Leonid_Pasternak_001

Scrivere su uno smartphone. Dappertutto

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L’ultimo numero di “Quaderni di didattica della scrittura” (n. 21-22/2014, Carocci editore), diretta da Cosimo Laneve con Chiara Gemma, celebra i dieci anni di vita della rivista interrogandosi sulla trasformazione della scrittura nell’era del digitale. Il numero, oltre al saggio di Alessandro Leogrande che qui riproponiamo, contiene interventi di Duccio Demetrio, Roberto Maragliano, Ruggero Eugeni, Giuliano Minichiello, Rosabel Roig Vila, e una lunga intervista a Laneve sulla storia dei “Quaderni”.  (Fonte immagine)

Nell’ultimo anno mi è capitato almeno tre volte di scrivere in meno di un’ora un articolo sul mio iPhone. Una volta ero in treno, l’altra in una casa al mare, l’altra ancora in una stanza d’albergo. In tutti e tre i casi non avevo con me un computer portatile e ho pensato che avrei solo perso tempo a scrivere il pezzo a mano, per poi dettarlo al telefono, o a mettermi in giro alla ricerca di un internet point, all’interno del quale magari mi sarebbe stato difficile trovare la concentrazione per scrivere.

Con l’app Write del mio iPhone me la sono cavata benissimo. Potevo in ogni istante calcolare il numero di battute del mio articolo, tagliare, aggiungere, fare le telefonate di cui avevo bisogno, controllare su internet i dati che mi servivano, dare un’occhiata alle ultime notizie, perfino ascoltare un po’ di musica mentre scrivevo le ultime battute del pezzo.

Per la prima volta mi è capitato di pensare: può una tale esperienza (generata dalla necessità dello scrivere in fretta, ma anche dalla possibilità di farlo con un mezzo, l’iPhone, in cui la  funzione dello scrivere è solo una delle innumerevoli funzioni di cui contemporaneamente si può disporre)… può una tale esperienza, dicevo, cambiare il mio modo di scrivere? Può mutare il mio approccio alla scrittura?

Premesso che in questo caso specifico si sta parlando di articoli di giornale, e non di un saggio o di un intero libro, credo si possano ugualmente avanzare alcune riflessioni.

Una prima constatazione

Sono nato alla metà degli anni settanta. Ho iniziato a scrivere, per articoli via via più lunghi, poi per riviste e infine per i miei libri editi da vari editori, alla metà degli anni novanta. Non ho mai scritto alcunché con la penna su un foglio bianco, né con la macchina da scrivere. Tutto ciò che ho fatto in vita mia (a parte la lista della spesa, qualche messaggio di auguri e rarissime lettere d’amore) l’ho fatto al computer. L’unica  eccezione che mi concedo sono i block notes di appunti, in cui annoto brevi riflessioni, contatti, domande, elenchi delle cose da fare, che evidentemente sono funzionali allo scrivere qualcosa o allo svolgere un lavoro editoriale (come quello che ad esempio svolgo all’interno della rivista “Lo straniero”). Ma in questo caso non parlerei di “scrittura” vera e propria, bensì di attività propedeutiche o parallele a essa, per quanto essenziali…

Tutto ciò non fa di me quel che si dice un “nativo digitale” (quale potrebbe essere un ragazzo di vent’anni più giovane). Fa però di me (come per tutta la mia generazione) un individuo venuto al mondo nel pieno di una trasformazione epocale. Diciamo che quando ho iniziato a scrivere l’ho fatto su computer molto voluminosi e allo stesso tempo molto lenti. E ora, dopo circa vent’anni, mi capita di scrivere per lavoro anche su un iPhone (eccezione esotica, diciamo così, al fatto di scrivere almeno un paio di cartelle al giorno su un computer molto meno voluminoso e molto più veloce). Ma molto più veloce a fare cosa? Ecco, credo sia questa la domanda essenziale: molto più veloce di ieri a fare cosa? Non certo – credo – a favorire l’atto dello scrivere in sé, quanto a consentire un accesso pressoché illimitato a tutto ciò che posso trovare in rete, in qualsiasi lingua, e che sia variamente attendibile.

Diciamo che questo può essere molto utile (tornando all’esempio del lavoro giornalistico) per consultare immediatamente il titolo di un’opera, la data di nascita o di morte di qualcuno, il giorno esatto di un evento storico… Ma serve davvero a mutare l’approccio alla realtà quando questa richiede, pretende, invoca ancora un contatto fisico?

