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Scrivere in pubblico

di Gregorio Magini

Nel quartiere di Santo Spirito a Firenze, in un vicolo dietro la piazza che si denomina dalla chiesa che ivi si affaccia ed è dedicata alla parte divina più ineffabile che nomina il rione, c’è un piccolo locale sempre aperto fino a tardi che si chiama Caffè Notte, un bar che trent’anni fa sarebbe stato un posto come un altro, ma oggi è unico nel suo genere. La sera ci vado a scrivere con il mio socio V.; possiamo essere osservati chini sul quaderno, o impettiti sul portatile (la schiena è il nostro punto debole – presto o tardi ne avremo a soffrire – ci sforziamo di tenere una postura corretta), o stesi su una panca con un libro.

Si dice: la gente legge poco. La letteratura, si dice, non ha più quel posto speciale che aveva un tempo nei cuori dei popoli. Le persone tuttavia sono incuriosite da uno scrittore che scrive, forse perché non se ne vedono tanti a giro. I più, com’è naturale, scrivono in privato, vuoi perché sono dei professionisti, e si sa, il segreto giova all’arte, vuoi perché sono amatori, anime sensibili che avrebbero vergogna a lasciar trasparire sul volto, per il godimento di sconosciuti, le palpitazioni ingenue e forse un po’ sconce del travaglio creativo. I pochi che si fanno vedere, poi, non è detto che siano autentici: il tizio che si dà pena sulle pagine del Moleskine, è facile che stia affastellando rovelli nel suo diario; quell’altro imperturbabile dietro lo schermo sta forse revisionando un business plan; un’amica una volta mi disse che aveva frequentato qualche tempo un sedicente poeta che non si separava mai dal suo taccuino, e non lo mostrava mai a nessuno. Un giorno lei, morsa da curiosità, volle spiarne il contenuto: v’erano solo ghirigori e disegnini osceni.

Dunque per curiosità, forse, quando scriviamo in mezzo a loro, le persone allungano lo sguardo, attuano mosse di avvicinamento, secondo la loro natura invadenti o discrete: per capire di che pasta siamo fatti.

Alcuni, i più diretti, ti studiano per qualche minuto e poi ti chiedono: “Che scrivi?” A loro bisogna rispondere: “Scrivo libri.” Altri, se non hai avuto l’accortezza di metterti spalle al muro, ti spiano da dietro. Una volta, una ragazza dal rossetto sbaffato e le guance imporporite dal vino, dopo una simile operazione, non si tenne e mi aggredì col dito puntato: “Devi cambiare nome a quel personaggio.” “Perché mai, di grazia?” “Perché Erica è un nome da stronza. Una mia collega si chiama Erica: è la mia peggiore nemica. La donna con cui fuggì mio padre si chiama Erica. La segretaria dell’Università che per pura ripicca mi ha fatto laureare con un anno di ritardo si chiamava Erica.” Si placò solo quando le spiegai che anche la mia Erica era un personaggio profondamente egoista e moralmente corrotto.

C’è chi ti adocchia dalla strada, passando. Entra ed estrae dalla borsa una reflex, ti inchioda inerme al tavolo con tutto quanto in vista, gli attrezzi del mestiere, le bottiglie di birra, il tomo di Balzac che hai sciaguratamente dimenticato di riporre. Quando lo supplichi di non pubblicare quelle foto, ti risponde lanciando qua e là occhiate colpevoli e maliziose: “In realtà mi occupo di psichiatria.”

