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Se l’umanità fosse capace di fare un sogno collettivo, sognerebbe Moosbrugger

Forse solo un impero sull’orlo del collasso poteva concepire un’opera così piena di futuro come L’uomo senza qualità di Robert Musil. E forse solo il fantasma di un continente alla comica ricerca della propria identità, com’è l’Europa di questi anni, può compiere il miracolo di calzarlo, simile all’animale fantastico partorito dai deliri di un insonne che trovi finalmente una pozza in cui specchiarsi. Di là il punto d’arrivo, di qua la garanzia che c’è vita oltre la morte, quindi magari anche una risurrezione. E tuttavia non nel segno per adesso di Giovanni ma di Cacania. Soldati che diventano maialini da latte? Vecchi dittatori trasformati in insegne luminose? E cos’è quel fiore, se non il destino di Grete Trakl? Lo Stato, i cittadini, la patria, gli anarchici, i mezzi di comunicazione di massa, le masse e i rovelli dei singoli, la tecnologia e il denaro, il teatro a cui siamo condannati, il corpo fisico e il corpo di sogno, l’incesto, la stupidità come diritto inalienabile di specie e l’etologia come nuova scienza umana… E’ incredibile come questo romanzo “troppo lungo”, “troppo frammentario”, “troppo lento”, “troppo austriaco” (secondo la leggendaria scheda di Bobi Bazlen, avvocato del diavolo di un libro che “va pubblicato a occhi chiusi”) sia elettricamente un passo avanti le nostre facoltà di mettere nero su bianco ciò che sentiamo e sfugge via, presumiamo e scompare, intuiamo e ci sentiamo subito insicuri di scosse così ardite sul mondo e su noi stessi, arriviamo perfino a profetizzare e poi dimentichiamo chiudendo gli occhi e tornando a puntare la traversina nel finestrino del treno. Prendete il noto passo su Moosbrugger. Ad affrontarlo in termini di elementare intelligibilità vi si ritrovano banalmente anticipati tutti i paradigmi sul serial killer – dalla teoria dei media alla psicologia criminale alla morbosità dei cosiddetti normali e così via (salendo) dal Tg1 a Natural Born Killers a True Detective. Ma provate a leggere tra parola e parola, sentite la tensione elettrica che c’è tra frase e frase. Poi tra una sillaba e un’altra. In questa sorta di rumore intraducibile non c’è banalmente il presente anticipato nel 1942 (per convenzione data della sua prima pubblicazione “completa”) ma il futuro prossimo che è proprio della grande letteratura, un tempo inesistente, visto che è una sorta di “futuro prossimo costante”: sembra dirti qualcosa sul prossimo mese, ma il mese successivo si è già spostato nella casellina dopo. A gennaio è febbraio, e ad agosto settembre inoltrato. Eccola, la parte di Moosbrugger, nella celebre traduzione di Anita Rho.

Moosbrugger

di Robert Musil (da “L’uomo senza qualità”)

In quel tempo il pubblico si appassionava per il caso Moosbrugger.

Moosbrugger era un falegname, un uomo alto, largo di spalle, senza grasso superfluo, con una capigliatura che sembrava il vello di una pecora bruna, e manone da gigante mansueto. Forza bonaria e buona volontà gli si leggevano anche in faccia, o, se non si leggevano, se ne sentiva l’odore, un odore aspro schietto asciutto da giorno di lavoro, che era inseparabile dall’uomo trentaquattrenne, ed era dovuto alla quotidiana dimestichezza col legno e con un lavoro che esige tanto cautela che sforzo.

C’era da rimanere di stucco a incontrar per la prima volta quella figura benedetta da Dio con tutti i segni della bontà, perché Moosbrugger era abitualmente scortato da due militi armati e aveva le mani strettamente legate assieme e assicurate a una solida catenella d’acciaio tenuta in mano da uno degli accompagnatori.

