Se le cose vanno male, almeno capire come e perché.

 

di Christian Raimo

Cosa è successo a Fukushima? Cosa sta succedendo? Cosa è probabile che succeda? I giornali e i politici italiani da più di una settimana stanno rivelando tutta la loro sconcertante mancanza di deontologia, per usare un eufemismo. A un Umberto Veronesi, presidente dell’Agenzia per la sicurezza sul nucleare, Repubblica ieri concedeva un intervento incomprensibile se non altro per la sua ambiguità e laconica sinteticità, con affermazione buttate là tipo che è scientificamente vero che l’umanità non sopravviverà senza il nucleare. La domanda che un lettore si poteva porre era: scusate, ma perché non fargli un’intervista? ma perché non cercare con un pezzo di spalla di sottolineare tutti i punti critici sollevati dall’articoletto di Veronesi? No: non è questo il giornalismo italiano. Mentre in questi giorni i pezzi del Guardian, del New York Times sono sempre articoli che informano, corredati da infografiche di questo livello, editoriali che cercano di fornire al lettore gli strumenti per formarsi un’idea, quelli di Repubblica e del Corriere – per stare alla migliore stampa mainstream – sono improntati all’annuncio dell’Apocalisse, o della scampata Apocalisse: allarmano, consolano. Provate a leggere questo articolo di martedì scorso dell’inviato in Giappone Daniele Mastrogiacomo sull’esplosione di idrogeno nel reattore 3: troverete nell’ordine le espressioni “l’esplosione è improvvisa”, “restiamo impietriti”, “una voce lancia un grido soffocato”, “attimi di panico”, “veri eroi di questa apocalisse”,  “una lotta contro il tempo”, “l’incubo sembra non finire”, “uomini contro macchine”, “molti sono convinti che nascondano qualcosa: qualcosa di terribile, di inconfessabile”, “basta una temperatura troppo alta e il vapore tornerà a premere su questo scafandro. Ma se salta è davvero la fine”, “Fukushima 1, con i tre reattori, diventa come Chernobyl”, “La Natura, spietata e beffarda, assiste. Dall’esterno detta le regole: provoca il terremoto, scatena lo tsunami”, “È il Giappone intero, ferito, sconvolto, impaurito”. “Uno shock. Lo smarrimento. C’era assoluto bisogno d’acqua. Qualcuno ha guardato il mare: eccola l’acqua. Ha ucciso diecimila persone, può salvarne milioni”. “Se cede anche l’ultima corazza dei tre reattori, il Giappone vedrà l’inferno”. E nel frattempo, in modo poco chiaro, Mastrogiacomo interpola brandelli di dichiarazioni ufficiali che dovrebbero dare una spiegazione all’esplosione che è accaduta. Magari sono stupido e distratto io, ma alla domanda sul perché c’è stata un’esplosione non ho trovato risposta. Alla domanda sul perché si è prodotto idrogeno nemmeno. Poi ieri, casualmente, ascoltando una radio romana ho sentito Giorgio Ferrari che diceva in modo molto semplice che le barre di assorbimento delle radiazioni sono rivestite di zirconio proprio perché è un materiale ad alto assorbimento neutronico, ma che ad alte temperature si produce un processo che porta a esplosioni. Mi sembrava grave, molto, ma in un certo modo ho pensato non era l’Apocalisse, o comunque era quella Apocalisse.

Se questa è l’informazione, magari andrà meglio con la riflessione, uno si dice. Ecco che, per esempio, il Corriere in questi giorni per dare ai lettori la possibilità di formarsi un’opinione sul nucleare ha chiamato in causa sul fronte del sì Edoardo Boncinelli. Un biologo, non un ingegnere nucleare, ma quantomeno uno scienziato. Che al momento di argomentare ha scritto così: “Al nucleare non ci sono vere alternative e le nazioni più sviluppate e civili ce lo hanno e lo usano da anni. Sviluppare il primo argomento richiederebbe pagine e pagine, scomodando una quantità impressionate di cifre. Non lo farò qui, ma tutti in cuor loro sanno che una vera e propria alternativa al nucleare non c’è, almeno per ora e chissà ancora per quanto tempo”. In cuor loro? In cuor mio cosa?, mi sono chiesto. Forse se Boncinelli avesse citato qualche fonte in grado di suffragare questa sua affermazione, alcuni rapporti che sarebbe conveniente leggersi prima di lasciarsi trasportare dall’onda emotiva antinuclearista, forse se avesse indicato ad uso di noi poveri lettori – spaventati dalla “quantità impressionante delle cifre”, o dalle “pagine e pagine” che questa argomentazione richiederebbe – o almeno che so un paio di libri che per lui possono aiutare a orientarsi, non è che ci avrebbe fatto proprio un brutto servizio.

