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Se nun te calmi, t’arriva ‘na cinquina! #1 Emanuele Trevi e “Qualcosa di scritto”

Che cos’è il romanzo di Trevi?
Un saggio di critica letteraria travestito da testo di narrativa, e un manuale di iniziazione travestito da romanzo di formazione.
La maschera: un giovane precario post-universitario, Trevi stesso, che scavalla la linea d’ombra attraverso l’immersione tragicomica come impiegato al Fondo Pasolini, dove – con il pretesto di dover curare un volume collettaneo delle interviste di P.P.P. – si ritrova a avere a che fare con la Pazza, Laura Betti, e insieme a lei affronta il picaresco e dolentissimo mondo degli orfani morali (se non letterali) di Pasolini.
Il manuale è invece nella struttura del libro simile a vari altri libri o altre parti di libri di Trevi, a cominciare da Istruzione per l’uso del lupo o Una musica distante: un’opera sostanzialmente di critica letteraria su Petrolio (il “qualcosa di scritto” del titolo) che però è un percorso rituale che Trevi illustra al lettore, proponendogli implicitamente di provarlo. Qui l’iniziazione proposta è quella di un rito di conoscenza che – sulla scorta di quelli eleusini ripresi da Pasolini ci porti a una forma di essere androgino, capace di una sapienza superiore a quella degli uomini comuni.

Qual è una delle tesi fondamentale su Pasolini?
Che P.P.P. e il suo libro Petrolio siano tra gli ultimi rappresentanti di una civiltà culturale (non sociale, non politica) che Trevi identifica con la modernità. Una civiltà che dava alla letteratura una potenza di conoscenza del mondo, e non la riduceva a sua manifestazione esantematica. Ma siamo sicuri che questa nostalgia che Trevi mette in scena sia più efficace di quella che, museificando Pasolini, ripete in modo salmodiante il mantra del genocidio culturale e della scomparsa delle lucciole?
L’impressione – se una lacerazione c’è stata tra gli anni ’80 e il 28 marzo 1994 (giorno della vittoria alle europee di Berlusconi, scena raccontata nel libro) – è che chi ha conosciuto il mondo precedente sia stato educato con un presupposto che oggi non è più tale: lo storicismo. La tradizione educativa che partendo da Hegel, passando per la psicanalisi, la fenomenologia, e quel cosiddetto secolo ermeneutico che è stato il Novecento è stata centrale nella scuola italiana (gentiliana e deweyana), e che oggi di fronte a un mondo espanso, mostra il suo arrancare interpretativo. Il che fa di Pasolini, di Trevi, e di molti suoi lettori (compreso me) dei conservatori, dei nostalgici di una convinzione di matrice fondamentalmente idealista di uno Spirito Assoluto che si sia incarnato nella Storia.

Quale è la caratteristica principale del personaggio narratore?
La mansuetudine. Una strana, plastica, indole di mansuetudine, di tolleranza neghittosa “alle minacce del mondo”. Di fronte ai deliri della Pazza come di fronte agli sconvolgimenti del mondo, Trevi reagisce con una capacità di riadattamento continuo, una resilienza romana che è un misto di indolenza atavica e fatalismo ironico, “la mia volontà di compiacerla, la mia ostentata mancanza di aggressività”. (Uno dei microracconti migliori del libro è quello della relazione tra il giovane narratore e Maria, una sadomasochista, a cui lui non riesce a dare la credibilità erotica che lei desidererebbe).
Ma questa forma di sopravvivenza, quest’arte di stare al mondo – si rende conto Trevi, nel corso del racconto – non gli è sufficiente se veramente i tempi stanno cambiando, o se lui sta diventando inesorabilmente adulto. E il monito di Laura Betti, in una specie di discorso di congedo dal lettore, diventa una formula per un rito da tramandare:
“Siete giovani, siete paraculi, potete farcela. Ma per farcela davvero, ci vuole la rabbia. Pier Paolo a un certo punto l’aveva capito, la rabbia è più importante del talento, il talento lo può avere qualunque borghesuccio, la rabbia no, la rabbia è un dono raro, bisogna coltivarlo, è come avere il cazzo grosso, o la testa fina, o tutti e due – che è sempre meglio – dico bene?”

Qual è la lode migliore che si rivela anche la critica più forte che si può fare al libro di Trevi?
Di fidarsi assolutamente del suo sguardo, del suo intuito. Di applicare la propria sagacia sorniona a qualunque fibra della realtà. Se questa è soltanto affabulazione, vuol dire che la lezione di Pasolini in un certo senso è stata appresa al suo meglio. Se è mistificazione, come per esempio questo pezzo ipercritico di Carla Benedetti accusa, è vero che potremmo cominciare a considerare Pasolini veramente un segno vuoto, uno specchio prismatico sul quale ognuno (per esempio: Carla Benedetti e coloro che leggono la sua morte come un crimine organizzato; o Walter Siti e la sua edizione critica così legata alla vicenda biografica; o coloro che l’avevano conosciuto, i biografi Nico Naldini e Enzo Siciliano; o chi come Marco Belpoliti quest’anno invitata a fare anche piazza pulita dell’iperermeneutica in Pasolini in salsa piccante, per non parlare ovviamente invece dei suoi lettori e epigoni più derivativi) può veder riflessa un’immagine di purezza e/o impegno e/o di profezia, insomma di evocazione di un altro destino. E questo dispositivo di specchio riesce, secondo me, addirittura a valere quanto più si cerca di eliminare il proprio sguardo, ossia quando si cerca di leggere l’opera di Pasolini nel mondo più clinico possibile, virando verso il documentale.

