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Sedimentazione

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un racconto estratto dall’antologia Odi, apparsa per effequ.

di Giovanni Bitetto

1.

Ogni volto è un vicolo cieco. Le emozioni si modellano sugli occhi, sulla bocca, animano la carne per un istante, poi svaniscono. Permane il terrore nelle rughe della fronte, nei capelli scarmigliati, le pupille roteano come biglie impazzite, sempre più veloce, sempre più lentamente fino a rimanere immobili. Il volto è un punto fisso. Carlo se ne rese conto al primo colpo, sentì le ossa del collo spezzarsi, più o meno come s’immaginava lo schiocco del legno divelto. La donna rantolava, finì il lavoro con una pedata.

Ecco: il fantoccio benvestito giaceva disarticolato sul divano, gioielli costosi e scarpe alla moda. Che schifo. Si girò verso Andrea, aveva imbavagliato l’altro ragazzo. Adesso giochicchiava con la mazza da baseball mentre lo sguardo della vittima seguiva il movimento. Carlo si avvicinò ad Andrea che gli sorrise di rimando. Si accingeva a sferrare il colpo. «Addio, bello». «Aspetta» la mano di Carlo si posò sul bicipite in tensione. Andrea si fermò, contrariato. Carlo fissava un anello, l’ennesima patacca al dito del ragazzo barbuto.

Il ferro raggrumato in lettere e parole. Sulla superficie si intravedeva la scritta Vexilla regis prodeunt inferni. «È Dante» articolò Carlo in un sussurro. «Che te ne frega?» Andrea incominciava a spazientirsi, questo gioco l’aveva inventato Carlo, non poteva bloccarlo sul più bello. «Forse questo qui non merita di morire». «Solo perché possiede un anello di cui non conosce neanche il significato?» «Dubito che non sappia cosa significhi». «Andiamo, lo sai come sono questi tipi. Comprano robaccia da mercatino solo perché sbrilluccica». «Proviamo a chiederglielo». Andrea alzò gli occhi al soffitto, acconsentì sbuffando. Il corpo legato si agitava. «Ok, adesso ti togliamo il bavaglio. Ti faremo solo una domanda, semplice semplice. Tu risponderai senza fare casino. Se provi a urlare sei morto».

Andrea passò la punta della mazza sulla fronte del ragazzo: il gesto era abbastanza chiaro. «Dimmi allora, sai cosa significa la frase incisa sul tuo anello?» Carlo si chinò per spostare il fazzoletto e dargli modo di rispondere. Per un secondo il ragazzo stette zitto, la bocca semiaperta a compensare il debito d’ossigeno. Poi cacciò un urlo. Andrea gli frantumò il capo, due colpi ben assestati. Gli schizzi di sangue imbrattarono i pantaloni di Carlo. Un secondo di silenzio. «Non potevi usare un’arma più discreta?» fece Carlo, mostrando la statuetta d’acciaio con cui aveva agito «E poi devi colpire al collo, guarda che casino hai fatto». «E tu non potevi evitare di conversare con lui? Vuoi svegliare tutto il vicinato?» Il legno sporco puntato sul volto, il sangue a bagnargli la guancia. Carlo mimò un conato di vomito. Andò verso il bagno.

2.

Però non era stato sempre così. Un tempo andava all’università, si piegava come un’alga al passaggio dei professori. In aula si parlava di Dostoevskij, della fede, si facevano a brandelli i capitoli dei Karamazov. I ragazzi riempivano il vuoto della pausa pranzo con teorie, letture, revisioni di appunti. Carlo spariva nei corridoi angusti, scivolava sullo sguardo freddo dei colleghi. Ricordava il suo ultimo giorno: il Poeta assisteva all’incontro. L’aula magna riluceva di libri, di trent’anni di carriera a mostrarsi sugli espositori. Nelle prime file gli studenti sudati si agitavano nei maglioni, il Poeta parlava stancamente e loro trascrivevano sui portatili. Dietro c’erano i curiosi, i vecchi sfaccendati accorsi a rinverdire i bei tempi. Lui guardava la carne lasca del Poeta e capiva. Non era come gli altri, non voleva passare la vita a zampettare di libro in libro per salire di pochi gradini. La fronte dei colleghi si distendeva e si contraeva, sembrava respirare, fagocitare i buoni propositi e proiettarsi al posto del vecchio. No, lui non voleva mulinare nelle parole: lui voleva incarnare quelle vecchie membra, corteggiare la decomposizione.