A volte accadono fatti che sembrano apologhi. Era estate, stavo seduto vicino alla porta che dà sul vicoletto per fumare di straforo sulla soglia senza dovermi alzare. A un certo punto mi accorgo che accanto a me si è accucciato qualcosa: un ragazzo. Ubriaco e barcollante, si regge con una mano al tavolo e mi guarda dietro gli occhiali tondi. “Tu sei uno scrittore, non è vero?” Annuisco. “Ci avrei scommesso. Lascia che ti dica una cosa.” Lascio dire. “Tu hai perduto la connessione con le sensazioni, il corpo e la luna, non so se mi spiego. Tutto il corteggiare, il toccare, la vera spiritualità che si dispiega solo quando si consente alla carne palpitante di parlare con la propria voce…” Non sto romanzando; parlava così come lo racconto, anzi, forse il suo discorso aveva una qualità poetica superiore alla mia capacità di riportarlo. “Allora sì che emerge il vero nesso, le parole e le cose, il cazzo e la fica, non so se mi spiego, è tutta una questione di equilibri, vite che vanno, vite che vengono, tutte con sofferenze usuali, usualissime, non lo metto in dubbio, ma è la verità ventrale a illuminare il cammino. Non le cose che dici tu, le cosette che possono venire in mente a uno come te, che stai qui a farti vedere mentre scrivi a schiena curva, e non scrivi niente, parli di niente…” Mi viene voglia di picchiarlo, ma reprimo i bassi istinti e taccio. “Fammi vedere, cosa stai scrivendo?” Guarda lo schermo, ma la sbornia gli impedisce di metterlo a fuoco. “Sei autoreferenziale. Siete tutti autoreferenziali. Ammirate il vostro ombelico e ignorate la vita reale che fanno tutti gli altri.” Reagisco timidamente: “Non sai nemmeno cosa sto scrivendo.” “Allora dimmelo.” Glielo dico, ed è la pura verità: “Un racconto. Detta in soldoni, è la storia di un giovane che lascia la sua ragazza perché si convince che non l’aveva mai amata, ma si era messo con lei solo perché aveva bisogno – parole sue – di un bagno di sano realismo.” “Cazzo, sembra la storia della mia vita,” disse il poeta, e scomparve nella notte.

Mi rendo conto di aver presentato le mie sere al Caffè Notte come se tutto quel mondo ruotasse intorno al fatto che sto lì a scrivere. In realtà, quasi nessuno mi dà retta; ci sono settimane che passo del tutto inosservato: la gente mi dà un’occhiata indifferente, l’unica considerazione che non si nega a nessuno, e poi continua a farsi gli affari suoi. Sono le volte che mi intristisco e mi chiedo per quale motivo persevero nel sacrificare la mia vita ai fantasmi dell’arte. Potrei bene godermi il Caffè Notte da semplice avventore, fare due chiacchiere, una partita a scacchi – potrei addirittura passare le mie sere da qualche altra parte! Allora monta dentro di me un rancore perverso per tutta quella gente che non si interessa a me, alle mie opere e alla mia ostinazione. “Un giorno,” mi giuro, “Un giorno sapranno chi ero.”

Qualche mese fa, per costringere tutti a essere partecipi del nostro lavoro, il mio socio e io abbiamo organizzato una serata letteraria al Caffè Notte: “TORINONASEGA”. (Si era nel periodo della Fiera del Libro). Quattro ore di declamazioni dal leggio, classici alternati a scritti personali, saletta strapiena, atmosfera euforica, tifo da Giubbe Rosse cent’anni fa. Io mi dibattevo tra accogliere il piacere delle lodi e dare retta a quella voce interiore che mi instillava il dubbio di essere applaudito per incoraggiamento, se non per commiserazione, come si fa per i bambini quando annunciano trionfanti alla tavolata di aver fatto la cacca nel vasino.

Eppure è proprio al fondo di questi rovelli meschini che riconosco la possibilità di un rapporto con i lettori, mi arrischio a dire, sano. (Lettori, perché se io sono scrittore, i lettori sono tutti gli altri). La mia vocazione segreta, come quella di tutti gli scrittori, è di farmi carico delle vanità dei lettori. Il mio dovere è di essere esemplare nel mio confronto con la solitudine, con gli eccessi dei desideri, con le velleità impacciate, con l’asprezza dei giudizi che stroncano queste velleità e con tutti gli altri terrori quotidiani (ci risparmio l’elenco completo) che sono il fardello di tutti.

Voi pochi che mi spiate, e voi moltissimi che mi ignorate, è questo che volete. E quando fate finta di disprezzare la letteratura, e spesso lo fate, è perché pensate a tutti gli scrittori che non sono vicini a voi ma anzi tradiscono il loro mestiere.