Cosa mi piace di più della prosa di Trevi?
La generosità dell’aggettivazione, della metaforizzazione, delle figure retoriche. Spesso si trovano tre aggettivi di fila, endiadi a pacchi, o due similitudini una dopo l’altra. In defintiva Trevi se ne frega del kitsch, che è quello che sa fare uno scrittore. Immagini del tipo: “Come l’ossame di una carcassa divorata da un branco di predatori”, “come campi di energie innominabili protetti dalla loro stessa insignificanza”, Frasi tipo: “Percepivo in modo quasi fisico quell’ostilità animalesca, quella rabbia ingovernabile che iniziava a dardeggiare, come i fulmini a zig zag dei fumetti, da dietro le lenti dei suoi occhialoni da sole quadrati”. “Con la sua mole sproporzionata e i capelli, di una terrificante tinta fra l’arancio e il rossiccio, annodati in un ciuffo che non poteva non far pensare, quando lo agitava, allo spruzzo di una balena, o al pennacchio di un ananas psicotico”. “Pensiamo a una mutanda sporca sotto il letto di una casa abbandonata: ecco un’immagine abbastanza eloquente di una vita senza amore”.
Le endiadi, invece. Ho ipotizzato, fossero anche un modo di vagliare, il percorso rituale: iniziazione alla conoscenza deve avvenire sempre attraverso uno sdoppiamento. (La tesi è ricavata dalla vicenda ipersimbolica di Carlo, il protagonista di Petrolio, che seguiamo prima sdoppiarsi in un industriale e in un uomo del popolo, e poi cambiare sesso).

Cosa mi piace meno della prosa di Trevi?
Le chiuse dei paragrafi, che un po’ sentenziano, un po’ gigioneggiano poeticamente spesso quando proprio qualche riga prima Trevi è riuscito a arrivare a un’immagine icastica. Roba come: “…tentando l’ultimo riscatto dalla gravità e dal tedio dei giorni passati per sempre”, “…Ci avrebbe pensato lui, P.P.P, a vegliare sul capezzale dell’amica. (…) Magari ci sarebbe stato pure tempo per un bel giro in macchina. Era abituato ad andare a letto tardi”. “Nessuno spazio è più comune, più universale… È il teatro della morte, il teatro dell’incompiuto”.

Quali sono le due frasi chiave del libro difficili da notare?
Una è la dedica, secondo me. A mio padre.
L’altra è in una nota dedicata a Aurelio Roncaglia, amico di Pasolini e curatore filologico di Petrolio: “Il Novecento è stato davvero un secolo meraviglioso. Considero una fortuna essere stato lì, averne osservato qualcuno degli ultimi fuochi”.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
5 Commenti a “Se nun te calmi, t’arriva ‘na cinquina! #1 Emanuele Trevi e “Qualcosa di scritto””
  1. t. scrive:

    27 marzo 1994. ventisette.

  2. Vincenzo Ostuni scrive:

    Bello.

  3. davide calzolari scrive:

    anni fa un mio conoscente giapponese -ricercatore di letteratura italiana cntemporanea,eh,mica ingegnere della toyota,ehi-conosciuto all’università,mi disse “”””voi italiani vi guardate sempre indietro,guardate sempre agli anni 60-70 senza procedere mai avanti convinti,senza crear mai nulla di nuovo..è questa la causa della vostra perdurante debolezza,come sistema paese ,e non solo””””(intendeva forse l’animo italico in toto ,considerato da lui come ultramollaccione..)..orbene..perchè dico questo?sinceramente non ne posso piu nell’italia del 2012 di sentir ancora parlare di pasolini,non me ne volgiate,ma forse è davvero sopravvalutato..

  4. All About scrive:

    Vabbe’, ma guardare agli anni settanta mica significa guardarsi così tanto indietro. Pensa se guardavamo a Cavalcanti, Boccaccio o anche solo a Raffaello?

    Però è pur vero che di prefiche pasoliniane stracciacule son piene le strade.

    Mi dico pure che se il presente letterario giapponese è Murakami, mi tengo stretti MIchele Mari e Walter Siti.

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  1. […] Ma in queste contraddizioni scorre la vita. Produzione, riproduzione sociale e potere scorrono intrecciati, oggi più che mai. Ed è per questo che la potenza dello sport, incarnando un’attività che è dell’uomo per l’uomo trova nell’evento olimpico il suo momento più intenso. Il punto insomma è che le olimpiadi non solo registrano la Storia (bisognerebbe guardarsi dal feticcio ossessivo dei caleidoscopi, dei punti di osservazione) ma la fanno, la producono: dal riconoscimento olimpico degli sport minori al disgelo, dalla decuplicazione delle connessioni globali (quanto anticiparono del mondo d’oggi i giovani americani che per la prima volta nell’896 si recarono in nave ad Atene) alla rivoluzione sessuale. Al contempo però i Giochi Olimpici ci invitano ad osservare la qualità delle storie, quelle con la m minuscola, lontane dalle Storiografie ufficiali ma dense della vita che ci sta intorno. Un’osservazione che richiederebbe veramente un’educazione collettiva, una paideia per arricchire e non arrancare, come spiega Raimo qui . […]



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