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Se il futuro sono i grillini…

Riprendiamo questo articolo di Alessandro Leogrande uscito sull’ultimo numero de «Lo straniero» (luglio, n.145), di cui segnaliamo – tra le altre cose – anche una “Lettera da Parma” di Alberto Grossi, l’epistolario tra Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte, due lunghe interviste a Luciano Gallino e Walter Siti.

Se si votasse oggi per le elezioni politiche, dice l’ultimo sondaggio Swg pubblicato prima della chiusura di questo numero di “Lo straniero”, il Movimento 5 stelle prenderebbe il 21% dei voti. Un’enormità, dopo il crollo della Prima repubblica. Sarebbe il secondo partito d’Italia, dopo il Partito democratico, fermo al 24%. Il Pdl, sempre secondo il sondaggio Swg, sarebbe in caduta libera, intorno al 15% dei voti. Tutti gli altri (Udc, Lega, Idv, Sel) si aggirerebbero tra il 5 e il 6%. I sondaggi sono sondaggi: vanno presi con le pinze, soprattutto a molti mesi di distanza dalle elezioni reali. Tuttavia quello che si va delineando è molto più di un terremoto politico. Si tratta di una vera e propria frattura del corso costituzionale.

La cosa più impressionante delle intenzioni di voto, in questo frangente storico-politico, è la loro totale liquidità. Il Movimento 5 stelle è passato dal 7% al 21% in meno di un mese, in concomitanza con il successo delle amministrative a Parma e in altri importanti comuni. Stando così le cose, è allo stesso modo del tutto “normale” che scenda al 10% o che salga addirittura al 35%… Le due ipotesi, nell’Italia sconquassata di questi mesi, sono entrambe plausibili, per nulla avventate. Per anni abbiamo detto che, in questo paese, il consenso politico non si coagula più, che i partiti annaspano, che quelli personalistici sono soluzioni lacunose (oltre che antidemocratiche), che lo stesso berlusconismo interprete del carattere degli italiani si è rivelato politicamente un guscio vuoto, esploso in mille rivoli con l’uscita di scena di Berlusconi. Certo, non è escluso che Berlusconi possa tornare sulla scena per l’ennesima volta, con la solita discesa in campo. Tuttavia il disco appare rotto, e lo scenario mutato: il Movimento 5 stelle avanza in un deserto di sabbia, in una società fatta di granelli isolati gli uni dagli altri. Una società profondamente debole, rancorosa, facilmente conquistabile. Grillo e il suo entourage l’hanno fiutato. Hanno fiutato il vuoto e il modo di crescere al suo interno.

Per questo è importante riflettere sulla natura del Movimento 5 stelle. Prendere di petto ora ciò che di equivoco c’è al suo interno, non giocare semplicemente di rimessa come fa il Pd. A farlo, i suoi massimi dirigenti rimarranno presto con il cerino in mano.

Da una parte il Movimento 5 stelle occupa un vuoto lasciato libero dal tracollo del Pdl e della Lega. Molta delle sua strategia antipolitica pesca nel tradizionale bacino della destra italiana. Parlare oggi di Casta (nonostante l’evidente trasversalità dei casi di corruzione) è un modo rassicurante per non fare i conti con il berlusconismo, è il rifiuto assolutorio di un giudizio storico sugli ultimi quindici anni di storia italiana. Nella notte in cui tutte le vacche sono nere, non ci sono responsabilità individuali. Non ci sono distinzioni di sorta, solo un convulso latrare. Che è poi quello che fa Beppe Grillo dal suo blog ogni giorno.

Tuttavia, benché lo slogan “né destra né sinistra” dei grillini, oltre che insulso, sia decisamente populista, non si può negare che il Movimento 5 stelle nasca anche dall’involuzione dei movimenti italiani degli ultimi dieci anni. Per anni, da Genova in poi, abbiamo sostenuto che i movimenti nati fuori dal recinto partitico, nel cuore della società, si sarebbero dovuto riappropriare della (vera) politica elaborando un linguaggio nuovo, introducendo nuove pratiche, e ora il primo movimento che rischia di vincere le elezioni è quello di Grillo. Che cosa è andato storto? Perché la democrazia-on-line, di cui i grillini fanno ampio uso, ha prodotto tutto questo?

