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Scrivere per mettere al mondo. La biografia e il corpo femminile in Ernaux, Terranova, Roghi e Ciabatti

Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo.

Sono passati due mesi da quando ho iniziato, scrivendo su un foglio «mia madre è morta lunedì 7 aprile». È una frase che ormai posso sopportare, e persino leggere senza provare un’emozione diversa da quella che mi susciterebbe se fosse stata scritta da qualcun altro. Ma non sopporto di tornare nel quartiere dell’ospedale e della casa di riposo, né di ricordarmi all’improvviso dettagli, che avevo dimenticato, dell’ultimo giorno in cui era viva. All’inizio ho creduto che avrei scritto in fretta. In realtà passo molto tempo a interrogarmi sull’ordine ideale, l’unico capace di restituire una verità su mia madre – ma non so in cosa consista –, e nel momento in cui scrivo non conta nient’altro per me che la scoperta di quell’ordine.

Così scrive Annie Ernaux in Una Donna, romanzo breve che parla della scomparsa della madre, ma come si può subito notare da questa citazione, Ernaux non si limita a parlare solo della perdita, ma in una certa misura parla anche della scrittura. Ma di che tipo di scrittura? Cosa diventa la scrittura nel momento in cui avviene il passaggio dalla biografia alla finzione?

Moltissimi scrittori negli ultimi anni stanno utilizzando come strumento narrativo la biografia, offrendo come punto di partenza il vissuto che hanno provato ed elaborato. Ma in questo Annie Ernaux mostra un passaggio successivo, qualcosa che dichiara essere esclusivamente femminile, una scrittura capace di mettere al mondo, una forma di gestazione letteraria che rivendica in quanto donna che scrive. Ed è una dichiarazione doppiamente interessante nel momento in cui mette al mondo la propria madre.

La scrittura di Ernaux in Una Donna diventa quindi una scrittura corporea, non solamente mentale, l’aspetto fisico non è solo nel gesto della scrittura, nel movimento delle mani, della testa nella lettura e nella rilettura. È un movimento fisico ben più importante, è, appunto, la gestazione. Il mantenere dentro di sé una storia, sentirne gli organi coinvolti e i gesti influenzati. In pochissime pagine questo si riesce a percepire attraverso il continuo passaggio da ciò che ha vissuto a ciò che viene ricordato per esser scritto. La chiave per comprendere l’affermazione è nella domanda: cos’è la memoria?

Questo passaggio che Annie Ernaux descrive ha un corrispettivo anche in Italia in molte scrittrici che con i loro libri mescolano la scrittura con i propri ricordi, con la biografia  e con il proprio corpo. È il caso, tra gli altri, di Nadia Terranova, che lavora sulla biografia e sulla memoria sia nel suo più recente Addio Fantasmi, sia nel precedente romanzo Gli anni al contrario. In entrambi i romanzi la finzione mette in scena qualcosa che rimanda continuamente alla scrittrice senza offrire mai al lettore la certezza su cosa sia inventato e cosa no. Ma la domanda che ci consegnano i libri che giocano su questo rapporto tra finzione, ricordo e avvenimento, è proprio relativa anche alla realtà: ciò che ricordiamo è avvenuto realmente? Ciò che viene raccontato è avvenuto o è avvenuto solo il ricordo di quel determinato evento? Ha senso porsi la domanda su cosa sia biografico o no?

Ecco che la struttura finzionale in Addio fantasmi prende forza e mostra la protagonista Ida, quindi non l’autrice stessa, lasciare la città in cui vive per tornare nella sua città originaria, che è la stessa città in cui è nata Nadia Terranova. Anche qui si percepisce subito che c’è qualcosa che scardina il mero meccanismo narrativo di finzione ed è qualcosa che ha a che fare con il corpo femminile e con il biografico. Scrive Nadia Terranova:

Da un giorno all’altro avevo cominciato a esibire quello che Sebastiano Laquidara non aveva più: un corpo. Indossavo pantaloncini elasticizzati, maglie corte a fiori, reggiseni con i ferretti conficcati nello sterno, scarpe da ginnastica in tela, braccialetti di gomma fluorescente. Non portavo più gli occhiali ma lenti a contatto morbide, di nuova generazione, dall’oculista ero andata con mia madre, che non si era accontentata di aspettare in sala d’attesa e mi aveva seguita fin dentro la stanza del dottore, dove aveva tirato fuori un ventaglio e lamenti per il caldo prematuro […].

Da qualche tempo aveva iniziato a non perseguire nient’altro: seppellire la mia infanzia e la nostra disgrazia, farmi aprire all’estate, alla luce petulante, al sudore e a una sfrenata adolescenza, spazzare via la bruttezza e l’afflizione. E se mio padre aveva deciso di perdersi tutto questo, se non aveva voluto assistere all’inaugurazione della mia vita da femmina, tanto peggio per lui. Così diceva ogni nuovo gesto di mia madre, volto a convincermi che valesse la pena vivere e dimenticare, e io, con i miei occhi all’improvviso nudi, dopo pochi giorni avevo imparato a truccarmi per nascondere piccole vene blu su occhiaie che neppure sapevo di avere.