Pensate ai colleghi che si insultano e si querelano e poi ne almanaccano sui giornali come se fosse letteratura; pensate agli intellettuali che si costruiscono con il sudore delle dita i loro sacrosanti spazi di espressione e poi vanificano ogni conquista impegnando le energie residue nel fortificarli: ogni tanto si affacciano dai bastioni e gridano ingiurie contro gli abitanti del castello nemico; pensate a tutti i Lucien Chardon che si infiammano per una editor attempata alle feste delle loro case editrici; pensate ai palchi troppo illuminati su cui annegano pietosamente grandi scrittori scesi da New York, da Nuova Delhi o da Novara; pensate agli autori che alla fine di tutte quelle brighe, prese di posizione, pettegolezzi, speranze frustrate e gioie amare, restano soli davanti al computer a guardare le parole che sono sgorgate dalla loro testa, aliene e minacciose come un figlio non voluto. L’unica cosa che poteva salvarli, pensate, era la consapevolezza di quanto, correndo dietro all’illusione di sé stessi, avevano sacrificato a vantaggio di tutti gli altri.

Con questi e simili pensieri mi giustifico per la frequentazione del Caffè Notte. Ogni tanto, mi balenano nella mente gli orribili bronzi di Pessoa alla Brasileira e di Hemingway all’Iruña ma, mi dico, ho la fortuna di non essere bravo quanto loro e nessuno si sognerà mai di impagliarmi sullo sgabello. Mancava solo un passo, fino a ora, per completare la mia auto consacrazione a re della bohème di Via delle Caldaie. Dovevo sciupare tutto con una contraddizione assurda, trovare il modo di uscire in pubblico per annunciare a tutti sgangheratamente la mia inesistenza.

Eccomi qua. Venite a trovarci al Caffè Notte, se non c’è un posto come questo nella vostra città. L’invito è esteso a tutti: ai lettori in primis, ma anche agli scrittori, agli scrittori puri, gli scrittori giornalisti, scrittori magistrati, deputati, buttafuori, sindaci, operai, direttori di collane, tolkieniani, programmatori, assicuratori, educatori di ogni livello, operatori di tutti i settori. Venite al Caffè Notte. Qui c’è gente, tolto me, che vi può insegnare a scrivere quasi meglio di Baricco. Venite al Caffè Notte. Qui ci sono tutti i buoni lettori che Borges non sapeva trovare. Venite al Caffè Notte. Qui ci sono critici letterari in incognito, vi giudicheranno gratis e fra qualche anno parleranno bene di voi su tutti i social network. Uscite di casa, lasciate il lavoro, lasciate i vostri mariti, donate il vostro cappotto a un mendicante e venite al Caffè Notte. Il padrone del locale è amichevole; sarà contento se porto gente, forse mi offrirà da bere.

Commenti
34 Commenti a “Scrivere in pubblico”
  1. marco m scrive:

    che potenza! molto, molto bello.

  2. srmzgts scrive:

    la deliziosa crudeltà di un “quasi”

  3. Francesca scrive:

    “verità ventrale”

    sembra di sentirlo brontolare per davvero, il basso ventre, a leggere. e tutte quelle v e t sono la carne chre vive e respira, sotto i vestiti, mentre si scrive.

    (comunque la legge di Erica ha due corollari: l’assioma di Pamela e il teorema di Federica)

  4. Federico scrive:

    allora lo stavi a scrive davero

  5. peppe scrive:

    Caspita tocca venirci di corsa a ‘sto caffè notte!

  6. sergio l. duma scrive:

    Onestamente l’articolo non mi è piaciuto. Molti sono quelli che scrivono ma non basta scrivere per essere scrittori veri.

  7. Gab. scrive:

    Sia recapitato lo scritto al signor Caffenotte. Stampato e custodito in una teca dorata. Verrà esposta accanto ai salatini.

  8. scrivente scrive:

    @sergio l. duma: e cosa serve per distinguerli? è questione cruciale distinguere tra scrittori, scriventi (o addirittura) scribacchini

  9. marco m scrive:

    OT oramai necessario:
    ma Sergio L. Duma è il Sergio Duma dell’università del salento?
    perché se così fosse è stato mio prof e non posso non salutarlo.

  10. sergio l. duma scrive:

    @Marco M: sì, sfortunatamente sono io… un caro saluto anche a te.