Ma non fissiamoci su Boncinelli, perché, a militare in prima pagina sul fronte del no chi trovavamo? Adriano Celentano: in una sua appassionata, sinceramente appassionata, lettera al Direttore, che per chiarirci quali sono i riferimenti importanti di cui tenere conto per non rimanere sprovveduti di fronte alla “quantità impressionante delle cifre” che un pro-nucleare potrebbe snocciolarci, ha scritto direttamente in maiuscolo (uno ogni cinque righe) quelli che lui ritiene i punti focali della sua invettiva, che – spero di non fare torto al ragionamento – potrebbe sintetizzarsi in questo modo: il nucleare non va utilizzato perché no. Leibniz l’avrebbe chiamata un’applicazione un po’ azzardata del principio di ragione sufficiente.

Ma è veramente così difficile consentire a chi lo vuole fare di capire cosa è accaduto ai reattori giapponesi, e aiutarli anche a capire cosa pensare del nucleare in modo meno impulsivo? È così corretto citare Chernobyl come uno spauracchio che taglia le gambe a ogni approfondimento, o meglio sapere cosa possiamo imparare da Chernobyl andandoci a leggere il reportage scientifico redatto nel 2006 da Ronald K. Chesser e Robert J. Baker (che analizzava gli effetti sul lungo periodo del fall-out radioattivo e provava a fare chiarezza contro quelli che sparano cifre sulle vittime che vanno da 30 a 93.000)?

Sembra che l’informazione nostrana debba riscoprire ex-novo delle sue regole deontologiche minime: dare la notizia, essere chiari, pubblicare opinioni fondate piuttosto che strali retorici, sviluppare per quanto possibile un pluralismo di prospettive, fornire altre fonti di approfondimento… Questo ruolo lo svolge sempre meno l’informazione mainstream e sempre di più quella dal basso: i giornali e le radio indipendenti, la rete, e in parte anche le case editrici. Così, non doveva essere complicato ricostruire la dinamica di Fukushima, le diversità e le analogie con Three Mile Island e Chernobyl – e ragionare in questo modo anche sulle questioni sicurezza rispetto all’errore umano e quello di progettazione – se Giorgio Ferrari l’ha fatto in un paio di pagine sul sito di Radio Città Aperta. Così come non doveva essere impossibile articolare un pensiero di sostegno allo sviluppo all’energia nucleare senza buttarla in caciara: se c’è riuscito il fisico e blogger dell’Espresso, Enrico Pedemonte sul sito de Linkiesta.it. E non doveva essere impensabile provare a riflettere da una prospettiva meno tecnica, e più umanista, sulla questione nucleare, senza scadere nell’apocalissifilia, se – anche qui – l’ha fatto benissimo il filosofo della scienza Antonio Sparzani su Nazione indiana. Come non dev’essere impensabile cominciare un dibattito sul nucleare, cercando contributi autorevoli e articolati, come stanno provando a fare sul sito della casa editrice nottetempo, o sul blog sempre più utile di Giorgio Fontana

E alla fine insomma, con un po’ più d’impegno, forse la Grande Angoscia può trasformarsi un timore serio ma non paralizzante, quello che forse serve a noi esseri umani per imparare a scegliere meglio oggi e vivere più consapevoli anche in futuro.

 

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
3 Commenti a “Se le cose vanno male, almeno capire come e perché.”
  1. paolopatch scrive:

    Grazie, anche per gli ottimi link

  2. Emanuele scrive:

    Credo che i quotidiani mainstream italiani abbiano, in generale, un grosso problema con le scienze. Sia Repubblica che il Corriere hanno la pessima abitudine di ridurre un qualsiasi articolo scientifico (si tratti di fisica o neuroscienze) a una favoletta divulgativa che nella maggioranza dei casi da un’idea errata e sempliciotta della ricerca. Ovviamente questa non è l’unica causa della loro incapacità di informare su Giappone e sul futuro del nucleare in Italia, ma fà la sua buona parte.
    In Italia si da voce alla Hack e Boncinelli, ma siamo sicuri che ne abbiano ancora facoltà, dopo i 25 anni si perdono neuroni a mazzi, preferirei l’opinione di un dottorando in fisica o in ingegneria, meglio entrambi.

    Ah, Boncinelli è un fisico prestato alla biologia, siamo in una botte di ferro

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