train

Segue alle pagine 2 e 3

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Pubblichiamo, ringraziando l’autrice, un racconto apparso originariamente nell’antologia 10 in paura, edizioni Epoché.

Avevo tempo, dieci minuti buoni. Ho preso un caffè al bar della stazione.
Poi il giornale, una mezza minerale, un trancio di pizza. Una barretta di cioccolato. Un krapfen alla crema.
Lo so, era estate, faceva caldo, potevo fermarmi al cioccolato.

10 e 30, binario 7, TRENO 9434. Un Freccia rossa, un treno ad alta velocità, uno di quelli che fanno risparmiare mezz’ora, Milano Roma quattro ore anziché quattro e mezza. Ogni volta che ne prendo uno mi passa davanti agli occhi uno di quei treni di breve percorrenza perennemente in ritardo e affollato come un centro commerciale il sabato pomeriggio, con le sue carrozze malridotte, le sue toilette disgraziate. Che alcuni passeggeri, per arrivare mezz’ora prima, ritardino, o lascino a piedi, tutti gli altri ha qualcosa di vagamente antidemocratico.

CARROZZA 12. L’ultima, che dopo Firenze, diventa la prima. E lì, come tutte le volte che ci passo, avrei cambiato posto. Tenere lo sguardo rivolto indietro mi fa stare male, mi fa venire la nausea. Come ritrovarsi davanti agli occhi quello che uno vorrebbe lasciarsi definitivamente alle spalle. Guardare avanti, invece, mi mette addosso un senso di eccitazione, come se a ogni istante si materializzassero infiniti universi, le rotaie si biforcassero continuamente. Una specie di principio delle possibilità.

10 e 20. Avevo dieci minuti. Lo so perché arrivo sempre dieci minuti prima. L’idea di aspettare, in piedi, davanti al tabellone, in mezzo alla calca che spinge, mi spaventa sempre. Mi è successo, ogni tanto, di ritrovarmi come un sasso, un grosso sasso, in mezzo alla corrente, tra branchi di tonni che avanzano in direzione opposta: pendolari assonnati con l’occhio e il passo di chi ha inserito il pilota automatico, viaggiatori all’inseguimento di coincidenze che temono di perdere, e dio sa se non sarebbe una fortuna. Con la possibilità che la rotella sfinita dal peso di quella che ormai sembra essere l’unica forma possibile di trasporto del proprio bagaglio, il trolley, mi trafori un piede, o mi si attacchi alla caviglia come un cane in calore. Ce ne saranno stati almeno cento, quella mattina, tra i binari 7 e 8, di trolley, scatole rigide o semirigide che possono raggiungere le dimensioni di un monolocale, di cui più nessuno sembra poter fare a meno, funeralizzate le valigie a manico corto e lungo, archiviati gli zaini che girano solo in montagna. Con un trolley, creatura apparentemente inerme, vicina ma remota, ingovernabile come un animale alla catena che rivendica la propria libertà incagliandosi e ribaltandosi a ogni curva, incastrandosi tra un marciapiede e un taxi – con un trolley, io, non riuscirei a viaggiare. Io porto una borsa a tracolla che si attacca al corpo come una cozza allo scoglio. Potrei perfino correre, se mi riuscisse. Non sono mai stata molto coordinata, nemmeno un tipo tanto atletico. Deve essere per via della costituzione, robusta, diceva il dottore quando ero piccola, forte e robusta. Ma succedesse qualcosa che riducesse o dimezzasse i miei dieci minuti prima, potrei anche mettermi a correre, sgambettare, diciamo. Loro, i proprietari dei cani-trolley, no, nemmeno accelerare il passo, non senza aver abbandonato per strada il proprio animaletto domestico.

Arrivare troppo in anticipo vorrebbe dire restare lì, in piedi, al binario ancora vuoto. Sembra che in nessuna grande stazione ferroviaria sia rimasta una sola panchina, come se le panchine non facessero più parte dell’orizzonte visivo e progettuale del luogo. Come se nessuno fosse più disposto ad aspettare, predisposto all’attesa. Nell’attesa non si fa niente, e non fare niente è una perdita di tempo, e nella perdita non c’è nessun godimento.

Perdere tempo. Da piccola non facevo altro, e mi piaceva tantissimo. Mi lasciavano lì, da sola, interi pomeriggi, nella mia stanzetta o in cortile, d’estate. Pomeriggi in cui mi spettava un panino doppio con la Nutella e un bicchiere di latte, o una misera fetta biscottata con un velo di marmellata di ciliegie e una spremuta d’arancia – quando mi teneva la nonna, e mi diceva che lei da piccola era magra e rapida come una libellula. Pomeriggi interi a non fare niente. Che per me voleva dire fare tutto. Riuscivo a stare ore e ore seduta per terra ad accartocciare le pagine di un libro. Le stropicciavo una per volta stringendole forte dentro il pugno, aumentando così tanto il volume del libro da non poterlo più richiudere. Una volta conclusa questa operazione preparatoria, cominciavo a sfogliarlo, avvicinavo l’orecchio al libro e ascoltavo il rumore fragoroso delle pagine girate una per una, lentamente. Un suono croccante e squisito come quello delle patatine Pai. Non sapendo ancora leggerlo quel libro, mi piaceva farlo suonare. Per ore, senza contarle, senza saperle contare. Un tempo infinito. Una totale perdita di tempo. Un lusso, da bambini. E da barboni. Le panchine poi le occupano loro, i barboni, o i tossici. Deve essere per questo che hanno eliminato le panchine. Con tutto il loro carico di sacchetti e stracci e inutilità, sono il segno di un’estetica del tempo fermo, di viaggi interrotti, di un mondo senza più denaro. Fine della velocità.