3.

Andrea seduto sullo sterno della vittima detergeva la mazza con lo straccio bagnato. Carlo rientrò in cucina, gli occhi acciaio puntati nelle fessure verdi dell’amico. Gettò nel borsone la statuetta indiana. «Un tempo non rubavi nulla» gli disse Andrea. «Un tempo non eri così cruento. Facciamo finta che sia stata una rapina». «Allora dovremo riempirci di cianfrusaglie». Andrea si guardava attorno, nell’open space arredato Ikea c’erano poche cose da portare via: le lampade e i quadri non sarebbero entrati nei borsoni ma forse si poteva provare con il giradischi. Carlo posò l’arma, afferrò un mandarino dalla credenza. Lo sbucciava e mangiava pensoso. La faccia della ragazza si sgonfiava, perdeva il pallore della cipria e andava acquistando il grigio innaturale della carne morta. Andrea iniziò ad arraffare cose in giro per la stanza gettando tutto nel borsone.

4.

Quando era tornato a vivere dai nonni Carlo aveva bruciato i suoi libri. Il nonno cieco, sentendo l’odore, gli aveva chiesto cosa stesse facendo e lui dovette mentire: stava accendendo il camino. Il nonno aveva scrollato le spalle e si era avviato verso la camera. La nonna era rientrata in casa solo a operazione conclusa, aveva sorriso al nipote sfortunato dandogli un buffetto sulla guancia. A lui sembrava di ritornare ai sei anni, quando la nonna lo stringeva al petto fino a soffocarlo. Oh nonna, preparo io la cena, tu vai pure in camera. La scena si ripeteva ogni giorno, poi lui scongelava il minestrone. Si buttava sul letto mentre aspettava che bollisse la brodaglia e pensava al passato, alla vecchia città in cui viveva, alla nuova – che poi era quella dei ricordi, della realtà onirica – e alle strade pulite, ai vialoni del centro, ai vicoli sporchi su cui si affacciava la sua camera. Pensava ai genitori morti in quel frontale e rendeva i resti di un libro bruciacchiato. Leggeva Celan su carta come cuoio conciato. Non capiva i versi cancellati dal fuoco, leggeva e rideva.

5.

Carlo e Andrea scesero in strada senza fare la minima attenzione. Nel quartiere residenziale il sonno raschiava il pergolato delle villette, si udiva lontano il riverbero del centro. La parte nuova della città era germogliata come un organo spontaneo, le arterie cromate si allacciavano ai vecchi quartieri, li cingevano con crudeltà materna, si raggrumavano in nuove cellule di benessere, ristoranti e negozi in cui spendere e vivere, future piramidi di marmo e acciaio. Carlo indicò ad Andrea la strada per il canale, l’amico voltò il faccione glabro e inerme, si avviò strascicando le scarpe. Carlo lo seguiva di qualche passo e pensava che avrebbe dovuto parlare agli altri, indire una seduta speciale. Il rancore non rientrava nelle regole del club, ne offuscava l’obiettivo finale. Si ricordava la prima volta di Andrea: si era presentato in tuta da meccanico, lo aveva fatto ridere. Per renderlo presentabile gli aveva prestato una delle sue divise. Quando erano entrati nel palazzone lui era sul punto di piangere. Al primo delitto aveva solo assistito, tacendo quando Carlo parlava, annuendo per dare più forza alla sua visione. Poi aveva iniziato a pugnalare. Già alla quinta o sesta spedizione si portava dietro la mazza, un regalo natalizio del padre. L’aveva inventata lui la regola di agire in coppia – l’aveva formalizzata, come tutto il regolamento – sostenendo che avrebbero fatto come i consoli romani, coprendosi le spalle a vicenda e pugnalandosi se uno tradiva. Ora Carlo si trovava a riflettere sul suo compare: forse avrebbe dovuto inoltrare una mozione, una richiesta per il cambio di partner. Sul marciapiede scorse un gatto bianco, si muoveva sinuoso. L’animale avvertì lo sguardo dell’uomo e si immobilizzò guardingo. Il luccichio del collare lo collocava in un mondo di prati ben tagliati. Carlo sorrise, il felino era così diverso dagli animali impastati di polvere del suo quartiere, cani e gatti che a ogni incrocio spuntavano dal terreno come licheni. Andrea camminava due passi avanti, si fermò e aprì il borsone, voleva piazzare una trappola. Carlo tirò un calcio, l’animale si diede alla fuga ritirandosi nelle costole di una recinzione.