Quando s’accorgeva d’esser guardato, un sorriso passava sulla sua faccia larga e mite con i capelli incolti, i baffi, e la relativa mosca; egli indossava una corta giacchetta nera e calzoni grigio-chiari, il suo atteggiamento era saldo e militaresco; ma ciò che più dava pensiero ai giornalisti nell’aula del tribunale, era quel sorriso. Poteva essere un sorriso impacciato o scaltro, un sorriso ironico, sornione, doloroso, folle, sanguinario, sinistro… essi brancolavano tra espressioni contraddittorie e parevano cercare con accanimento in quel sorriso qualcosa che evidentemente non trovavano in nessun altro particolare di quell’aspetto dabbene.

Perché Moosbrugger aveva ammazzato una donna, una prostituta d’infimo grado, in modo raccapricciante. I cronisti avevano descritto minutamente una ferita al collo che andava dalla gola alla nuca, due coltellate al petto che attraversavano il cuore, due al lato sinistro del dorso, e la recisione delle mammelle che erano quasi staccate; essi esprimevano, sì, tutta la loro esecrazione, ma non rinunziavano a elencare anche le trentacinque trafitture nel ventre e il taglio che si estendeva dall’ombelico fin quasi alla colonna vertebrale e si prolungava in una quantità di tagli più piccoli su per la schiena, mentre il collo recava tracce di strangolamento. Da simili atrocità i cronisti non sapevano come ritornare al viso bonario di Moosbrugger, quantunque anche loro fossero bravissime persone e tuttavia avessero descritto il delitto con realismo e competenza ed evidentemente col fiato mozzato dall’eccitazione. Anche dell’ovvia supposizione che si fosse di fronte a un alienato mentale – giacché Moosbrugger era stato ripetutamente in manicomio per delitti analoghi – fecero poco uso, sebbene un buon giornalista sia oggi assai esperto di tali questioni; sembrava che per adesso rifuggissero ancora dal rinunziare all’idea dell’omicida malvagio e a trasferire l’accaduto dal proprio mondo a quello della patologia; in questo concordavano con gli psichiatri che avevano costantemente oscillato nel dichiarare l’assassino ora sano ora irresponsabile.

Avvenne anche lo strano fatto che i morbosi eccessi di Moosbrugger, appena resi noti, diedero a migliaia di persone use a biasimare la mania scandalistica dei giornali la sensazione: “ecco finalmente qualcosa d’interessante”, dai funzionari indaffarati agli adolescenti di buona famiglia e alle donne di casa rannuvolate da cure domestiche. Tutti costoro sospiravano e crollavano il capo su una simile mostruosità, ma ne erano assai più intimamente presi che dal loro compito umano. In quei giorni poteva addirittura succedere che nell’andare a letto un irreprensibile capodivisione o procuratore di banca dicesse all’assonnata moglie: “Che cosa faresti adesso, se io fossi un Moosbrugger…?”

Ulrich, quando l’occhio gli cadde su quel viso che al di sopra delle manette recava i segni della filiazione divina, tornò in fretta sui propri passi, regalò qualche sigaretta alla sentinella del vicino tribunale e s’informò del convoglio che doveva essere uscito proprio allora dal portone; e così apprese… qualcosa di simile però doveva essere accaduto altre volte, perché lo si trova spesso riferito così, e Ulrich ci credeva quasi anche lui, ma la verità storica è che l’aveva letto soltanto nel giornale. Passò molto tempo prima che egli facesse la conoscenza di Moosbrugger, e una sola volta durante il processo riuscì a vederlo in carne e ossa. La probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in altre parole, oggi l’essenziale accade nell’astratto, e l’irrilevante accade nella realtà.

In un modo o nell’altro, Ulrich della storia di Moosbrugger venne a sapere all’incirca quanto segue:

Da ragazzo Moosbrugger era un povero diavolo, pastore in una borgata così piccola che non aveva neanche una strada, e tanto straccione che non aveva mai parlato con una ragazza. Le ragazze le “vedeva” soltanto; anche dopo, mentre imparava il mestiere, e più tardi da falegname ambulante. Ora, è facile immaginare che cosa questo significhi. Qualcosa di cui si ha un bisogno naturale, come di pane o di acqua, poterlo sempre soltanto vedere. Dopo un po’ di tempo il bisogno diventa innaturale. Cammina, e le gonne le ondeggiano intorno alle gambe. Scavalca una siepe, e si vede fino al ginocchio.

