Se il nostro sguardo è sempre culturale

Questa recensione al libro di Riccardo Falcinelli, Guardare Pensare Progettare. Neuroscienze per il design, è uscita su Repubblica.

di Giorgio Vasta

“Mi piace guardare”, dice Chance Giardiniere in Oltre il giardino, quasi consapevole della densità interna a un’azione talmente radicata in ognuno di noi da non riuscire più a essere percepita neppure come un’azione vera e propria bensì come una specie di intelaiatura originaria, l’endoscheletro sul quale si fonda il nostro stare al mondo.
Se il personaggio immaginato da Jerzy Kosinski e interpretato al cinema da Peter Sellers avesse avuto modo di leggere Guardare Pensare Progettare. Neuroscienze per il design, il libro di Riccardo Falcinelli appena edito da Stampa Alternativa & Graffiti, si sarebbe reso ulteriormente conto della quota di vertiginosa complessità intrinseca a ogni nostra percezione visiva. E avrebbe probabilmente constatato che il cervello è una trappola che cattura lo spazio, che lo imprigiona e al contempo gli permette di sprigionarsi, dunque il cervello è la cosa dove tutto accade, dove il fuori diventa dentro senza smettere di stare fuori, dove sinergia e sincretismo non sono circostanze eventuali bensì condizioni strutturali. Perché in quel tutto che è il nostro cervello, tutto funziona simultaneamente e in relazione.
Nella prima parte del suo studio Falcinelli ci conduce allora nell’esplorazione dell’occhio e del cervello chiarendo che il percorso che si sta compiendo non è per nulla scontato: “Paradossalmente il cervello umano capisce benissimo le macchine e i meccanismi, ma fatica a capire i processi organici. Del resto, come ha detto qualcuno, il cervello non si è evoluto per capire se stesso, e, fra tutte le discipline, la biologia è quella che più ci pare controintuitiva, perché cerchiamo di smontarla come facciamo con le macchine, cercandone il funzionamento mentre dobbiamo coglierne il divenire, l’incessante trasformarsi.”
E questo incessante trasformarsi biologico, nel connettersi a tutto ciò che non è in senso stretto corporeo, dà luogo a quel cortocircuito fisiologicamente straordinario che è il nostro sguardo sulle cose.
La visione – chiarisce infatti Falcinelli attingendo alla sua attività di art director in ambito editoriale (minimum fax ed Einaudi Stile Libero), nonché a un impressionante studio critico delle più recenti acquisizioni delle neuroscienze – è un processo molteplice; non mobilita soltanto l’apparato visivo ma è intersensoriale, non promana solo dal biologico perché ogni atto visivo è in sé necessariamente culturale. Ciò che di fatto vediamo, il cosa, dipende dunque sempre dal come, e il come concentra al proprio interno, ancora, una dimensione fisica (l’angolo visuale, per esempio) e uno stato d’attivazione psicologica – desiderio, timore, curiosità, le diverse condizioni che connotano ogni storia individuale.
Ma storia individuale dello sguardo vuol dire anche, necessariamente, storia collettiva, confronto col substrato sociale e dunque, ancora una volta, riconoscimento dell’influenza dei diversi filtri culturali che danno forma a consistenza alle nostre percezioni. Essere disponibili alla storicizzazione del proprio sguardo, porsi il problema del modo in cui un uomo del Quattrocento poteva osservare lo spazio – e delle differenze, a volte clamorose, tra la sua pratica del mondo e la nostra – ci permette di non dare nulla per acquisito e indiscutibile e di smaltire i luoghi comuni e le idealizzazioni che spesso incrostano il nostro sistema di conoscenze, anche quelle relative alla fenomenologia. Che, scrive Falcinelli, è di fatto l’oggetto principale delle sue riflessioni.
Se infatti per fenomenologia si intende, con l’autore, una “disposizione discorsiva dell’apparire”, dunque un lavoro di invisibile connessione logica di ciò che è in sé frammentario, allora ci si rende conto che buona parte della nostra vita sensoriale è una piccola ininterrotta battaglia per trasformare ciò che è destrutturato e puntiforme in un’esperienza lineare, in forma, disegno, produzione di senso.
“Guardare consapevolmente è già pensare; e pensare consapevolmente è già progettare.” In questo senso il libro di Falcinelli – non un classico manuale fondato su descrizioni e prescrizioni bensì un testo critico e dubitativo che intende di continuo problematizzare – è quella diottria supplementare che ci consente di vedere meglio il nostro sguardo al lavoro.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
5 Commenti a “Se il nostro sguardo è sempre culturale”
  1. BUFALA
    Falso testo di Elsa Morante
    ci casca anche l’Unità

    Ringrazio giorgio per la segnalazione.