6.

Al funerale aveva parlato la nonna, trincerandosi dietro gli stereotipi. Lui sedeva in prima fila accanto al nonno che, protetto dagli occhiali, annegava le cataratte nei sospiri. Aveva visto le bare levitare, uscire dalla chiesa sospinte dal nero sogno toccato loro in sorte. Stringeva mani al termine della funzione, scoccava baci sulle guance dei parenti, sentiva i talloni doloranti alle prese con la suola dei mocassini. Il portone della casa di famiglia grondava di china, di tazebao stridenti in cui il nome dei genitori si ripeteva fino a sciogliersi. Adesso abitava coi nonni e doveva abituarsi al ciangottare dei piedi ammuffiti. Provava una sorta di perversa meraviglia nel riempire i polmoni di aria stantia. Sbirciava dalle persiane e s’inorgogliva per la scala di grigi che dominava i palazzi scrostati. Fu in quei primi giorni che venne a conoscenza della Camera. I nonni l’avevano istallata nella mansarda, ci passavano pomeriggi interi. Dissero che era stata sua madre a insistere per regalar loro quel nuovo ritrovato della scienza. L’aveva fatto poco prima di morire, a una manciata di mesi dall’incidente. I nonni si erano dapprima opposti fermamente, poi avevano dubitato imbarazzati e solo dopo giorni di corteggiamento si erano decisi ad accettare. La mamma aveva sganciato qualche milione per inviare a casa gli operai, e in poche ore era già tutto sistemato: un ritrovato avveniristico di cui i tecnici spiegarono il funzionamento ammiccando di soddisfazione. Sostennero perfino, tra le altre cose, che fosse la prima istallazione della Regione. Anche Carlo aveva ascoltato il racconto, rimanendo esterrefatto dall’elenco di prodigi della Camera.

7.

La strada si perdeva nel fondo di caffè di quella notte non più così scura mentre le luci della città friggevano nell’alba che risaliva l’orizzonte. Carlo e Andrea avevano disceso gli argini del canale per giungere a pochi passi dalla massa d’acqua ribollente. Sul volto di Carlo era spuntato un sorriso, nei bagliori della superficie oleosa tornava a rivedere le geometrie della mucillagine. Anche Andrea sembrava più sereno, da quando avevano lasciato il nuovo quartiere respirava più lentamente. «L’ennesima serata gloriosa per il club. Due traditori in meno in città». Lanciò il proclama assieme al suo borsone. Poi aspettò che lo facesse anche Carlo. «Chissà come è andata la spedizione degli altri…» Il secondo borsone raggiunse il centro del fume. «E come vuoi che sia andata… con questo travestimento non ci ferma nessuno». Aveva ragione: prima avevano provato a vestirsi da fattorini. Suonavano in piena notte con le pizze in bella mostra per le telecamere. Ma non aveva funzionato: molti chiudevano la comunicazione tra frasi smozzicate, altri opponevano il silenzio. Carlo aveva meditato, era andato a farsi un giro in centro per osservare le abitudini di chi ci viveva e gli era balzata in mente l’idea giusta: si sarebbero conciati come corrieri di Amazon.

Bastava una tuta sformata e un cappellino calato. Per quelli comprare cianfrusaglia su internet era un gesto quotidiano, passavano intere giornate ad aspettare il trillo salvifico che segnalasse l’arrivo del nuovo bene di consumo: non si sarebbero scandalizzati se nel vano del citofono fosse apparso il profilo di un pacco. Così loro entravano, salivano le scale, si avvicinavano alle vittime già protese, poi era tutto facile. Carlo e Andrea restarono ancora un po’ a guardare i borsoni appesantirsi nella corrente: la refurtiva era andata, l’arma di Carlo anche. Andrea aveva salvato la mazza da baseball, custodendola sotto il giaccone. I sacchi affondarono, la superficie marrone tornò quieta, detriti e pezzi di legno a segnare la normale deriva. Carlo e Andrea risalirono l’argine e superarono il ponte. Risero assieme. No, pensò Carlo, dopotutto non ho bisogno di cambiare partner.

8.

