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Scrivere per essere indipendenti: intervista a Hanif Kureishi

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

Esiste una chiave per entrare nell’originale mondo di parole costruito da Hanif Kureishi, inserito dal Times nella lista dei cinquanta scrittori britannici più rilevanti nel secondo dopoguerra mondiale. È qualcosa di donato, Something given, il titolo dell’opera, che fornisce gli elementi necessari a comprendere la capacità di inventare una cifra stilistica, un mondo che prima non c’era, e l’essenza della scrittura di un autore così poliedrico. Se la Gran Bretagna è una forza culturale in Europa lo deve al multiculturalismo e alla diversità, sostiene Kureishi che apre al Palazzo dei Congressi la quindicesima edizione della Fiera Più libri più liberi con la lectio Scrivere per essere indipendenti.

Classe 1954, nato a Bromley, da padre pachistano e madre inglese, dove imperversavano gli skinhead. Il razzismo si respirava nell’aria e l’adolescenza consisteva nella ricomposizione creativa in un’identità di due universi, occidente e oriente. Dopo la divisione dell’India nel 1947, la famiglia Kureishi, appartenente alla media alta borghesia, vicini ai Bhutto, si era unita alle aspirazioni del Pakistan.

Il figlio di Rafiushan e Audrey, più o meno inglese con una marcata sensibilità tanto artistica quanto politica, nel cuore degli anni Ottanta, poco più che trentenne, si impose con la sceneggiatura di My Beautiful Laundrette scritta per l’amico Stephen Frears. Nell’era Thatcher, Kureishi portava in scena, rompendo gli schemi rappresentativi della relazione tra bianchi e asiatici, la complessa costruzione del cosmopolitismo che è conversazione tra diversi. Poi, cinque anni più tardi, la consacrazione col romanzo d’esordio Il Budda delle periferie, il bestseller che ha portato a compimento l’urgenza autoriale di rifuggire l’appartenenza forzata.

Kureishi, lei si è misurato con la scrittura per il cinema, il teatro, il racconto e il romanzo. E sostiene che quest’ultimo sia destinato a essere sempre meno rilevante nel discorso pubblico.

«Non intendo niente di apocalittico. Si continua a leggere e scrivere buoni romanzi, non c’è ragione di perdere le speranze e l’interesse nella letteratura. Non credo però sia incidentale l’assegnazione del Premio Nobel a Bob Dylan, l’espressione massima della cultura pop e figura fondamentale nella nostra vita culturale più di molti romanzieri. Lo suppongo anche per una ragione personale: essendo cresciuto negli anni Sessanta e Settanta, ritengo che la musica abbia rappresentato la novità più dirompente per la società. I musicisti apparivano decisamente i più rivoluzionari».

Nella raccolta di riflessioni sulla scrittura, Da dove vengono le storie, lei afferma che già tredicenne aveva la convinzione di diventare uno scrittore, concretizzando poi il sogno di suo padre. Perché la figura paterna è così presente nei suoi libri?

«È stato uno scrittore fallito, che ha speso la propria vita per un’ossessione per lui irrealizzabile. Scrivere era una direzione, che lo orientava verso l’India lasciata appena ventenne. Ogni mattina presto, prima del lavoro, martellava i tasti della sua ingombrante macchina da scrivere. Era tenace e mostrava questo unico interesse, mai tradito. Seminava taccuini ovunque in casa, mi è sembrato naturale avvicinarmi al mestiere che è tenacia e solitudine. Era sempre alla ricerca di storie, lavoravamo insieme agli intrecci, in famiglia si parlava di letteratura. Inventare e raccontare storie ci teneva uniti a doppio filo. Čechov ci ha insegnato che nell’irrilevante accadono gli eventi più profondi da saper cogliere. E ora ho trasmesso la passione ai miei figli, giovani sceneggiatori».

Lei ha frequentato la stessa scuola di David Bowie nella periferia meridionale di Londra. Come era possibile emergere dalla marginalità?

