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Scrivere non è un’impresa: intervista a Richard Ford

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(fonte immagine)

Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

Ormai Frank sembrava destinato all’oblio ma quando Richard Ford ha sentito il desiderio di raccontare le conseguenze meno evidenti dell’uragano Sandy che colpì gli Stati Uniti nel 2012, era certo che nessuno potesse farlo meglio di Frank Bascombe, per via della sua capacità di andare al centro delle cose. Senza lesinare l’ironia. Tutto potrebbe andare molto peggio (traduzione di Vincenzo Mantovani) è una raccolta di quattro racconti strettamente connessi fra loro ma eccellenti anche se presi singolarmente, e ancora una volta Frank è cambiato agli occhi dei lettori.

Ormai è un uomo maturo, un agente immobiliare in pensione che vive ad Haddam con Sally, si impegna nel sociale e comincia a pensare alla fine dei suoi giorni, non senza qualche rimpianto. Vorrebbe poter vivere il tempo che gli resta liberandosi di tutto ciò che reputa superfluo ma non riesce mai a dire di no. Frank è il perfetto americano medio di buon cuore che non si tira mai indietro. E in fondo proprio per questo ci piace.

Mr. Ford, dieci anni fa or sono mise da parte la voce di Frank Bascombe. Perché le devastazioni dell’uragano Sandy lo hanno riportato in auge?

Frank è capace di miscelare tanto l’aspetto serio che quello comico delle cose che gli succedono. Attraverso i suoi occhi, quelli di un uomo del New Jersey, ho sentito che avrei potuto leggere gli effetti meno evidenti dell’uragano Sandy, quelli più subdoli, sfuggiti ai radar dei media. Dieci anni or sono, dopo Lo stato delle cose, ero stufo della voce di Frank ma adesso non potevo proprio farne a meno.

Il titolo inglese, Let me be Frank with you, suona davvero bene. Cosa esprime questo gioco di parole?

Rende letteralmente la volontà di Frank di essere veritiero e sincero. Ma è chiaramente anche un gioco di parole che rimanda al suo senso dell’umorismo e al tempo stesso, un chiaro annuncio al lettore affinché sia pronto al ritorno in pagina di Frank Bascombe. L’unico. Tengo molto a questo titolo eppure non è piaciuto proprio a tutti, soprattutto al mio editore Harper Collins.

Come mai?

Perché sono stupidi.

Durante tutto il libro Frank sembra volersi liberare dalle zavorre emotive e disimpegnarsi. Perché?

Vorrebbe liberarsi delle emozioni che non gli servono e che giudica superflue, saturandolo. Avete presente quella brutta sensazione che proviamo quando siamo in compagnia dei nostri amici e ci rendiamo improvvisamente conto che vorremmo essere altrove? Lui vorrebbe far spazio e se ci riuscisse, come per magia, avrebbe anche più tempo per le cose importanti. Purtroppo non vi riesce.

Frank ha un forte legame con i suoi clienti, li assiste convinto che la casa non sia solo un immobile ma molto di più. È così anche per lei?

La casa di famiglia è un bene specifico, superiore a tanti altri. Tutto ciò che è emblematico nella nostra vita ha prima di tutto un valore specifico ed è proprio questo tratto che mi cattura e mi affascina. Una volta che un bene diventa emblematico il suo valore è ovvio a tutti ma, al contrario, le specificità non sono mai scontate, vanno conquistate prima e tutelate poi. Una casa non è mai soltanto una casa, il suo valore trascende quello del semplice rifugio, dentro vi si annidano i ricordi, le promesse e le speranze.

Davanti alla devastazione di Sandy, Frank ha un punto di vista inconsueto.