Si guarda negli occhi, e diventano impenetrabili. Si sente ridere, ci si volta in fretta e si vede un viso inespressivo come un buco nella terra, dove un topolino s’è rimpiattato or ora.

Era dunque comprensibile che Moosbrugger fin dalla prima volta che uccise una ragazza si difendesse col dire che era perseguitato da spiriti che lo chiamavano giorno e notte. Lo buttavan giù dal letto quando dormiva e lo disturbavano mentre lavorava; e a tutte le ore egli li udiva parlare e litigare tra loro. Quella non era una malattia mentale, e Moosbrugger non tollerava che la si chiamasse così; a volte però l’abbelliva lui stesso con reminiscenze di prediche udite in chiesa e la costruiva secondo i dettami della simulazione che s’imparano in carcere, ma il materiale era sempre quello, solo un po’ stinto, se non ci si faceva attenzione.

Così era stato anche negli anni di vagabondaggio. D’inverno è difficile per un falegname trovar lavoro, e spesso Moosbrugger stava intere settimane per la strada. Si cammina tutto il giorno, si arriva in un posto e non si trova alloggio. Bisogna rimettersi in cammino fino a tarda notte. I soldi per un pranzo non ci sono, e allora si beve acquavite finché negli occhi brillano due candele e il corpo cammina da solo. Nonostante la minestra calda, non si vuole andare all’asilo notturno, un po’ per le cimici e un po’ per l’umiliazione della tosatura; così si preferisce accattare qualche moneta e cacciarsi nel fienile di un contadino. Senza dirglielo, naturalmente; a che serve star lì a pregare e incassare soltanto offese? Si capisce che al mattino sovente ne nasce un litigio, e denunce per violazione di domicilio, vagabondaggio e accattonaggio; e diventa sempre più spesso l’incartamento delle precedenti condanne, che ogni giudice nuovo apre con aria d’importanza, come se lì dentro ci fosse la spiegazione dell’uomo Moosbrugger.

E chi pensa quel che vuol dire non potersi lavare a fondo per giorni e settimane? La pelle diventa così dura da permettere soltanto gesti rudi, anche se si vorrebbe esser garbati, e sotto la crosta di sporcizia anche l’anima viva s’intorpidisce. La mente ne risente meno, si continua a compiere con giudizio le azioni necessarie; la ragione continua a ardere come un lumicino in un enorme faro ambulante su cui vengono a spiaccicarsi vermi e cavallette, ma la personalità è schiacciata, e solo la sostanza organica fermentante cammina. Così il girovago Moosbrugger quando attraversava villaggi o anche per le strade di campagna, incontrava intere processioni di donne. Una adesso e un’altra dopo mezz’ora, ma anche se venivano a così grandi intervalli e non avevano nessun legame tra loro, nell’insieme erano tuttavia processioni. Andavano da un paese all’altro o avevano appena dato un’occhiata fuori di casa, portavano pesanti scialli o giacchette che scendevano intorno ai fianchi in una linea serpeggiante, entravano in calde dimore o spingevano davanti a sé i loro bambini, o camminavano per via così sole che si sarebbero potute abbattere con una sassata come cornacchie. Moosbrugger sosteneva di non poter essere assassino per concupiscenza, giacché aveva sempre provato avversione per quelle donne; e ciò non è inverosimile, perché si vorrà ben capire un gatto che sta davanti a una gabbia dove saltella un canarino biondo e pasciuto, o che ghermisce, abbandona, torna a ghermire un topo, solo per vederlo scappare ancora una volta; e cos’è un cane che insegue una ruota che gira, e morde solo per gioco, lui, l’amico dell’uomo? Nel rapporto con ciò che vive, si muove, rotola o guizza si tocca qui un’avversione segreta per il proprio simile contento di sé. E insomma che cosa fare se quella strillava? O ritornare in sé, oppure, se questo è impossibile, premerle il viso contro il suolo e riempirle la bocca di terra.

