, la mia Buenos Aires è un po’ vaga, e si situa attorno al 1890. Così nessuno potrà mai andare a verificare. E, dal momento che la memoria è selettiva (come sostiene Bergson), sembra si possa lavorare meglio con i ricordi, anziché col presente che ci opprime e ci molesta.
    Quanto ad Androgué, era un villaggio del sud, con un hotel di stile italiano, fontane, giardini a terrazza, molti alberi. Amavo quel luogo tranquillo, e il suo letargo d’estate. Costruito come una cittadella, e all’interno come uno scacchiere: una decina di piazze e molte strade rettilinee che si incrociavano. Già allora quella congiunzione di vie mi dava l’impressione di un labirinto. Così il labirinto mi si impose. E da bambino, se tutte le vie erano state già percorse, voleva dire che quella parte del labirinto era stata già visitata, e bisognava rifare la strada, tornando per il cammino d’arrivo…
    Avevamo una casa bassa, col giardino, due bersò, un mulino a vento, attorno altre case basse, e tutto era percorso dall’odore degli eucalipti. Mio padre mi indicava la pampa, una macchia di verde all’orizzonte. In casa avevamo un grande armadio di mogano, forse inglese, con degli specchi… Mi avvicinavo e mi vedevo triplicato, e avevo paura che quelle immagini non corrispondessero a me. Sentivo come doveva essere tremendo ritrovarmi diverso in uno di quegli specchi… A questa vaga paura infantile, si aggiunse poi dalle letture l’idea della pluralità dell’io, la variabilità di noi stessi che diventiamo altri. Insomma, il tema: essere un altro. Idea che ho applicato molte volte nella mia opera. E nel mio libro di racconti, che sta per essere pubblicato anche in Italia, c’è un racconto intitolato El otro, in cui svolgo una variazione di questo tema del resto già noto a Poe, Dostoevskij, Hoffmann, Stevenson…

    Mi pare che gli scrittori a lei più congeniali nella letteratura inglese e americana siano Keats e Whitman…

    Devo a Keats la rivelazione della poesia. Mio padre aveva una biblioteca in lingua inglese, molto importante per me, e ricordo che mi recitava a memoria pagine di Swinburne, Shelley e, appunto, Keats, d’inesauribile bellezza. Il linguaggio è molto più di un mezzo di comunicazione: il linguaggio può essere veicolo di passione, estasi… Questo vale per la poesia inglese, non tanto per quella francese… Così Keats comprese la lezione del platonismo attraverso il canto di un usignolo. E quell’uccello canta ancora per me, come molte volte ha cantato nella letteratura inglese: con Shakespeare, Chaucer, Milton…
    In Whitman, invece, oscuro e povero giornalista, prediligo il pudore del vivere, la difficoltà di esistere. Per altri poeti avviene che noi siamo qui, loro là. Non è il caso di Whitman. Egli diviene tutti i suoi lettori. Noi parliamo con Whitman. E’ un’operazione magica. In Leaves of Grass, con umiltà e tenerezza, il poeta vuole essere tutti gli uomini. E’ un panteismo che coinvolge piante ed acque. E’ pura immaginazione universale. Whitman si confonde e dialoga perfino con l’altro: “Che senti, Walt Whitman?”.
    Non amo, invece, la lingua francese. E’ come l’italiano pronunciato da uno che è raffreddato. Nella letteratura francese salverei: “le père” Hugo, Verlaine soprattutto, che è la perfezione della poesia lirica, un poeta della sera, dei rimpianti…
    Ho nostalgia, invece, della Germania. Ho letto molto nella lingua tedesca, una lingua non ancora sufficientemente esplorata dalla letteratura universale. Heine, Goethe, Hoelderlin, Rilke… Ma ho l’impressione che in questa lingua ci sia qualcosa di meglio, qualcosa di formidabile…

    Torniamo agli antichi. Il motivo principale della sua raccolta El Hacedor è l’invocazione di un mondo interiore. E’ il cosmo di un lucido sognatore che si confonde con i grandi autori del passato: Omero, Dante, Cervantes, Shakespeare…