È questo il primo, evidente, paradosso che vorrei affrontare. Nello scrivere su un iPhone tale processo in cui siamo tutti immersi si è ulteriormente radicalizzato. Su uno smartphone di pochi centimetri quadrati hai praticamente tutto: computer, telefono, tastiera per scrivere, app per registrare video, app per registrare audio, app per scattare e correggere foto, app che ti permettono di chiamare gratis all’altro capo del mondo, app che ti permettono di tradurre frasi rudimentali da qualsiasi lingua, app che ti permettono di vedere la Cnn o Rainews 24 in diretta. In più, puoi farlo in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, anche all’estero utilizzando una rete wifi – a meno che tu non venga proprio abbandonato nel deserto.

Tutto ciò rende ovviamente molto più facile scrivere un articolo o anche, mettiamo, prendere appunti e raccogliere materiali per un lavoro di ricerca molto più ampio, cui dedicarsi in un secondo momento. Ma tornando alla domanda di prima: uno strumento straordinariamente utile può creare l’illusione che sia conveniente sostituire in toto ogni approccio fisico alla realtà?

Sì, può farlo. E proprio qui sta l’errore da evitare.

La lezione di Kapuscinski

Se faccio molta attenzione ai modi di interazione con la realtà è perché sono uno scrittore di non-fiction. Nei libri che ho scritto partendo da elementi di realtà (inchiesta sul campo, dati storici, carte giudiziarie…) ho provato a sviluppare in una dimensione meta-giornalistica dei tessuti narrativi in un cui il reportage divenisse altro da sé, approdando a una dimensione letteraria.

Per questo (ma, in fondo, il discorso vale anche per qualsiasi romanziere che costruisce il suo romanzo) ritengo che ci sia un momento della raccolta e un momento della scrittura. Un momento per la raccolta di materiali e informazioni, e un momento in cui ci si mette alla scrivania per scrivere. Non è detto che le due fasi siano cronologicamente separate, possono amalgamarsi, si può procedere a zig zag, fare la spola tra la propria scrivania e il vasto mondo. Ciò che è certo è che i due momenti non sono sovrapponibili: non si può essere allo stesso tempo (mentalmente e fisicamente) alla scrivania e in giro per il mondo. La scrittura verrà necessariamente dopo una fase di ricerca.

Pongo questa distinzione per meglio affrontare la domanda che ho provato a formulare. Come cambia, allora, il lavoro di ricerca con l’irruzione dell’era digitale? E come cambia, invece, il momento della scrittura (che è però necessaria conseguenza, almeno per me, di quel primo momento)?

È innanzitutto dell’approccio fisico alla realtà che vorrei parlare.

Una volta il grande reporter e scrittore polacco Ryszard Kapuscinski, sollecitato dalle domande di Maria Nadotti a un seminario per giornalisti organizzato dalla Comunità di Capodarco, ha provato a chiarire il suo punto di vista: “Il giornalismo sta attraversando una grande rivoluzione elettronica. Le nuove tecnologie facilitano enormemente il nostro lavoro, ma non ne prendono il posto. Tutti i problemi della nostra professione, le nostre qualità, la nostra manualità rimangono inalterati. Qualsiasi scoperta o miglioramento tecnico può certamente aiutarci, ma non può sostituirsi al nostro lavoro, alla nostra dedizione a esso, al nostro studio, al nostro esplorare e ricercare.”

Le considerazioni fatte da Kapuscinski in quel seminario sono poi state raccolte in bel volume edito dalla casa editrice e/o (R. Kapuscinski, Il cininico non è adatto a questo mestiere, a cura di M. Nadotti, e/o, Roma, 2002). Nel corso di quell’incontro, poi, il reporter ha aggiunto un passaggio che ritengo essenziale:

Per noi giornalisti che lavoriamo con le persone, che cerchiamo di comprendere le loro storie, che dobbiamo esplorare e investigare, l’esperienza personale è naturalmente fondamentale. La fonte principale della nostra conoscenza giornalistica sono “gli altri”. Gli altri sono coloro che ci dirigono, ci danno le loro opinioni, interpretano per noi il mondo che tentiamo di capire e descrivere.

Non c’è giornalismo possibile fuori dalla relazione con gli altri esseri umani. La relazione con gli altri è l’elemento imprescindibile del nostro lavoro. Nella nostra professione è indispensabile avere qualche nozione di psicologia, sapere come rivolgerci agli altri, come trattare con loro e comprenderli.