Moosbrugger non era che un falegname, un uomo molto solo, e sebbene in tutti i luoghi dove lavorava fosse ben voluto dai compagni, non aveva amici. Di tanto in tanto il più forte degli istinti rovesciava crudelmente verso l’esterno la sua personalità; ma forse gli era mancata davvero, come diceva lui, soltanto l’educazione o l’occasione per diventare qualcos’altro, un angelo sterminatore, un incendiario, un grande anarchico; perché gli anarchici che si uniscono in leghe segrete egli li chiamava con disprezzo “quelli falsi”. Era visibilmente malato; ma anche se la sua natura morbosa forniva il motivo per il comportamento che lo distingueva dagli altri, per lui si traduceva in un sentimento più alto e più forte del proprio io. Tutta la sua vita era una lotta, ora ridicolmente ora pericolosamente maldestra, per affermarlo. Da ragazzo aveva rotto le dita a un padrone che lo voleva picchiare. Un altro egli l’aveva piantato in asso portandosi via il denaro “per giustizia necessaria”, diceva lui. Non rimaneva a lungo in nessun posto; finché teneva a distanza la gente, come sempre accadeva in principio, con la sua alacrità taciturna, la calma bonaria e le spalle gigantesche, restava; ma appena incominciavano a trattarlo familiarmente, senza rispetto, come se ormai lo conoscessero a fondo, subito faceva fagotto, colto dalla sgradevole sensazione di non più trovarsi al sicuro. Una volta aveva tardato troppo, e quattro muratori che lavoravano in un quartiere, per fargli sentire la loro superiorità, complottarono di buttarlo giù dall’impalcatura più alta; egli li sentiva già ridacchiare dietro le sue spalle e strisciar verso di lui, allora si gettò su di loro con tutta la sua forza smisurata, fece volar due piani a uno, e ad altri due tagliò tutti i tendini del braccio. La condanna che si buscò gli aveva scosso il morale, asseriva lui. Emigrò in Turchia, ma poi ritornò, perché tutto il mondo era in lega contro di lui, nessuna parola magica poteva spezzare quella congiura, e neanche la bontà.

Parole magiche ne aveva imparate molte nei manicomi e nelle prigioni; briciole di francese e di latino che inscriva nel discorso nei punti meno opportuni, da quando aveva capito che proprio il possesso di quelle lingue conferiva ai potenti il diritto di disporre del suo destino. Per la stessa ragione si sforzava anche di parlare durante i dibattimenti un linguaggio sceltissimo, diceva ad esempio “ciò serva di base alla mia brutalità”, oppure “me la dipingevo ancor più perfida di quanto io sia solito stimare simili femmine”; ma quando s’accorgeva che neppure questo otteneva l’effetto, assumeva di frequente una gran posa teatrale e si dichiarava ironicamente “anarchico teorico” che avrebbe sempre potuto farsi salvare dai socialdemocratici se avesse accondisceso ad accettar qualcosa da quegli infami sfruttatori giudei dell’ignaro popolo lavoratore. Così aveva anche lui una “scienza”, un dominio dove l’erudita arroganza dei suoi giudici non poteva seguirlo.

Di solito questo gli procurava, in aula, il giudizio di “intelligenza notevole”, considerazione e rispetto durante il dibattimento, e condanne più gravi; ma in fondo per la sua vanità lusingata questi dibattimenti erano i periodi gloriosi della sua vita. Di conseguenza tutto il suo odio era per gli psichiatri che credevano di poter sbrigare il suo difficile caso con un paio di parole straniere, come se per loro fosse roba di tutt’i giorni.