    @Scrivente: cerco di spiegare il mio pensiero. Moltissime persone scrivono e c’è anche chi riesce a pubblicare. Ora, se prendiamo in considerazione il semplice atto di scrivere, allora chiunque è uno scrittore. Se ci concentriamo sull’ambito della letteratura il discorso invece cambia. Uno scrittore vero, almeno secondo me, è colui che crea un mondo, una sua poetica e soprattutto agisce sul linguaggio e sul suo uso: penso a Joyce, per esempio, che ha creato un proprio codice espressivo; a Proust, a Céline e a tanti altri considerati veri e propri giganti del Novecento. Esistono poi scrittori validi che si pongono a un livello medio ma comunque dotati di capacità.
    Un’altra discriminante è data dal talento, quell’elemento che non tutti possiedono (spero che me ne possa dare atto) e che fa la differenza.
    Un altro elemento che, a mio modesto parere, può farci capire se qualcuno è uno scrittore vero è costituito dalla sua sopravvivenza nel tempo. Se oggi ci sono persone che ancora leggono Primo Levi, Hemingway, Mishima, tanto per citare i primi nomi che mi vengono in mente, mentre altri loro contemporanei, magari più di successo ai tempi, sono completamente dimenticati qualcosa significherà. Ricordo che, quando era in vita, Virginia Woolf era ignorata; oggi però i suoi testi continuano ad essere studiati, pubblicati e tradotti; scrittori della sua epoca maggiormente considerati sono caduti nel dimenticatoio.
    Poi, certo, ci possono essere anche autori poco validi che riescono a comunicare emozioni a un lettore e va bene così, tuttavia le distinzioni sono importanti e non tutto può essere messo sullo stesso piano. Non credo che le persone che scrivono siano tutte uguali, a livello di capacità letterarie e di talento. Volevo semplicemente dire questo. Un saluto.

  11. Simone Ghelli scrive:

    Venerdì, che vengo a Firenze, passerò a immortalare il Magini nella sua classica postura :-)

  12. Francesca scrive:

    @ prof Duma: visto che siamo in tema di letteratura e scrittori, che ne pensa di Foster Wallace e Franzen?

  13. danip scrive:

    ottimo, davvero.

  14. sergio l. duma scrive:

    @Francesca: d’ora in poi, lascia il prof, qui sono Sergio e basta :) Venendo alla tua domanda, considero Wallace, se non il più importante, indubbiamente uno dei più importanti scrittori statunitensi degli ultimi vent’anni come minimo. ‘Infinite Jest’, secondo me, ha avuto una valenza epocale, non solo per la vastità dell’affresco narrativo ma anche per la concezione stessa del romanzo. A mio avviso, Wallace ha estremizzato le intuizioni dei post-moderni ma non li ha imitati ed è riuscito a realizzare un’opera personale, autentica espressione della realtà mediatica e comunicativa contemporanea, al punto che è persino limitativo definirla Avant-Pop, come molti hanno fatto. Lo stesso vale per i suoi racconti. Idem per la non fiction, come per es. i testi contenuti in ‘Tennis Trigonometria…. ‘ ecc. La sua morte è stata una grande perdita per la letteratura americana e mondiale.

    Apprezzo anche Franzen, benché mi entusiasmi meno. Non sto facendo un paragone, intendiamoci, è solo una questione di gusto personale. ‘Le Correzioni’ è un testo che rimarrà e in esso è presente una descrizione accurata e approfondita della società USA degli anni ottanta/novanta, senza trascurare poi l’impeccabile analisi psicologica dei personaggi. Ciao.

  15. Aloysius Acker scrive:

    A Duma:
    Virginia Woolf ignorata in vita…??? Ma se negli anni trenta era considerata da molti uno dei maggiori scrittori inglesi viventi (due esempi al volo, ma ce ne sono a mucchi: lettere a/da Forster, Victoria Ocampo etc, saggi come “Sono una snob?”, anche una semplice bibliografia… Marguerite Yourcenar – non proprio l’ultima arrivata – “capiva” e traduceva Le onde già nel ’37!).

  16. Roberto Gerace scrive:

    Gran bell’articolo! C’è una succursale del Caffè Notte a Pisa? O qualcuno disposto a cedermi casa sua a Firenze e a venire verso la foce a dar gli esami al posto mio? O, se si vuole, qualcuno che mi paghi il taxi Pisa-Firenze-Pisa tutte le sere?