Questo libro è nato con l’idea di descrivere in modo non convenzionale le devastazioni dell’uragano Sandy e nel farlo volevo allontanarmi da tutte le convenzioni sociali che ci impongono un certo stato emotivo socialmente accettato. Emerson credeva che la natura fosse profondamente misteriosa, che la maggior parte delle cose naturali nel mondo non siano affatto ovvie. Così, quando si trova nel bel mezzo delle rovine dell’uragano Sandy, è palese la fragilità delle cose che consideriamo un patrimonio eterno ma soprattutto, Frank si sorprende della bellezza del panorama senza tutte le case in mezzo. Era mia intenzione invitare il lettore ad usare la potenza dell’immaginazione per comprendere davvero il mondo. Del resto chi potrebbe mai pensare che Dio abbia inventato gli uragani solo perché la nostra visuale sul panorama fosse più sgombra? Solo l’immaginazione.

Dopo aver ascoltato una confessione, Frank scoprirà un intollerabile tradimento. Ma la sincerità è sempre un valore?

Senza dubbio è sempre il valore più alto. L’obiettivo è quello di avvicinarsi il più possibile all’altro e la mancanza di sincerità, così come l’ironia o il sarcasmo, sono delle barriere, degli impedimenti emotivi che non fanno altro che separarci.

Anche per il romanziere la sincerità è la via maestra?

Per il romanziere, per l’uomo, per tutti. Perché rivela chi sei. Anche se non sempre sono buone notizie (ride, ndr).

Più volte Frank fa attenzione alle parole che ascolta e pronuncia e ne sottolinea lo svuotamento di significato quotidiano…

Certe parole ci offendono. Alcune parole sono così costantemente presenti nel nostro parlato comune che hanno perso il proprio valore divenendo semplice intercalare. Sarebbe meglio eliminare le parole superflue e tradite creando un’opportunità per l’ingresso di nuove parole.

Dialogando con Livia Manera Sambuy nel libro Non scrivere di me (Feltrinelli, 2015), lei afferma di voler avere il controllo assoluto su ogni singola parola della frase. Cosa significa?

Scrivere non è affatto difficile. Non è certo un gesto naturale ma non è nemmeno un’impresa. Ma quando stai per pubblicare qualcosa, ti rendi inevitabilmente conto che resterà per sempre sulla carta senza possibilità di modificarlo e le persone lo leggeranno nel tempo esattamente così com’è. Prima di consegnare il testo finale, lo leggo e rileggo a voce alta e sento una forte pressione affinché ogni parola vada al suo posto esatto. Proprio questa è la parte più difficile della scrittura.

Francesco Musolino, classe 1981, giornalista siciliano. Scrive sulle pagine culturali del quotidiano nazionale Gazzetta del Sud. Ha ideato su Twitter il progetto lettura noprofit @Stoleggendo. Alcuni suoi racconti sono sparsi online.
Commenti
4 Commenti a “Scrivere non è un’impresa: intervista a Richard Ford”
  1. livia manera sambuy scrive:

    Bellissima intervista, diretta, onesta. Rende perfettamente la ruvidezza e la perspicacia di un autore come Ford.

  2. maddalena poli scrive:

    No, scrivere non è un’impresa: Fabio Volo ce l’ha sempre fatta. L’impresa è scrivere bene.

  3. Carlo scrive:

    Bella intervista, molto interessante. Richard Ford è uno degli autori che apprezzo di più, insieme, ovviamente, ai suoi personaggi. Canada non mi ha “preso” come la trilogia di Bascombe, devo dire, ma credo che derivi dal livello molto alto del termine di paragone. Rock springs è un altro esempio di ottima scrittura, a mio avviso, con un occhio sempre originale sul mondo.
    Ho Incendi che mi aspetta.

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  1. […] minima&moralia, “Scrivere non è un’impresa: intervista a Richard Ford”: La casa di famiglia è un bene specifico, superiore a tanti altri. Tutto ciò che è emblematico nella nostra vita ha prima di tutto un valore specifico ed è proprio questo tratto che mi cattura e mi affascina. Una volta che un bene diventa emblematico il suo valore è ovvio a tutti ma, al contrario, le specificità non sono mai scontate, vanno conquistate prima e tutelate poi. Una casa non è mai soltanto una casa, il suo valore trascende quello del semplice rifugio, dentro vi si annidano i ricordi, le promesse e le speranze. […]



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