«Mio padre capiva che in periferia, dove nascondersi è spesso la sola arte ma dove fervono aspirazioni, delusioni e sogni, c’è abbondanza di materiale per uno scrittore. I sobborghi che abbiamo vissuto dopo la guerra erano molto grigi, ma anche luoghi interessanti. Pativamo la pioggia, il freddo ma il cuore di Londra era il centro del nostro universo, c’era una vita culturale pulsante dalla musica al teatro, nuove forme di sessualità e devianza. La periferia era al contempo terribile e creativa, da lì rimbalzavamo con le passioni per la musica, la fotografia, i club e il fashion. Billy Idol veniva a scuola con me, sono sbocciate molte vite creative. Scrivevo per lasciare la periferia, ma le storie erano custodite lì».

Le chiedo un ricordo personale di Bowie.

«Intanto ci ha accomunato la scuola, seppure lui fosse più grande di età. Anonimo David Jones se ne stava in una fotografia di classe appesa accanto alla presidenza. Nel romanzo Il Budda delle periferie c’è un personaggio che lo richiama. Lui concepì la colonna sonora per la serie televisiva tratta dal libro ed è un album meraviglioso, spesso sottovalutato, che lui considerava tra i propri migliori. Questa è un’eredità preziosa. Era educato, ricco di immaginazione, condusse molti di noi tra gli spazi interstellari».

The Nothing è il titolo del nuovo romanzo appena ultimato. Torna su un soggetto cruciale delle sue opere, Londra che accoglie e uccide. In che modo sta cambiando la città?

«Il periodo è molto interessante. Londra spicca tra le città globalizzate. È un esperimento multiculturale grandioso, ma ora dopo Brexit vive una transizione, cerca di capire quello che accadrà, quale città diventerà. Resta uno spazio attrattivo, dove essere quello che si vuole, nel quale sono contento di stare. Temo che la concentrazione della ricchezza, la renda un posto accessibile per pochi».

Karim Amir nell’incipit de Il Budda delle periferie esplicita la complessità della propria identità: «Sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo di inglese, come se appartenessi a una nuova razza». A quasi trent’anni di distanza dalla pubblicazione, che cosa significa oggi essere inglesi?

«L’englishness, l’identità culturale inglese se n’è andata. Affacciandomi alla finestra vedo una città, un paese cosmopolita. Englishness come idea è quasi del tutto scomparsa. Non era un’idea interessante, fertile e ricca, non diceva nulla a troppe persone. Abbiamo un’identità cosmopolita che è fondamentale».

Ci dice qualcosa a proposito di Sadiq Khan, il nuovo sindaco di Londra?

«È prematuro formulare un giudizio politico. Per ora si può dire che incarna lo spirito multiculturale della città, la rappresenta. Estremamente intelligente e molto rispettato, cosa rara per i politici del nostro tempo. Le sfide sono molteplici, a cominciare dalla povertà, dalle crescenti diseguaglianze e dunque dal come si tiene insieme una città, l’educazione, la sanità e soprattutto l’urbanistica, il diritto all’abitare per tutti. Lo vedremo all’opera».

Nel cuore degli anni Novanta con The Black album il protagonista Shahid Hassan è intrappolato tra il liberalismo di stampo occidentale e il fondamentalismo religioso, lei esplora il percorso che ha avvicinato giovani anglo pakistani all’islamismo. È cambiato qualcosa?

«Sarà interessante osservare l’evoluzione della nuova generazione di musulmani. Black album è stato scritto dopo la fatwa che colpì Rushdie, in largo anticipo sull’Undici Settembre statunitense. Ora non ci si muove più tra due culture, ma si è sottoposti a miriadi di influenze. Il mio auspicio è che la gioventù post 11/9 riesca a prendere le distanze da una religiosità che conduce in nessun dove. Sulle due sponde dell’Atlantico stiamo assistendo a un vento di destra molto forte e preoccupante, da Brexit a Trump».

Lei appartiene a una generazione di scrittori che ha guardato all’America con molteplici riferimenti letterari e musicali. Con un tweet ha espresso la propria inquietudine per un ritorno della Supremazia bianca, l’ha definita White Isis.

«È una questione interessante. Il populismo differisce dai totalitarismi novecenteschi, ma continua ad alimentare il razzismo mai eradicato. Ho paura per le minoranze vittime dell’ascesa di nuove espressioni della white supremacy».

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