Credo che per fare del giornalismo si debba essere innanzi tutto degli uomini buoni, o delle donne buone: dei buoni esseri umani. Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino. È una qualità che in psicologia viene chiamata “empatia”. Attraverso l’empatia si può capire il carattere del proprio interlocutore e condividere in maniera naturale e sincera il destino e i problemi degli altri.

[…] E senza l’aiuto degli altri non si può scrivere un reportage. Non si può scrivere una storia. Ogni reportage – anche se firmato solo da chi l’ha scritto – in realtà è il frutto del lavoro di molti. Il giornalista è l’estensore finale, ma il materiale è fornito da moltissimi individui. Ogni buon reportage è un lavoro collettivo, e senza uno spirito di collettività, di cooperazione, di buona volontà, di comprensione reciproca, scrivere è impossibile.

Nel reportage Shah-in-Shah (Feltrinelli, Milano, 2001), in cui narra gli eventi della rivoluzione iraniana del 1979, Kapuscinski rivela che – non conoscendo una parola di persiano, e dovendosi aggirare tra le maglie della censura e la repressione della polizia dello Shah – aveva elaborato un metodo infallibile per capire quando ci sarebbe stata, di lì a poco, una manifestazione oceanica. Osservava attentamente fin dal mattino se le serrande di alcuni negozi fossero abbassate o meno. Se lo erano, ci sarebbe stato uno di quei raduni che poi hanno abbattuto il regime.

Insomma, da una parte ci sono la capacità di fiutare la realtà e l’attenzione ai dettagli (anche quelli non verbali), dall’altra “gli altri”, e l’empatia nei loro confronti.

Credo anche io che senza “gli altri”, come li chiama Kapuscinski, senza quella lunga catena di individui, di cui  chi scrive è solo l’ultimo anello, difficilmente si potrebbe scrivere qualcosa. Allo stesso tempo credo che – per quanto siamo circondati da strumenti digitali che ci permettono di controllare una quantità sterminata di informazioni – la buona non-fiction si debba scrivere sempre con la suola delle scarpe. Andando nei posti, sentendo gli odori e gli umori, cogliendo l’aria del tempo o, più semplicemente, quella di un particolare luogo.

L’importanza di tale approccio fisico alla realtà rimane inalterato anche per il reporter nel XXI secolo. Perdendo tale approccio, la scrittura ne risente inevitabilmente.

Pertanto sono portato a pensare che l’universo digitale (gli smartphone e i tablet di cui disponiamo 24 ore su 24) siano degli utilissimi strumenti fino a quando rimangono degli strumenti. Nel momento in cui si fanno sistema, e ci risucchiano al loro interno, non è solo la scrittura che rischia di modificarsi. È il nostro rapporto con il mondo che tende ad anestetizzarsi.

So bene quale sia l’obiezione: il medium è sempre sistema, sostengono molti. Modifica sempre il fine per cui viene utilizzato. In parte, lo ammetto, è così. Io stesso credo di essere uno scrittore, un reporter, inevitabilmente “mutato” rispetto a uno scrittore o un reporter di sessanta o settanta anni fa. Non è che la colpa sia mia o loro, semplicemente è accaduto.

Ciononostante credo che la vera scrittura (quella che dimostra autonomia di ragionamento) nasca sempre dalla creazione di un diaframma tra sé e il mezzo adottato, tra sé e lo stesso mondo che – pur incontrato fisicamente – verrà narrato. E credo anche che tale diaframma, oltre a essere necessario, sia l’unica cosa che possa permettere a ogni autore di utilizzare gli strumenti digitali (quando se ne serve) come meri strumenti.

Ancora sulla realtà

Vorrei aggiungere una precisazione a quanto detto finora, per evitare di apparire troppo realista o naturalista, nel mio rivendicare la necessità di un approccio alla realtà, pur in epoca digitale.

Sempre più spesso, oggi in Italia, ci si oppone al minimalismo, alla letteratura per la letteratura, alla superficialità di giornali e televisioni, alla stessa mutazione digitale del mondo – tutte operazioni apparentemente sacrosante – brandendo la necessità di un vago realismo. Come se occuparsi di realtà, di quello che ci succede intorno, possa essere di per sé moralmente giusto. Detto in altri termini, ciò suggerisce l’idea che basti accendere una telecamera all’angolo tra due strade, senza porsi tutta una serie di riflessioni sullo sguardo, sulla relazione tra soggetto e oggetto dell’osservazione, sui modi del racconto, per cavare fuori una trasposizione del reale. Ma la questione è un po’ più complessa.