    Purtroppo le bufale una volta lanciate non si fermano più, stavolta tocca all’Unità caderci in pieno e me ne dispiace assai.
    La riporta Ella Baffoni (che non so chi sia) in un articolo dal titolo “Personaggio un po’ ridicolo enfatico e impudico” Che Berlusconi sia ridicolo ecc. ecc. è scontato, e condivido, però ho il dubbio che sia altrettanto ridicolo, enfatico e impudico chi, come Stefano Nespor, ha manipolato un testo di Elsa Morante (una grandissima scrittrice italiana che meriterebbe più rispetto) e naturalmente anche chi lo fa circolare senza prendersi neppure la briga di andare a controllare.
    Controllare almeno in rete dove ora esiste il testo autentico che io, a suo tempo, ho ricopiato nel blog (lo trovate QUI). Inoltre, per i più sanamente sospettosi che non erano tenuti a fidarsi di me, ho scannerizzato e linkato le foto delle pagine di Paragone dove era uscito il testo autentico di Elsa Morante.
    Dopo verrà pubblicato nel libro di Alfonso Berardinelli Autoritratto italiano e nel Meridiani curati da Cesare Garboli e Carlo Cecchi
    Ella Baffoni e l’Unità si vergognino per la loro leggerezza.
    Io consiglio sempre che se ‘sti giornalisti troppo leggeri si imbattono in un testo che a loro piace troppo, prima si dovrebbero sempre informare e controllare perchè è facile che si tratti di una classica buccia di banana gettata come esca per farli scivolare. E … le bucce di banana è probabile che infurieranno e si moltiplicheranno con l’agonia (finalmente) della repubbica delle banane
    Stavoltà è stata l’Unità a scivolare dritta dritta sulla bufala avvelenata dell’anno che però ora, a differenza di quando il caso iniziò, era facilmente scopribile e neutralizzabile con il semplice uso di google.
    Devo confessare che sarei curiosa di conoscere chi ha fornito la polpetta avvelenata a Ella Baffoni. Però se la signora Baffoni fosse corretta e avesse segnalato (come sempre va fatto) la provenienza del testoda lei riportato, ora avrebbe scaricato la responsabilità sulla sua fonte invece così la vergogna ricade tutta su Ella Baffoni.
    – dal blog: “Georgiamada”

  2. davide scrive:

    Non ho letto il libro di Falcinelli, ma indubbiamente lo sguardo non è mai innocente. Questa tematica è stata affrontata in molti libri anche da Ernst Gombrich di cui vi consiglio “Il senso dell’ordine”.
    Saluti,
    Davide

  3. mauro la spisa (@malaspi) scrive:

    Testo chiaro,competente e stimolante: prosegue una lunghissima tradizione cognitiva che va dai Veda,ad Aristotele,Locke ed altri fino a noi.
    Sapere che il cervello si attiva con raffinatezza per darci la migliore percezione possibile del circostante ci meraviglia come può ‘sgonfiarci’ sapere che i pesci rossi o certi canidi dispongono di sonde percettive ancor più raffinate delle nostre. Tranquilli: il cervello lavora per ogni tipo di elaborazione-dati. Che vogliamo farne? Design, scultura, congegnazione,topologia quantica e…ontonoetica quando,ad es.,ci domandiamo se il percepito sia effettivamente reale o convenzionale,visto che altri viventi dispongono di altre sonde come ogni biografia personale e mappe culturologiche ? Non solo Commoner ma anche il buon Aristotele riteneva che la natura è mutevole.
    Soccorre la certezza che come per l’anguillla o l’aquila ciò che riescono a percepire vale per loro in misura irrefutabile e vincolante, altrimenti vivrebbero la vita di un asino o di un albero, così quel che noi percepiamo del mondo vale per noi in modo altrettanto vincolante e veridico. Con tutte le conseguenze ecologiche e dis-ecologiche del caso…

  4. Nimbo scrive:

    Il 21 dicembre comincia poco prima dell’alba.

  5. ne facevo cronaca solo spostando lo sguardo

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