  17. sergio l. duma scrive:

    @Aloysius Acker: mi ha frainteso però ammetto di essere stato poco chiaro. Quando scrivo che la Woolf è stata ignorata in vita, mi riferivo al grande pubblico e certa critica ‘ufficiale’. Il ‘Times Literary Supplement’, considerato, a torto o a ragione, autorevole in campo critica, di solito aveva trascurato la scrittrice. Lei cita intellettuali e scrittori e, sì, quegli ambienti la prendevano in considerazione; ma, lo ripeto, io mi riferivo ai semplici lettori e ai critici di professione. Che la Yourcenar capisse la portata innovativa de ‘Le Onde’ e le traducesse è indubbio ma stiamo parlando di un’intellettuale, appunto. Lo stesso dicasi per Forster che peraltro aveva avuto contatti con il gruppo Bloomsbury.
    Questo intendevo dire per ‘celebrato’: scrittori che nel loro tempo vendono e sono osannati dal pubblico e dal mercato e poi con il passare degli anni finiscono nel dimenticatoio… mentre altri che vengono ignorati (usiamo l’espressione ‘in ambito mainstream’, così è più comodo) ottengono una rivalutazione solo in seguito. Spero di aver chiarito meglio il mio pensiero.

  18. Aloysius Acker scrive:

    Più che poco chiaro, era sbagliato (e sì: ovviamente non vendeva quanto Maugham, ma era comunque letta, tradotta, lodata, etc… esempio svelto: nel ’31 sempre Le Onde vendeva bene e – cito da un saggio di Nadia Fusini – “la reputazione della Woolf era ormai quella di una grande scrittrice”). Che poi la sua fama abbia continuato a crescere è un altro discorso: non possiamo parlare di “rivalutazione”, semmai di “fortuna critica”. Nel ’25 la sua reputazione era tale da poter scrivere lo splendido – e a tratti velatamente “cattivello” – necrologio di Conrad, pubblicato guardacaso proprio sul Times Litterary Supplement.

  19. sergio l. duma scrive:

    @Aloysius Acker: sì, era letta, lodata, ma il suo pubblico non era quello di massa, se mi passa la definizione. La Fusini scrive giustamente nel suo saggio che la Woolf era reputata una grande scrittrice ma si parla sempre degli ambienti artistici e intellettuali. Io mi riferisco a quelle persone che magari all’epoca leggevano autori popolari oggi dimenticati e nemmeno conoscevano la Woolf e se la conoscevano la consideravano in maniera sprezzante. David Leavitt nel suo ‘Mentre L’Inghilterra Dorme’ fa una satira proprio di questo atteggiamento descrivendo una compunta signora dell’alta società, piuttosto reazionaria, che dice: ‘Ho letto una certa Virginia Woolf… orribile.. orribile… ritengo che dopo Jane Austen non ci siano stati scrittori di pari livello’. La frase suonava prassapoco così. Sono d’accordo però sul fatto che avrei potuto scrivere ‘fortuna critica’ e non ‘rivalutazione’ ma, ripeto, mi riferivo ai pubblico generalista. A presto.

  20. Aloysius Acker scrive:

    “Pubblico di massa”? “Mainstream”?
    Io le passo tutte le definizioni che vuole…
    L’unico obbrobrio – banalità e protagonismi a parte – è quel “Virginia Woolf ignorata in vita”, di certo non suffragato da una vaga citazioncina (e la chiudo qui, che è tardi e l’articolo parla di tutt’altro).

  21. sergio l. duma scrive:

    @Aloysius Acker: sinceramente non capisco il motivo di tanta acrimonia nei miei confronti. Problemi suoi. A mio avviso, ciò che ho cercato di affermare è chiaro poi lei è libero di non capirlo e/o di non condividerlo e di accusarmi di banalità e di protagonismo. Facciamo così: sono banale e malato di protagonismo e, aggiungo, anche ignorante, a differenza di lei. Cordiali saluti.

  22. dimitri chimenti scrive:

    Caro Sergio,
    lo dico senza acrimonia, ma trovo la sua posizione critico-teorica indigeribile. Cercare di dare una definizione di scrittore, sia pure dal ristretto angolo prospettico del discorso letterario, è pura metafisica; ricavarne una tassonomia (“scrittori veri”, “scrittori validi”, “autori poco validi”) è una barzelletta. Assecondando poi le sue categorie per il riconoscimento uno “scrittore vero” (creazione di mondo, lavoro sul linguaggio, sopravvivenza nel tempo), si arriva a Joyce come a Collodi.
    E tutto questo per cosa? Per bisogno di un canone?

  23. Gran pezzo. Rende veramente l’idea di come ci si sente lì. Io ci ho lavorato, e bene. E ci tornerò.

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