Come sempre in simili casi le perizie mediche sul suo stato mentale barcollavano sotto la pressione del soprastante mondo concettuale giuridico, e Moosbrugger non si lasciava sfuggire nessuna di quelle occasioni di dimostrare la sua superiorità sugli psichiatri e di smascherarli, quei “ciarlatani e palloni gonfiati” che non capivano niente e se lui avesse simulato avrebbero dovuto accoglierlo in manicomio invece di mandarlo in prigione, dov’era il suo posto. Egli infatti non negava i suoi misfatti, voleva che fossero interpretati come incidenti sfortunati di una grande concezione della vita. Soprattutto le femmine ridacchianti erano in lega contro di lui; avevano tutte il loro cicisbeo e i leali discorsi di un uomo serio ai loro occhi valevano zero o eran considerati un’offesa. Egli le evitava finché poteva, per non lasciarsi provocare; ma non era sempre possibile. Ci sono giornate in cui un uomo si sente tutto stranito e non può toccar nulla perché le mani gli sudano per l’agitazione. E se si è costretti a cadere, si può giurare che al primo passo, laggiù sulla strada, come una vedetta messa dalle altre, c’è una di quelle vipere, un’impostora che fra sé si beffa dell’uomo, mentre lo snerva e gli recita la commedia, se non gli fa ben di peggio nella sua perversità.

E così era venuta la fine di quella notte, una notte passata a cioncare senza gusto, facendo molto fracasso per colmare l’intima agitazione. Anche senza essere ubriachi si può veder vacillare il mondo. I muri delle strade ondeggiano come quinte dietro le quali qualcosa aspetta il segnale per uscire. Ai margini della città c’è più quiete, dove si esce nei campi illuminati dalla luna. Là Moosbrugger ritornò sui suoi passi per rincasare con un largo giro, ed ecco, vicino al ponte di ferro la ragazza gli si accostò. Era una ragazza di quelle che si vendono agli uomini nei prati, una serva disoccupata, una cosetta di cui si scorgevano solo due occhi adescanti di topo sotto il fazzoletto da testa. Moosbrugger la respinse e affrettò il passo; ma lei mendicava ch’egli se la portasse a casa. Moosbrugger seguitò il suo cammino; svoltò di strada, deciso, poi cominciò a tentennare; faceva lunghi passi e lei gli correva a fianco; si fermò, e lei si fermò come un’ombra. Se la tirava dietro nella disgrazia, così era. Fece ancora un tentativo per cacciarla via: si volse e le sputò in faccia due volte. Ma non servì a niente; era invulnerabile.

Accadde nel parco immenso, che dovevano attraversare nel punto più stretto. Prima di tutto Moosbrugger si mise in capo che un protettore della ragazza doveva essere poco lontano; altrimenti come avrebbe avuto il coraggio di seguirlo nonostante la sua ripugnanza? Palpò il coltello nella tasca dei calzoni, poiché certo volevano prendersi gioco di lui, forse aggredirlo; dietro le femmine c’è sempre l’altro uomo pronto alla beffa. E anzi, non pareva un uomo travestito? Vide ombre muoversi, udì scricchiolare i rami, mentre l’insidiatrice dietro a lui, come un pendolo dall’ampissima oscillazione, ripeteva a intervalli la sua preghiera; ma non c’era niente su cui scagliare la sua forza gigantesca, ed egli incominciò ad aver paura di quel sinistro non accadere.

Quando giunsero nella prima via, ancor molto buia, egli aveva la fronte coperta di sudore e tremava. Non si guardò intorno e si cacciò in un caffè ancora aperto. Buttò giù un caffè nero e tre cognac e poté starsene a sedere tranquillo per un quarto d’ora; ma mentre pagava, ecco di nuovo il pensiero: che cosa fare se quella aspettava fuori? Certi pensieri sono come corde, e si attorcigliano in avvolgimenti infiniti intorno alle braccia e alle gambe. E quando ebbe fatto due passi soli nella strada buia, sentì già la ragazza al suo fianco. Adesso non era più umile, bensì sfrontata e sicura; e non pregava ma taceva soltanto. Allora egli capì che non se ne sarebbe liberato mai, perché era lui stesso che se la tirava dietro. Un ribrezzo lacrimoso gli salì alla gola. Camminava, e quella cosa lì vicino era ancora lui. Così come aveva sempre incontrato le processioni. Una volta si era strappato da solo una grossa scheggia di legno dalla gamba, perché era troppo impaziente per aspettare il medico; nello stesso modo palpava adesso il suo coltello, lo sentiva in tasca, lungo e duro.