    Come per Omero che discende nell’ultima ombra: — La notte si spopolò delle stelle, la terra era malsicura sotto i suoi piedi, tutto si allontanava e confondeva. Quando seppe che stava diventando cieco urlò: “Non vedrò più né il cielo pieno di mitico timore, né questo volto che gli anni trasformeranno”. Allora discese nella sua memoria, che gli parve senza fondo, e riuscì a trarre fuori da quell’abisso vertiginoso il ricordo perduto… –.
    Sono un po’ eretico. L’Odissea per me è ben superiore all’Iliade. Sono dalla parte di Enea e dei troiani. Nell’Iliade c’è qualcosa che non mi piace. Ulisse poi è decisamente più simpatico… Sono grato che si parli di Omero, Shakespeare…

    Il nome di Shakespeare ricorre spesso nella sua opera, anche nel titolo della sua prossima raccolta di racconti, La memoria di Shakespeare…

    Lo amo particolarmente… Shakespeare è assai meno chiaro dei suoi personaggi. Perché non si pensa a Shakespeare ma a una folla fantastica… Amleto, Cesare, Macbeth, Giulietta… Fingeva d’essere qualcuno perché non fosse svelata la propria condizione di nessuno… In Shakespeare preferisco la sua amicizia alla commedia, come Dante che dice a Virgilio: “… tu guida, tu maestro… Tu sei solo colui da cui tolsi lo bello studio che m’ha fatto onore…”.

    Quale sua poesia consiglierebbe ai suoi lettori?

    Preferirei indicare qualche pagina in prosa, oppure due sonetti su Spinosa. O forse una mia poesia che si intitola La luna… “… c’è di ferro una selva ove ha dimora / il grande lupo la cui strana sorte / è assalire la luna e darle morte / quando rosseggi in mar l’ultima aurora…”.

    È opinione diffusa che i suoi racconti siano superiori alle poesie. Un racconto perfetto nella sua brevità è, forse, Emma Zunz, nella raccolta El Aleph…

    Scrivo un racconto per liberarmene, per dimenticarlo, e per passare a qualcosa di meglio. Comunque non amo, anzi detesto, la vicenda tragica di Emma Zunz. E’ una storia di vendetta, con una fine molto, molto brutta.

  3. Giacomo scrive:

    Grazie, grazie Garufi per la sua testimonianza. Poter vantare una chiacchierata sull’oblio con Borges, surreale.

  4. db scrive:

    ho apprezzato molto l’elzeviro di garufi e anche l’intervista postata da falcone.
    le due cose che dico magari faranno da anticlimax ma penso saranno utili agli autori.
    il mio compagno di banco del ginnasio (al liceo ci separò l’amore, suo per una compagna di classe che lo portò alla bocciatura), non so se in quel 1983 fece un giro in gondola con borges e la kodama (da bassano, dopo aver studiato con me filosofia a milano, si era trasferito a venezia).
    naturalmente mi riferì del giro, ma io purtroppo ricordo solo una cosa irriverente ma vera (vera nel senso che io almeno dico la verità): “quante tane!” sbottò lui, intendendo con questo rimarcare le lacune culturali che dedusse dalla loro conversazione.
    penso che per garufi potrebbe essere interessante sapere di queste fantomatiche tane, perciò se vuole può scrivere a nico.stringa@unive.it (insegna storia dell’arte a ca’ foscari) premettendogli quanto qui scritto da me.

    p.s. il “quante tane”, già di per sé indimenticabile, mi tornò in mente quando qualche anno fa lessi qualcosa di borges in cui più o meno affermava: scriverò qualcosa che non è mai stato scritto, un libro di sole prefazioni a libri mai esistiti. sobbalzai, perché poco prima avevo tradotto di kierkegaard “prefazioni”, che è esattamente quanto sognato da borges.
    infine, il morir dimenticato parmi un topos da orazio.

  5. Giacomo M. scrive:

    E sì, grazie anche a Sergio Falcone ovviamente.

  6. paola scrive:

    L’intervista di Falcone a Borges vale l’articolo di Carufi ed è, se possibile, ancora più prezioso. Grazie per la splendida lettura.

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