Questo passaggio, come altri all’interno di Addio Fantasmi, riporta la memoria alla storia del corpo, ai cambiamenti fisici, alle mutazioni e ai ricordi emotivi, alle assenze, più che negli eventi. Esattamente come per Annie Ernaux, la biografia è nella finzione, è nella stessa idea di perdita e di assenza, idea che entrambe le scrittrici portano avanti con forza e con grande qualità letteraria. Nadia Terranova in entrambi i romanzi pubblicati riesce a lavorare sul racconto proponendo vite che non sono la sua, ma che dal biografico partono nella misura in cui il biografico non è la somma degli eventi, ma un insieme eterogeneo e inarrivabile di vissuti.

Ma ciò che risulta essere un passaggio personale in un romanzo di finzione, può esserlo anche in un lavoro di tipo saggistico. In questo senso il secondo esempio è Piccola Città di Vanessa Roghi, libro che compie lo stesso passaggio e la stessa gestazione descritta da Ernaux sia sul proprio corpo, sia sull’assenza, sia sul narrare. Scrive Vanessa Roghi:

Quando arrestarono mio padre per uso e spaccio di eroina ho quindi anni. È il 1987. Faccio la quinta ginnasio, nell’unico liceo classico di Grosseto. […]

Quando le cose accadono a me io non so come raccontarle. E poi questa è una cosa che non si racconta. Non è neanche un fatto degno di storia. È una piccola storia ignobile. Come fai? «È matta Vanessa che racconta questa storia?», domanda una studiosa dopo che ho proposto l’idea di una storia sociale sull’eroina in un seminario.

La componente personale nella ricostruzione della storia dell’eroina in Italia, diventa d’improvviso fondamentale per capire le dinamiche che ci sono state tra la narrazione che se ne è fatta in quegli anni – riportata da Vanessa Roghi nel suo libro – e il modo in cui tutto questo veniva vissuto dalle persone, da chi usciva la sera con gli amici, dai loro figli e dai parenti.

Anche nel caso di Vanessa Roghi la ricostruzione degli avvenimenti e dei ricordi diventa uno strumento narrativo di finzione. La capacità di mettere in relazione l’universale con il particolare, con il proprio corpo, il corpo dei propri genitori e dei loro amici, è il modo con il quale si restituisce un volto a un racconto generico. È il modo con il quale ci si interroga su cosa sia, anche letterariamente, la memoria.

L’ultimo esempio interessante è un libro scritto qualche anno fa da Teresa Ciabatti e intitolato La più amata. Nel libro, la protagonista che narra la propria storia si chiama Teresa Ciabatti e in diversi punti la narrazione coincide con la biografia dell’autrice, ma c’è sempre qualcosa che scardina la lettura del libro non rendendolo mai una semplice biografia. Ci sono dei vuoti di memoria o degli errori storici che riportano la storia alla finzione:

Forse per la prima volta in vita sua Maria Teresa Costagliola desidera non essere lei, ah, se fossi nata un’altra, deve pensare, se fossi nata Teresa Ciabatti…

Invece non sei me, amatissima amica. Tu sei tu, e io sono io. Ma davvero questa camera è tutta tua? Straluna gli occhioni lei. Cioè ci dormi da sola? E con chi dovrei dormirci, scusa? Rispondo io padrona di un mondo dove si dorme soli, dove si hanno bagni personali e vasche idromassaggio (o forse sbaglio, la moda delle vasche idromassaggio arriverà dopo).

Il rapporto con il proprio corpo, i propri spazi e gli errori che spesso la narratrice fa durante il racconto, mostrano ancora una volta uno strumento narrativo biografico orientato più a mettere in mostra la fallacia stessa della memoria come fatto, come serie di eventi, esaltandone invece la portata emotiva.

Questi quattro esempi di scrittrici, tra i tanti possibili, offrono uno sguardo particolare e molto interessante tra la letteratura e le storie personali. C’è qualcosa, infatti, che accomuna i libri citati ed è senza dubbio il corpo femminile che scrive. Il peculiare del femminile è nel punto di vista, nell’atto della scrittura come gestazione metaforica della storia. Una gestazione che è in grado di partorire persino la propria madre, o il proprio padre, come nel caso di Nadia Terranova e di Vanessa Roghi, o di entrambi i genitori come nel caso di Teresa Ciabatti.

La domanda che ci ritroviamo, davanti a questi libri, rimane relativa a cosa sia una biografia e non pretende d’avere una risposta definitiva, queste tre scrittrici offrono certamente una direzione, una possibile chiave di lettura, e d’interpretazione, ma anche tutte le difficoltà che un racconto biografico porta in sé.  Da questo anche la difficoltà di Annie Ernaux che scrive:

Ha cominciato a parlare con interlocutori che vedeva solo lei. La prima volta che è successo stavo correggendo dei compiti in classe. Mi sono tappata le orecchie. Ho pensato «è finita». Dopo ho scritto su un pezzo di carta «mamma parla da sola». (Sto riscrivendo adesso quelle stesse parole, ma non si tratta più, come allora, di parole solo per me, per sopportare ciò che accadeva, sono parole per renderlo comprensibile).

E forse si scrive la propria storia non solo per cercare risposte e farsi altre domande, ma per renderla comprensibile.

Luca Romano è nato nel 1985 a Bari dove insegna filosofia ai bambini. Scrive di letteratura e filosofia per Huffington Post Italia, Finzioni Magazine e Logoi.ph.
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