Ma con uno sforzo immane della sua morale, Moosbrugger escogitò ancora una scappatoia. Dietro l’assito che fiancheggiava la via c’era un campo sportivo lì nessuno poteva vedere, ed egli vi entrò. Nella minuscola casetta del botteghino si coricò a terra e cacciò la testa nell’angolo dov’era più scuro; quel maledetto morbido secondo io gli si sdraiò accanto. Egli finse di addormentarsi subito, per potersela svignare più tardi. Ma quando prese a strisciare fuori pian piano, coi piedi avanti, era di nuovo lì, e gli mise le braccia intorno al collo. Allora egli sentì qualcosa di duro nella sua tasca o in quella di lei; lo strappò fuori. Non sapeva bene se fosse un coltello o un paio di forbici; ma colpì all’impazzata. Lei aveva detto che erano forbici, ma invece era il suo coltello. La ragazza cadde con la testa dentro la casetta; lui la trascinò fuori per un tratto sul terreno molle e la colpì tante volte finché l’ebbe completamente staccata da sé. Poi le rimase accanto per un quarto d’ora, a guardarla, mentre la notte ridiventava tranquilla e meravigliosamente liscia. Adesso colei non avrebbe più potuto offendere nessun uomo e appiccicarglisi. Infine portò il cadavere nella strada e lo mise davanti a un cespuglio perché lo trovassero presto e lo seppellissero, com’egli disse, perché ormai lei non ne aveva più colpa.

Durante il processo, Moosbrugger mise il suo difensore nelle più imprevedibili difficoltà. Sedeva sulla panca, a suo agio come uno spettatore, gridava “bravo” al procuratore di stato quando questi lo dichiarava pericolo pubblico in un modo che gli pareva degno di lui, e distribuiva approvazioni ai testi che asserivano di non aver mai osservato in lui segni di irresponsabilità. – Lei è un tipo originale, – lo lusingava di tanto in tanto il giudice che dirigeva il dibattimento, e tirava coscienziosamente i lacci che l’imputato s’era messo da solo. Allora Moosbrugger per un attimo stava lì stupefatto come un toro aizzato nell’arena, si guardava intorno e dalle facce dei presenti s’accorgeva, senza capire, di essersi nuovamente affondato ancor più addentro nella propria colpevolezza.

Per Ulrich era soprattutto attraente la constatazione che egli aveva un piano di difesa

vagamente delineato. Non aveva avuto l’intenzione d’uccidere, e per motivi di dignità non ammetteva d’essere infermo di mente; non voleva sentir parlare di sensualità, ma solo di schifo e disprezzo; dunque doveva trattarsi di un atto a cui l’aveva trascinato il contegno sospetto della donna, anzi “di quella caricatura di donna”, come si esprimeva lui. A quanto pareva, pretendeva che il suo delitto fosse considerato politico, e a volte dava l’impressione di non lottare per sé ma per quella sua costruzione giuridica. La tattica che il giudice gli opponeva era la solita, quella cioè di vedere in ogni atto dell’assassino i suoi sforzi goffamente astuti per sottrarsi alla propria  responsabilità.

– Perché si è lavato le mani sporche di sangue? Perché ha gettato via il coltello? Perché dopo l’assassinio s’è cambiato d’abito e di biancheria? Perché era domenica? Non perché erano macchiati di sangue? Perché è andato a un trattenimento? Il delitto dunque non le impediva di divertirsi? Non ha provato neanche un’ombra di rimorso?

