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Il secolo asiatico: intervista a Parag Khanna

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Pubblichiamo un articolo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Parag Khanna, classe 1977, esperto di relazioni internazionali, è considerato tra gli strateghi geopolitici più influenti del mondo. Dopo volumi importanti come I tre imperi, Connectography e La rinascita delle città-Stato, la casa editrice Fazi un anno fa ha portato nelle librerie italiane l’ultimo lavoro dello studioso indiano dal titolo Il secolo asiatico. In queste settimane Khanna segue l’evolversi della crisi legata alla pandemia, fornendo numerose e interessanti analisi e scenari dalla prospettiva asiatica.

Khanna, lei ha invitato spesso a non ridurre la visione dell’Asia a una versione estesa della Cina, bensì a definirla una regione con centri di potere multipolari. La pandemia conferma tale disegno?

«Sì, questo errore è stato commesso a lungo, mentre sussistono molte differenze. Alcuni governi asiatici, dal Giappone alla Corea del Sud, hanno mostrato con maggiore trasparenza della Cina un’organizzazione più efficace degli Stati occidentali, nonostante la vicinanza all’epicentro cinese della crisi. Le misure assunte hanno progressivamente appiattito la curva del contagio. Dopo la pandemia l’Asia si confermerà sempre più centrale negli equilibri mondiali, avendo migliorato anche la governance del sistema sanitario».

L’Asia non rallenterà a livello economico?

«Il virus avrà un impatto meno devastante rispetto al resto del mondo, perché i volumi del commercio interno nel continente non diminuiranno come altrove. Come d’altra parte è già avvenuto dieci anni fa nella crisi finanziaria attutita in maniera diversa dall’Occidente».

Quali saranno gli effetti sulla Nuova Via della Seta?

«I finanziamenti registravano un calo prima di questa crisi. Una flessione dovuta alla diminuzione del prezzo del petrolio e agli alti costi dell’indebitamento prodotto dai progetti cinesi. Ora il rallentamento si protrarrà per le tensioni economiche e il periodo di vulnerabilità che molti paesi attraversano. Il risultato sarà un approccio più multilaterale alla Via della Seta già in movimento nella fase precedente alla pandemia. Molti governi domandavano un ruolo più forte. Il progetto non sarà dominato dalla Cina, poiché per la sua stessa essenza non necessita della gestione di un’unica entità. Ma deve essere nutrito da tutti».

Come valuta i tempi di reazione della Cina e dell’America alla pandemia?

«Malgrado la differenza tra i due sistemi di potere sono state accomunate dalla stessa volontà, almeno iniziale, di circoscrivere la diffusione delle informazioni e dunque la dimensione del pericolo».

C’è chi predice, forse frettolosamente, la fine della globalizzazione. Lei concorda?

«La connettività non si sta fermando. Nella Rete produciamo dati e connessioni su scala globale più che mai. È fuorviante e senza fondamento parlare di fine della globalizzazione. Mentre assistiamo continuamente alla sua ricalibratura. C’è sempre uno spostamento delle catene di distribuzione per il costo del lavoro, le nuove tecnologie, le politiche industriali. La globalizzazione cambia le direzioni e non è solo una cosa. Riprenderà il flusso dei capitali e i legami ad esempio tra Europa e Asia saranno ancora più interdipendenti. Il problema non è domandarsi se esista ancora la globalizzazione, ma di esserne una parte vitale e attiva».

Quali nuovi fattori spingeranno le persone a migrare?

«Ora le migrazioni sono bloccate, ma possiamo immaginare che tra sei mesi o un anno, quando la pandemia sarà sotto controllo, le persone valuteranno e considereranno dove muoversi. E vorranno andare nei paesi in cui i sistemi sanitari funzionano bene».

Che cosa dimostra questa crisi sul ruolo delle organizzazioni internazionali?

«L’Organizzazione mondiale della Sanità, come gran parte delle istituzioni sovranazionali, non ha le risorse e i margini operativi che auspicheremmo. Non può rispondere rapidamente agli eventi per l’alto grado di politicizzazione. Taiwan non è membro dell’OMS per ragioni politiche, ma sta dando una lezione al mondo nella gestione della pandemia. Nell’attuale quadro delle relazioni internazionali è più ragionevole considerare un rafforzamento dei protocolli, dei sistemi sanitari e delle attrezzature mediche dei singoli Stati. In questa fase le risorse non andrebbero centralizzate: meno burocrazia, più azione. Le risorse devono raggiungere gli Stati, le città e le persone dove l’emergenza è più dura».

Che cosa implica il tracciamento del movimento delle persone e quali risultati garantisce?

«La capacità di implementarlo e gestirlo con accuratezza è un indicatore dell’avanzamento di un paese. Posso raccontare l’esperienza diretta a Singapore, dove abbiamo un’applicazione chiamata “Trace together” che usa il segnale Bluetooth. E avvisa le persone sulla prossimità di chi ha contratto il virus e dunque del rischio da evitare. Non è un infrangimento della privacy: concerne la salvaguardia della salute nella società e della convivenza».

In India, ma non solo, abbiamo assistito allo spostamento in massa dalle città ai villaggi. È considerabile un effetto a lungo termine sull’urbanizzazione?

«La questione è fondamentale, perché l’incidenza del virus è molto più ampia nelle grandi aree urbane da Wuhan a New York o Madrid. Qualora la necessità del distanziamento sociale continui a lungo con un riflesso grave sui livelli occupazionali, dovremo saper reinventare le aree rurali. La maggioranza dei nuovi lavori sono creati nelle città, dunque servirà uno sforzo eccezionale per raddrizzare lo squilibrio strutturale tra campagna e agglomerati urbani».

Dobbiamo abituarci allo smart working?

«Questa era una possibilità preesistente, tuttavia poco praticata. Ora siamo chiamati a svilupparlo e c’è chi lo sta facendo con talento. Ma non può diventare una soluzione totalizzante: sarebbe dannoso per molte ragioni dagli scambi commerciali alla stessa creatività delle persone».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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