È chiaro che c’è una differenza tra quei movimenti e questo movimento. Il grillismo non solo risponde al vuoto dei partiti, ma traghetta la politica extra-istituzionale verso il cono di bottiglia dell’antipolitica. Poi ci sarà pure il Travaglio di turno che dice che oggi l’antipolitica è la vera politica (non sorprende che sia proprio lui a dirlo), ma il discorso è un altro. Il Movimento 5 stelle è la negazione dell’universalismo dei movimenti di emancipazione, di giustizia globale e di democrazia diretta degli ultimi anni. È piuttosto la somma di molteplici sindromi “nimby” sparse sul territorio nazionale: un arcipelago di particolari no a qualcosa raccolti intorno al guru Grillo. A questo punto, qualsiasi grillino urlerebbe che Grillo non è il leader del movimento, non ricopre nessuna carica, è solo un suscitatore di idee… Eppure, se uno scarica il “non-statuto” del Movimento dal loro sito, può leggere testualmente: “Il Movimento 5 Stelle intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, (…) e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo così come le proposte e le idee condivise nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, in occasione delle elezioni per la Camera dei Deputati, per il Senato della Repubblica o per i Consigli Regionali e Comunali”.

Basta questo a definire un movimento che si stringe intorno a un suo padre-padrone, che non a caso decide dall’alto che si candida e chi no, chi parla e chi no, chi espellere e chi no. I grillini, a questo punto, continuerebbero a dirci: non volete proprio capire, Grillo non ha nessuna carica e non si candiderà mai… Senza comprendere che stanno alimentando una dubbia strategia politica: in quali altri sistemi, del presente o del passato, a decidere ogni cosa e a tirare le file di un movimento è un leader che ufficialmente non ricopre alcun ruolo?

In uno degli ultimi comunicati postati sul suo blog, Grillo ha scritto: “Il Movimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi. È l’avvento di una democrazia popolare che pretende di decidere, di controllare il destino del suo Paese, del suo Comune, della sua vita.” Non è solo il tono messianico a infastidire: è quella pretesa “di decidere, di controllare” le sorti di un Paese e “della sua vita” che getta un’ombra sinistra su tutto il grillismo, delinea una grammatica oscuramente totalitaria. Tanto da far pensare: ma davvero Grillo non si rende conto delle parole che usa? dei concetti con cui gioca a fare il capopopolo?

Insomma alcuni esponenti del Movimento 5 stelle potranno anche “ben” amministrare comuni grandi e piccoli. In fondo lo ha fatto anche la Lega da qualche parte, benché la frontiera degli enti locali sia una brutta gatta da pelare, e quasi sempre è il terreno su cui i movimenti “contro” denotano i vizi peggiori. Ma nel momento in cui ci si confronta col piano generale delle idee, i buchi neri si allargano. Molte delle ambiguità del grillismo (a parte le urla tipiche di ogni populismo) nascono dall’utilizzo della categoria dei “beni comuni”. È su questo versante che il movimento ha avuto un successo carsico. Eppure qual è il “comune” di cui i grillini parlano? E soprattutto: chi può far parte di questo “comune”? È proprio su questo fronte che emerge la tara particolarista del movimento, la sua regressione antiuniversalista.

Facciamo un esempio lampante. Da una parte nel loro programma si legge: “Cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano.” Sì, ma chi può essere cittadino italiano? Pochi mesi fa Grillo si è scagliato contro la campagna “L’Italia sono anch’io”, che chiede la cittadinanza italiana per i bambini figli di genitori stranieri nati in Italia e il diritto di voto amministrativo per i lavoratori regolarmente presenti in Italia da cinque anni, con queste assurde parole: “La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della ‘liberalizzazione’ delle nascite.”

“Liberalizzazione delle nascite” è davvero un’espressione atroce, degna dei fanatici di Casa Pound. Tuttavia quello che qui preme sottolineare (accanto alla completa disattenzione del Movimento 5 stelle verso il tema cruciale dell’immigrazione) è il nodo della cittadinanza in salsa grillina, e la relazione tra essa e il concetto di “beni comuni”. Chi ha accesso a questi benedetti “beni comuni”, per i grillini? Tutti gli italiani, in una idea profondamente regressiva della nazionalità, che diventa campanile esasperato nel momento in cui si scende sul piano del benecomunismo municipale.

La prima scivolata del neosindaco di Parma Pizzarotti è rivelatrice. Appena ha annunciato in pompa magna che l’inceneritore non si farà più (perché altrimenti i bambini morirebbero di tumore) in molti gli hanno domandato: e i rifiuti come li smaltiamo? In Olanda, ha risposto Pizzarotti, li mandiamo in Olanda. Quando qualcuno gli ha fatto notare (come raccontato da Paolo Nori) che, seguendo la stessa logica del suo ragionamento, ciò provocherebbe un aumento della mortalità dei bambini olandesi, Pizzarotti ha candidamente risposto: “In Olanda non governo io”.