Ulrich capiva bene la rassegnata filosofia con la quale Moosbrugger in tali momenti accusava la propria istruzione insufficiente che gli impediva di districare quella rete di incomprensione, il che però nel linguaggio del giudice sonava, in tono enfatico di rimprovero: – Lei riversa sempre la colpa sugli altri!

Quel giudice riuniva tutto in un fascio, prendendo le mosse dai rapporti di polizia e del vagabondaggio, e lo dava come colpa di Moosbrugger; per Moosbrugger invece era un insieme di singoli fatti non collegati fra loro, ciascuno con una causa diversa che stava al di fuori di lui, chi sa dove nel mondo. Agli occhi del giudice le sue azioni emanavano da lui, agli occhi suoi invece gli eran capitate addosso come uccelli che volano. Per il giudice, Moosbrugger era un caso speciale; per sé egli era un intero mondo, ed è molto difficile spiegare un mondo in maniera persuasiva. Erano due tattiche che si combattevano, due unità e due logiche; ma Moosbrugger si trovava in svantaggio, perché nemmeno uno più intelligente di lui avrebbe saputo descrivere i suoi bizzarri fantomatici motivi. Derivavano direttamente dall’aggrovigliata solitudine della sua vita, e mentre le altre vite si fan valere cento volte – viste allo stesso modo da chi le vive e da chi ne è testimonio – la sua vera vita esisteva soltanto per lui. Era come una nebbia che continuamente muta contorni e forma.

Certo avrebbe potuto chiedere ai suoi giudici se la loro vita in sostanza fosse poi tanto diversa. Ma non gli venne neppure in mente. Davanti alla giustizia tutto ciò che nel suo succedersi era stato tanto naturale appariva a un tratto in una simultaneità senza senso, ed egli si sforzava con gran fatica di introdurvi un senso che non doveva cederla in nulla alla dignità dei suoi illustri avversari. Il giudice appariva quasi benigno nella sua premura per assecondarlo e per suggerirgli idee, anche se eran tali da esporre Moosbrugger alle più terribili conseguenze.

Era la lotta di un’ombra contro la parete, e alla fine l’ombra di Moosbrugger vacillava soltanto, lugubremente. Ulrich assisteva a quell’ultima udienza. Quando il presidente lesse la perizia che lo dichiarava responsabile, Moosbrugger si alzò ed annunciò alla corte: – Sono soddisfatto e ho conseguito il mio scopo.

Gli rispose un’incredulità ironica negli occhi degli astanti, ed egli aggiunse stizzito:

– Poiché sono riuscito a farmi considerare colpevole, mi dichiaro soddisfatto del procedimento!

Il presidente, che adesso era tutto severità e castigo, gli diede un rabbuffo e gli fece notare che la corte non sapeva che farsi della sua soddisfazione. Poi gli lesse la condanna a morte, proprio come se alle assurdità che Moosbrugger aveva detto durante tutto il processo con grande spasso dei presenti, si dovesse ora ad un tratto rispondere seriamente. Stavolta Moosbrugger non disse nulla, perché non sembrasse paura. Il processo venne chiuso, e tutto fu finito. Allora però il suo spirito cedette; egli arretrò impotente contro la boria degli incomprensivi; si voltò, che già le guardie lo conducevano fuori, annaspò per trovare le parole, alzò le braccia al cielo e gridò con voce che ignorava gli scrolloni delle guardie: – Sono soddisfatto, anche se debbo confessare che avete condannato un pazzo!

Era un’inconseguenza; ma Ulrich rimase senza fiato. Questa era follia evidente; e certo null’altro che un contesto deformato dei particolari elementi dell’essere. Era oscuro e frammentario; ma Ulrich pensò: se l’umanità fosse capace di fare un sogno collettivo, sognerebbe Moosbrugger. Si calmò soltanto quando “quel miserabile pagliaccio dell’avvocato difensore”, come l’ingrato Moosbrugger l’aveva definito in una delle udienze, annunciò che avrebbe presentato ricorso in Cassazione per qualche vizio di forma, mentre il gigantesco cliente veniva condotto via.

 

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
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