Tutta la filosofia e la sociologia del Novecento (o quasi) si basano sul presupposto che la Verità e la Realtà, con la V e la R maiuscola, non esistono. Che lo Sguardo Oggettivo non esiste. Che è possibile cogliere pezzi di realtà, e che è possibile farlo soggettivamente, solo da un punto di vista che si colloca all’interno della tela che si sta osservando, e non al di fuori. Ciò non vuol dire che bisogna darla vinta al relativismo e al solipsismo più assoluti. Ciò non vuol dire che sia possibile raccontare solo il proprio ombelico (o la propria famiglia, la propria casa, il proprio partner…). Vuol dire semplicemente che ricostruire, nel racconto, nell’osservazione, parti della tela che trascendano il proprio io (e la propria famiglia, la propria casa, la propria classe sociale…) è molto difficile. Ed è molto difficile farlo liberandosi dei propri pregiudizi, delle proprie credenze, mettendole in discussione, interagendo con loro criticamente. La realtà, detta così, è un contenitore che non spiega niente.

Mi aiuto con una citazione da Max Horkheimer. Alla metà degli anni trenta del secolo scorso, in un saggio intitolato Sulla metafisica bergsoniana del tempo, poi pubblicato nella raccolta Teoria critica (Einaudi, Torino 1974), il filosofo tedesco arrivò a lambire il punto che mi interessa mettere in luce. Da allora il mondo è radicalmente cambiato, ma su un piano strettamente filosofico i termini della questione mi paiono identici. Scriveva Horkheimer:

In Bergson si trova la frase: “(…) Il filosofo non ubbidisce né comanda: cerca di simpatizzare.” Questa formulazione contiene, involontariamente, un’esatta espressione della situazione sociale in cui la filosofia è venuta oggi a trovarsi. Ci pare che da questa attività intellettuale che è diventata impotente l’umanità non debba tanto attendersi un’indifferenziata simpatia con la realtà, quando piuttosto il riconoscimento delle sue contraddizioni. La simpatia col tutto è altrettanto vuota che quei concetti universali che sono giustamente criticati da Bergson.

Basta sostituire la parola “filosofia” con la parola “reportage” e la parola “filosofo” con la parole giornalista, scrittore, ricercatore per avere una prima definizione della posta in gioco. Per ripetere ancora una volta le parole di Horkheimer occorre fuggire da “un’indifferenziata simpatia con la realtà”, separare il grano dal loglio, individuando le linee di fratture. Come? Riconoscendo le contraddizioni. In altre parole, decidendo da che parte stare.

Non solo la realtà è varia e piena di contraddizioni, e bisogna decidere sovente da che parte stare. La realtà è spesso incomprensibile. Le motivazioni che spingono uomini e donne a fare alcune cose anziché altre a volte paiono inspiegabili, sono difficili da decifrare.

Prendiamo Pastorale americana o La macchia umana, due grandi romanzi di Philip Roth, entrambi editi da Einaudi. Sia in un libro che nell’altro, dopo quattrocento pagine e passa di romanzo, quando abbiamo concluso la lettura ancora non riusciamo a mettere a fuoco pienamente che cosa passi davvero per la testa dei personaggi principali. Roth ci porta ogni volta sull’orlo di un abisso, laddove le psicologie si frantumano in mille pezzi e in mille facce, e le relazioni tra uomini e donne, padri e figli, amici e nemici, si rovesciano e ricompongono in forme sempre nuove. Ogni volta che siamo sicuri di intravedere il fondo dell’abisso, si apre un nuovo strapiombo. E allora, in quei momenti, viene ancora una volta da chiedersi: che cosa è la realtà? Che cosa regola la vita di una società?

Dovessi dare un suggerimento a chi si accinge, per la prima volta, a scrivere qualcosa sarebbe quello di far proprio lo sguardo di Roth. Quanto alla scrittura, sarebbe impossibile imitarlo per la quasi totalità del genere umano, ma quanto allo sguardo no, possiamo provare a incamminarci – ogni volta – per lo stesso sentiero. E guardare a ogni storia umana, avendo in testa Pastorale americana o La macchia umana. Ogni vita umana è un abisso, chi può pretendere di saper raccontare il tutto?