C’è un discorso a margine, che va affrontato su una rivista come “Lo straniero”: la fine dell’ecologismo politico universalista, che proviene da Ivan Illich e Alex Langer, e la sua sostituzione con un ambientalismo grillino regressivo e particolare. Il punto, per quest’ultimo, non è pensare a un nuovo modello di convivenza, ma affermare un no particolare costi quel che costi, che non tenga conto degli “altri”, gli esclusi dal “proprio” benecomunismo, su cui si scaricano le conseguenze. Questa torsione del pensiero, che mette in discussione il rapporto tra ecologia, cittadinanza globale ed emancipazione degli oppressi, va ben al di là delle convulsioni del Movimento 5 stelle. Ci riguarda da vicino. Ed è una di quelle cose cui dare una risposta, per evitare che, anche qui come altrove, il grillismo avanzi nel vuoto.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
8 Commenti a “Se il futuro sono i grillini…”
  1. “È piuttosto la somma di molteplici sindromi “nimby” sparse sul territorio nazionale: un arcipelago di particolari no a qualcosa raccolti intorno al guru Grillo.” Governeranno a forza di no (ad occhio è croce non è facile: faccio loro i miei migliori auguri) oppure… tanto in Olanda non governano loro. Bell’articolo.

  2. Nunzio Festa scrive:

    per fortuna, qualche giorno fa, é nato a Pisticci Scalo – Matera – Basilicata
    il coordinamento nazionale No Triv, altro che “ecologismo”.

    b!

    Nunzio Festa

  3. LM scrive:

    Bisogna domandarsi chi ha prodotto l’energia politica che fa oggi da capitale iniziale della ditta Grillo-Casaleggio. Secondo me sono stati i sempre più elaborati esercizi di indignazione acrobatica fatti dai tanti imbonitori nel circo mediatico, senza fare nomi che è antipatico. Ma limitandosi a noi quattro gatti che ci occupiamo di fatti d’arte, la letteratura in particolare: non siano stati anche noi a spostare il baricentro dalle forme ai contenuti, dal testo all’autore del testo, dalla trasparente autorevolezza (o inautorevolezza) del testo alla quasi sempre oscura autorevolezza dell’autore del testo? Non siamo anche noi a gettare letame sulla forma partito – tra le poche rimaste sane il PD, che bene o male esercita la sua influenza sui cittadini votanti mediante uso di forme democratiche come elezione dei delegati dopo serrati confronti che partono dalle più piccole frazioni e arrivano alle sedi centrali? Non siamo noi a sparare a più non posso sulla persona Massimo D’Alema invece che sulle sue decisioni o dichiarazioni politiche (le quali ultime, in chiave rinnovamento del socialismo europeo nel quale è ai vertici, raramente fanno grinze)? Passando da i’ ricreativo della politica a i’ curturale: non siamo noi a sostenere la pessima esperienza del Teatro Valle bene comune, populista e burocratica quanto mai? Perché non diciamo che dal punto di vista della Democrazia non sta né in cielo né in terra che i beni comuni debbano essere amministrati dagli occupanti invece che dalle Istituzioni? E se arrivasse qualcuno a occupare l’acquedotto, l’ospedale, la strada? Insomma, non la sto a fare troppo lunga: penso che il fenomeno Grillology l’abbiamo prodotto tutti quanti, che gli abbiamo portato acqua con le orecchie, come si dice, ingenuamente o meno. La politica (per certi versi anche l’arte) è oggi una scienza, che va studiata, e praticata da scienziati e ricercatori all’interno di paradigmi che sono si discutibili e superabili, ma mediante confronto tra scienziati vecchi e scienziati nuovi, ortodossi e eterodossi, no mediante confronto tra scienziati e stregoni. Andare a cercare legittimità dal popolo invece che dagli appartenenti alla comunità scientifica è una scorciatoia che non porta da nessuna parte, in ogni caso non porta nulla di buono (nemmeno cercare legittimità dai lettori, come fa quello che dice sempre ” il mio pubblico “). Per fortuna le forme non arretrano difronte agli spauracchi contenutistici, gli scienziati non si faranno sopraffare dagli stregoni (in questo senso gli incapaci con curriculum, i grillologyani, sono destinati a non contare un C). Ma sarà l’ennesima affermazione del qualunquismo dei cittadini, che continueranno a coltivare il proprio egoismo dicendosi tra loro che tanto non cambia mai nulla e qui e là, dovendosi giustificare con la propria coscienza e con la storia del fatto che sono loro stessi a non cambiare mai, né nelle forme né nei contenuti.