Nella sua infanzia aveva viaggiato molto. Visitava Barcellona, il mare che odorava di fuoco, visitava Parigi spruzzata di pioggia, le mani legate fra madre e nonna, visitava Vienna, la città perfetta, la culla del padre che gli parlava nella sua lingua cristallina. I ricordi di lui da bambino giacevano nelle sale illuminate a giorno, nei corridoi infiniti dei musei, in ogni reggia immaginava un fortino, una prigione in grado di custodire segreti. Dopo l’ennesimo viaggio tornava nella città dei nonni, nel quartiere più antico. La ricchezza non li aveva cambiati, vivevano ancora in quelle strade in cui la pietra mormorava storie di sangue. La figlia cercava di convincerli, abbiamo fatto fortuna noialtri, trasferitevi. Loro scuotevano il capo, ridevano. La nonna s’infervorava, modellava le frasi come uno schiaffo. Poi scendevano e si avviavano verso il portone, così minuti accanto al grosso batacchio a Carlo sembravano ombre strette in un assedio.

9.

Le divinità che avevano tracciato quelle strade dovevano essere stanche e Carlo e Andrea si muovevano per fascine di viottoli tortuosi, respiravano l’afrore delle pietre. Carlo chiudeva gli occhi e ascoltava rotolare i cadaveri delle vittime, i muri sghembi che fungevano da pire funerarie. Accarezzava l’aria come se sforasse il profilo dei palazzi secolari. Le dolci curve delle finestre e delle facciate ricordavano le circonvoluzioni di crani ammonticchiati: le aveva viste quelle visioni – le aveva ammirate coi propri occhi – nei dipinti di Vereshcaghin o nelle fortezze di Gaudì. Carlo e Andrea si sentivano scimmie, topi enormi quando si imbucavano nel budello fra due palazzi. «Torniamo. Torniamo al club e facciamo rapporto». Andrea si muoveva in preda alla febbre, un punto interrogativo nel guanto della notte. Il quartiere sembrava vecchio, decrepito, ogni giorno il nuovo centro si ingrandiva e si nutriva di luce e quel posto si allontanava nel ricordo.

In Carlo agiva il solito circuito di pensieri, sentiva erigersi gli stessi idoli, le convinzioni che lo avevano spinto a fondare il club. «Prima devo passare un attimo da casa. Tu vai, vi raggiungo subito». Se Andrea era contrariato, non lo dava a vedere. Annuì senza parlare, poi sparì dietro il primo angolo disponibile. Carlo rimase solo a pensare ai suoi amici, i ragazzi cresciuti in quel quartiere. Si domandò come dovesse essere bello al tempo delle loro famiglie, dei suoi nonni, o dei nonni dei suoi nonni, come dovesse apparire nobile una città in cui l’obbrobrio di metallo non esisteva, la piazza era una sola e si apriva come una ferita. Rimuginò anche sui nemici, i giovani che avevano abbandonato le clavicole degli architravi, gli androni che rimbombavano di passi, che avevano scelto di vivere negli appartamenti asettici, costruendo vetrine di negozi, frequentando bar e ristoranti dai menù esotici. A lui rabbrividivano gli intestini, un gelo che sapeva di mancanza, che si allargava nello stomaco, nel retto, che pulsava nella punta del pene. Era per questo che scappava a casa: perché conosceva i nonni, gli inquilini della Camera, e di quella Camera bramava l’accoglienza.

10.

La prima volta aveva provato orrore. Non per quei corpi disfatti che galleggiavano nelle vasche contigue, due vecchi con le carni a mollo come se prendessero le misure delle proprie bare. No, non per loro. Ma per le membra allacciate dei due giovani che si rotolavano sul letto, appena qualche metro più in là del vetro. Carlo guardava le proiezioni dei suoi nonni: tornavano ad avere trent’anni, a toccarsi con lo stesso ardore di quando si erano conosciuti. La Camera serviva a questo: sognava i sogni altrui, li trasformava in simulacri più veri del reale, in incubi di ossa e peli. I nonni si ritiravano nel sogno sempre più spesso, abbandonavano i vestiti a bordo vasca e poi si tuffavano, tornavano ad avere le grandi labbra floride e il pene in grado di indurirsi. Lui spiava quelle acrobazie, annebbiava il vetro con il fato mentre guardava la testa riccia della nonna. Quei lineamenti, quei nei a punteggiare il naso. La stessa grammatica di sua madre: Carlo guardava gli atti abominevoli da cui sua madre era nata, e nel guardare gli venne l’idea. Un giorno i nonni si erano dati appuntamento a metà pomeriggio, eppure il vecchio ancora dormiva in poltrona. Lui non si fece scappare l’occasione e s’immerse accanto al corpo della vecchia. Bastarono pochi istanti di oscurità, poi si trovò nella stanza, le mani forti del nonno e il membro dalla cappella violacea. Scorse di fronte a sé la donna dalle labbra lucide, dalle cosce materne, fece quel che doveva fare e si ritirò velocemente, chiudendo gli occhi con forza per costringersi a uscire dal sogno.