Ancora sul digitale

Ora però mi chiedo se il ragionamento fatto sinora non nasconda un punto di vista fortemente soggettivo, o quanto meno fortemente collocato. Ho sì riflettuto sul rapporto tra realtà, mondo digitale e scrittura, ma l’ho fatto da una prospettiva decisamente legata alla mia generazione. Quella di chi è nato, lo ripeto ancora una volta, negli anni settanta del secolo scorso e ha attraversato negli anni della sua formazione il passaggio decisivo tra il mondo di prima e il mondo di dopo. Ma un sedicenne o un ventenne aspirante scrittore o reporter (quando magari non lo sia già, sia l’una che l’altra cosa) come risponderebbe al quesito su come il mondo digitale cambia la sua scrittura?

Non credo adotterebbe mai alcun riferimento al “passaggio d’epoca”, tanto per incominciare, per descrivere qualcosa che è avvenuto in concomitanza con la sua nascita, o con gli anni della sua scuola elementare.

Per coloro i quali la scrittura si è data immediatamente (anche) come scrittura digitale, per coloro i quali il rapporto con il mondo si è dato immediatamente (anche) come rapporto simbiotico con il mondo digitale, la prospettiva è radicalmente diversa. Credo che il nostro sedicenne o il nostro ventenne risponderebbero in maniera  molto diversa alle domande che mi pongo sul rapporto con la realtà e con il realismo.

Aggiungerebbe, credo, un ulteriore elemento di discussione molto concreto. Io, in fondo, pur servendomi di strumenti digitali scrivo ancora essenzialmente per giornali cartacei, e solo incidentalmente per qualche edizione on-line. Per inciso, lo ammetto, non sono su Twitter o su Facebook. Insomma, chi ha vent’anni meno di me farebbe fatica a non definirmi un conservatore.

Egli invece (oltre a far mediare costantemente ciò che scrive da Twitter o da Facebook) diverrà presto parte di un mondo editoriale in cui le edizioni on-line, e lo scrivere solo per l’on-line, sta sopravanzando lo scrivere per il cartaceo. Non che quest’ultimo stia scomparendo definitivamente: semplicemente si sta riducendo, ed è comunque interpretato come un’opzione secondaria da un sedicenne o un ventenne che inizia a mettere in fila i suoi pensieri o le sue esperienze.

Temo che la questione appena sollevata sia davvero enorme. E che sia necessario riflettervi a lungo nei prossimi anni. Per il momento, l’unico consiglio che sento di poter dare a un ventenne (che ha più o meno la stessa età di mio fratello più piccolo) è quello di continuare a leggere i romanzi di Philip Roth. E così quelli di Tolstoj o Dostoevskij. E così ascoltare la musica di Mozart, Bach o Bob Dylan. E così vedere i film più importanti della storia del cinema. Perché proprio lì, confrontandosi con quelle opere straordinarie, può accorgersi come l’attenzione al cambiamento dei tempi sia sempre andata di pari passo con il rispetto dell’enorme complessità della dimensione umana.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
4 Commenti a “Scrivere su uno smartphone. Dappertutto”
  1. Giulio Mozzi scrive:

    Leggo, all’inizio:

    “..ho pensato che avrei solo perso tempo a scrivere il pezzo a mano, per poi dettarlo al telefono, o a mettermi in giro alla ricerca di un internet point,..”

    Vedo che la possibilità di dettare il pezzo senza scriverlo prima non è nemmeno presa in considerazione.

    E allora mi vien da domandarmi: che cosa si sarebbe potuto dire, un po’ d’anni fa, notando che c’era chi non era capace di dettare un articolo senza scriverselo prima?

    (Dettare improvvisando richede alcune capacità specifiche: non solo quella di rendersi conto della lunghezza di un pezzo mentre lo si detta, ma soprattutto quella di organizzare preventivamente l’articolazione, il peso dei vari passaggi eccetera. E, soprattutto, richiede di immaginare il testo scritto come *trascrizione* di un testo mentale. E così via).

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    I “nativi digitali” hanno un approccio diverso alla cultura e alla trasmissione del sapere in generale.
    Si stanno trasformando, inconsapevoli, in individui usa&getta.
    Ma questi sono cazzi loro.

    Piuttosto, c’era proprio bisogno della marchetta alla Apple?

  3. Anna Castagnoli scrive:

    Bella questa riflessione sull’abisso della realtà che ci circonda. Grazie

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