  4. peppe scrive:

    bel pezzo, da sottoscrivere. Mi viene istintivo sparare bordate contro il populismo grillino ma, forse, servirebbe di più muoversi per arginarlo.
    Forse solo ragionando un po’ di più?
    grazie

  5. Enrico Marsili scrive:

    Grillo cresce e si afferma in un paese alla deriva, e va bene. Ma questa deriva e` anche industriale ed economica. E` il passaggio da un tessuto industriale a uno terziario con poco valore aggiunto, e` il taglio di istruzione, universita` e ricerca, e` l` arroccamento su posizioni difensive e con prostpettive temporali limitatissime. E` la crescita della poverta`, che deriva (semplificando) da tutti gli altri fattori. Non vedo nessuno che risponda davvero a queste istanze. Neanche Grillo, ma almeno (si crede) lui non ne e` il responsabile. Schema gia` visto quando Berlusconi vinse per la prima volta. Anche se allora la crisi economica e il cambiamento sociale erano agli inizi. Bisogna ricominciare ANCHE dall` economia e da una visione delle cose che vada al di la` del mese prossimo.

  6. Brenta scrive:

    Bell’articolo. Quello che manca ancora è un profilo sociologico, o meglio, uno studio efficace sulle varie tipologie di grillino. E’ vero che viviamo in una società di “granelli sparsi”, ma il fenomeno affonda le sue radici in un humus socioculturale che non riguarda soltanto la piattaforma del Movimento, ma le varie forme di antipolitica “soft” (per così dire) e apparentemente innocua che interessano i blog e i social network. Buona parte dei grillini proviene da lì, ed è proprio questo, se mi passate il termine, il “tessuto omologante” che li permette di riconoscersi in un movimento malgrado, anzi forse proprio in virtù della confusione ideologica e della farragine di programmi e proposte intorno ai cosiddetti “problemi”. Viene da chiedersi quando e fino a che punto questo potenziale di aggressività potrà diventare reale. I social network (ripeto: piattaforma preferita dai grillini) rappresentando infatti degli antidoti – ragione peraltro della loro diffusione globale – e dei veicoli perché l’aggressività possa essere incanalata su binari “sicuri”, generando un effetto palese e un rischio sempre incombente. L’effetto è la sindrome di impotenza. Non c’è altra chiave per “leggere” i toni messianici di Grillo e quelli da invettiva (sarcastico-moralistica) del Movimento. Il rischio è quella ad essa connesso, è può essere quello dell’implosione quanto quello di una esplosione di violenza reale.

  7. gigi capastìna scrive:

    Niente da eccepire sulla modalità e la qualità, ma come al solito, tutta le verve e la ludicità se ne vengono fuori DOPO, e senza un minimo di strategia di riappropriazione delle PROPRIE contradddizioni: utile a individuare gli errori da non commettere più, e soprattutto il nemico da battere; e NON è Grillo, né il grillismo: quella, semmai, è un’opportunità da cogliere. Lo dico a me: Cogliere! Coglier! Coglie! Cogli!

  8. Donato scrive:

    Non sono un’esperto di politica e tantomeno un letterato profondo che conosce la storia d’Italia, non sono neanche un giornalista, penso di essere una persona normale, semplice, nella media, figlio di operai che mi hanno educato come hanno potuto.
    Mi sono conquistato un minimo di lavoro professionale che fino ad oggi ancora mi da da vivere nonostante le serie difficoltá che negli ultimi anni sono aumentate.
    Ho 50 anni e da quando ho cominciato da giovincello come tutti a ragionare un po’ autonomamente, le prime impressioni che ricevevo dal mondo politico italiano erano gli anni di piombo! il terrorismo, l’uccisione di Moro etc. etc.
    Si viveva costantemente nel terrore, poliziotti che picchiavano fascisti e comunisti anche loro e quant’altro, passarono quegli anni tremendi per aprire le porte agli anni della corruzione fatta alla luce del sole, gli Andreotti i Craxi etc. con le stragi mafiose pentiti etc. finiti quelli (apparentemente) venne Berlusconi ! dalla padella alla brace! Incredibilmente crolló il governo e finalmente sembrava che le cose, anche se precarie, potessero assestarsi, come un momento di quiete dopo la tempesta, era talmente incredibile la sensazione che un pensiero paranoico occupava la testa dei tanti come me: i semplici, i normali i cittadini medi: “quanto durerá”? Infatti duró pochissimo, non ci voleva comunque una fattucchiera per prevederlo.
    Venne di nuovo Berlusconi e l’assurda e ridicola altalena dei governi incapaci che crollano come castelli di sabbia, fino ai giorni nostri!
    Insomma ! per farla breve la storia della politica italiana dagli anni settanta in su ( che é quella che ho vissuto) a parte micro pause é stata una vera schifezza e quello che volevo dire in conclusione che tanto peggio di cosí non puó andare, per cui proviamo con Grillo no? Badate bene, non sono un grillino! forse un po’ antipolitico magari si, con tutte le fregature che ho avute ce ne vuole di ottimismo per credere in una politica come la nostra. E dunque qual’é il problema, tra i tanti soggetti patetici del nosrto paese un comico non sará certo la fine del mondo! Su! forza intellettuali! siate piú ottimisti! uscite dalle teste e andate in piazza!

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