Doveva rivestirsi in fretta, andare a controllare il nonno. Da quel giorno approfittò di ogni occasione. Non temeva di essere scoperto, sapeva che i coniugi non parlavano mai di ciò che avveniva nella stanza, annichiliti dall’imbarazzo di ritrovarsi in corpi anziani. Arrivò persino a comprare sonniferi: adesso poteva sfruttare a piacimento i tentennamenti del vecchio (a volte lo lasciava fare, lo mandava nella stanza accompagnandolo fino sulla porta: non era così insensibile, sapeva che per il nonno entrare lì dentro significava riacquistare la vista).

La Camera rifletteva l’atrio più oscuro del suo cuore, il polmone ridacchiante. La Camera gli permetteva di apprezzare il ritorno alle proprie carni, alla consunzione. Si accorse che non amava solo l’immagine della madre, si accorse di amare anche la nonna. Ma non fra le pareti dorate, bensì proprio lì, nel luogo reale in cui a dividerli c’era più di una generazione. La Camera divenne un sibilo feroce.

11.

Il club si riuniva in un seminterrato, una cantina affittata per pochi euro. Quando Carlo arrivò non capì che nell’aria si agitava qualcosa di strano, d’altronde cosa avrebbe dovuto pensare, tutto si svolgeva come al solito. I volti ossuti sussurravano nella quiete, raccontavano dei corpi martoriati quella notte. Carlo era accaldato, sulla pelle ancora il tocco viscido del liquido, la Camera che lo aveva accolto per poi risputarlo sudato. Con il suo arrivo si diede inizio alla seduta: si parlava uno per volta, si intesseva la propria araldica di efferatezza mentre il gruppo annuiva, tremolava nella luce sporca, impallidiva come un consesso di fantasmi. Le frasi si mangiavano l’odio della sera trascorsa, delle vittime sacrificate, Carlo scrutava i suoi adepti e si chiedeva perché loro evitassero di restituirgli lo sguardo. Il turno di Andrea, più che fornirgli un indizio, gli palesò l’evidenza dei fatti.

12.

Prima di fondare il club aveva passato mesi a frizionarsi i capelli. Li scostava con le mani, cercava centimetri di pelle rosea, prime avvisaglie della calvizie. Oppure metteva la testa sotto il rubinetto, li bagnava per poterli tirare all’indietro. Sperava di trovare una radice candida, il segno del grigiore in quella boscaglia di peli color ebano. Usare la Camera tre volte al giorno gli aveva fatto capire il suo destino. La regressione era l’unica ragione, l’invecchiamento per acquisire esperienza, fede nella consunzione. E gli fu chiaro che doveva portare quella convinzione sul piano sociale, doveva fare qualcosa per i tanti che la pensavano come lui. Li vedeva spaesati agli angoli delle strade, li vedeva i giovani sfaccendati del suo quartiere, le buste di plastica ricolme, lo stomaco bruciato dal vino scadente: doveva combattere la piaga dell’evoluzione. Così fondò il club. Non ci volle molto per raccogliere quei reietti dalle strade, bastava accostarsi e bisbigliare parole generose. Non ci volle molto per sobillare un odio artificiale, bastava umiliarli spaventandoli con la condizione servile.

Disse che avrebbero dovuto spargere il terrore, minare le fondamenta di quel benessere scintillante. Disse che dovevano colpire i coetanei traditori, le coppie profumate che si emancipavano dallo stato naturale nella Camera. Mise in piedi l’organizzazione, la mise in piedi senza che nessuno desse segno di fraternizzare con le vittime. Poi arrivò Andrea, il ragazzetto spaurito dagli occhi cisposi. Andrea che abitava in un bugigattolo con i genitori alcolizzati, Andrea che era come lui, travisava la cultura che credeva di apprezzare, Andrea che si presentò con un libro di Huysmans perché gli sembrava la cosa giusta. «Des Esseintes pezzo di merda, prova con Pepe Carvalho». Strappò quel libro sgualcito e gli sussurrò la vera natura della visione. Andrea beveva dalle sue parole, la faccia glabra e deturpata dallo stupore. Decise che sarebbe stato il suo compagno.

13.

Andrea era contrariato. Frugando nelle tasche di Carlo non aveva trovato l’anello. «Strappategli quella dannata tuta, sono sicuro che ce l’ha addosso, l’ho visto coi miei occhi». Carlo si dimenava mentre una decina di mani tastava ogni curva del tessuto. «Sei una serpe, un traditore, stai voltando le spalle alla causa per cui abbiamo lavorato tanto» Carlo urlava e costernato si guardava in giro «e voi, voi lo state aiutando in questa follia… contro di me, io che ho fondato il club, io che sono il più puro, io…» Andrea continuava a esortare gli altri con urla e ordini abbaiati. Non lo aveva sognato, aveva visto Carlo contravvenire alle regole, trafugare l’anello della vittima. Non poteva sperare di meglio, da mesi aspettava l’occasione giusta e tradirlo era l’unico modo per punirlo. Non lo aveva sognato, il vero sogno era ciò che stavano vivendo. «Perché, perché mi stai facendo questo?» si scioglieva Carlo, e dalla rabbia passava alla disperazione.

Le mani non smettevano di scuoterlo. «Sto solo seguendo le regole. Sto mettendo in pratica la legge che ci hai insegnato» rispondeva Andrea, dondolando. E per lui quella affermazione corrispondeva al vero. Dapprima aveva seguito Carlo magnetizzato, nutrendosi dell’aura oscura, scaldandosi in quel fuoco. Tutti nel quartiere sapevano la sua tragica storia, tutti lo squadravano ed erano impauriti dalla sua ferocia. Ma non Andrea, a cui due genitori morti in un inferno di lamiere parevano una benedizione: la libertà di guardarsi allo specchio e dirsi solo, esorcizzare le ombre di un padre violento. Andrea ora aderiva alla visione di Carlo, la abbracciava per epurarla dagli ultimi scampoli di romanticismo. «So cosa fai, so cosa hai fatto» disse, e spaccò il volto di Carlo con una frase breve, con un’occhiata che puzzava di rivelazione. Carlo capì che aveva capito, sbiancò, si afflosciò, si fece rivoltare come un manichino. Andrea non poteva provarlo ma sapeva, spiava Carlo quando spariva nei corridoi di casa.

14.

La Camera generava scorie, rimasugli di ossessioni. La Camera evacuava piccole cassette che finivano fra i liquami. I rifiuti attraversavano il fume, galleggiavano a pochi centimetri dal punto in cui Andrea era solito sedersi a meditare. Un giorno Andrea l’aveva vista, quella cassettina scura a portata di mano. Toccandola era penetrato nei sogni del nonno di Carlo, nei sogni di cui lui abusava.

Lo aveva visto togliersi i vestiti, immergersi nella vasca per rubare quelle poche ore di sudore. Poi il campo si era fatto scuro, era tornato alla realtà mentre la cassetta si inabissava e spariva sul fondo limaccioso. Da quel giorno Andrea trascorreva i pomeriggi nella speranza di trovare l’ennesima cassetta: l’avrebbe presa, portata con sé per mostrarla alla prossima seduta. Sarebbe scoppiata la rivolta e lui avrebbe proposto la sua candidatura: un nuovo leader, più giusto, più determinato. Purtroppo tutto ciò era rimasto nel dominio delle aspirazioni, e Andrea non era più riuscito a raccogliere nessuna di quelle scorie. Era rimasto un sogno interrotto. Ma adesso ipotesi, congetture, speranze si stavano realizzando: si generava, infine, la loro reazione.

15.

«Dovresti essere contento, sapevi che saremmo arrivati a questo. Noi siamo indipendenti, siamo dei monaci guerrieri. Noi ti offriamo in sacrificio e idolatriamo il tuo spirito». Andrea parlava come un folle, come il profeta che sapeva di essere sempre stato, la voce combattiva che da sempre aveva voluto alzare. «Andrea, tu sei cenere, sei sabbia che si disperderà nel vento» disse quietamente Carlo, prima di zittirsi come se non avesse mai avuto volto. Vedremo, pensò l’altro, nel frattempo godiamoci lo spettacolo. Prima che tutto questo finisca in una piramide di marmo e acciaio.

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Giovanni Bitetto (Andria, 1992) ha pubblicato racconti e articoli sulle riviste letterarie «Terranullius», «Nazione Indiana», «404:FileNotFound». Collabora con «L’Indiscreto» e «Il Tascabile». È redattore del magazine online «Ultima Pagina».

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