Arrivare dieci minuti prima mi fa stare tranquilla, ho tutto il tempo.
POSTI 36 FINESTRINO. Mi sono diretta al centro della carrozza. Il mio posto finestrino era occupato.
Scelgo sempre il posto finestrino, è un posto che mi fa sentire al sicuro, al riparo, come l’ultimo banco in fondo alla classe. E io non mi stacco, in effetti, dal mio posto finestrino, una volta seduta non mi alzo più, una questione di indole, di mole – di costituzione, direbbe il mio dottore. Mi abbandono alla velocità, mi faccio trasportare, e mentre fuori tutto è in movimento io di solito mi muovo pochissimo, faccio piccoli gesti lenti, come in assenza di gravità. Al massimo mangio, che non è proprio un’azione. Mi gusto il piacere dell’inerzia quando l’azione è affidata a qualcun altro. A volte mi addormento.

Nel mio posto finestrino c’era una ragazza, carina, cuffiette, bracciali, anfibi neri, jeans neri, maglione nero, fascia in testa, nera, il cellulare tra due pollici saettanti, unghie laccate, di nero. Mi ha lanciato un’occhiata alzando appena gli occhi. A voce alta, più alta del necessario per via delle cuffie che non si affrettava a togliere dalle orecchie, mi ha detto che il suo posto era quello dall’altro lato, ma che la direzione opposta del treno le faceva rimettere l’anima, letteralmente, ha detto, rimettere l’anima. In più, si scusava, il finestrino le dava una certa sicurezza, non sapeva perché, ha aggiunto con un senso di lieve smarrimento, ma le dava sicurezza. Prima di riabbassare gli occhi sul suo messaggio, mi ha guardato come se già avessi accettato il cambiamento di posto.

Non sono riuscita a replicare. Forse mi aveva spiazzato la sua confessione di debolezza, lei, così dura e nera, così coerente con il suo stile da piccola guerriera della notte, idee chiare e niente che potesse farle male, o forse mi aveva intenerito il fatto che anche lei soffrisse fin da piccola della mia stessa nausea, e che avvertisse lo stesso senso di sicurezza che provo io a stare lì, al suo, mio, posto. Alla fine, ho abbozzato un sorriso e senza dire una parola, che comunque non avrebbe sentito, ho sistemato la mia borsa-cozza sul ripiano in alto e mi sono seduta accanto a lei, sperando che qualcuno non venisse a reclamare il proprio posto. Niente angolino finestrino, ma almeno la direzione giusta, fino a Firenze.

Il treno intanto si era riempito, ho dato una rapida occhiata intorno mentre ribaltavo il tavolinetto. Un tipo davanti a me leggeva colonne di numeri infilandosi l’indice nel naso e sfilandolo di scatto appena intercettava il mio sguardo volutamente distratto che ogni tanto si posava su di lui, anzi, sul suo naso. Nel corridoio un gruppetto di ragazze in viaggio, americane, a sentirle parlare ma anche a vederle, canottiere slabbrate, pantaloncini corti, infradito di gomma, ridevano divertite constatando che i loro bagagli extralarge, razza trolley-san bernardo, non entravano da nessuna parte, né sopra né fra i sedili. Erano circondate, assediate da una muta di cani di plastica, rosa, verde mela e giallo canarino. Ho sistemato la bottiglia dell’acqua sul tavolinetto, mentre il naso del mio dirimpettaio subiva un’altra furtiva ripassata. I don’t know, somewhere, over there. Le giovani americane avevano preso posto, disinteressate al destino del proprio cane-bagaglio, un po’ come Totò nella scena dello scompartimento: l’onorevole Trombetta gli affida le valigie e lui, non trovando spazio attorno a sé, le getta una dopo l’altra dal finestrino. E le scarpe? chiede ingenuo l’onorevole. Vicino alle valigie!, replica rassicurante Totò mentre le fa volare fuori.

Devo aver sorriso, incantata. Una di loro ha allargato le braccia in segno di resa.

Ho dato un’occhiata al giornale.
RISCHIO ATTENTATI IN EUROPA, KAMIKAZE PRONTI A COLPIRE. Per un momento ho avuto l’impressione di averlo già visto quel titolo, forse un titolo simile, o lo stesso su un altro giornale. Ma poi mi sono ricordata, l’avevo già letto, mi pare fosse il 2003, estate, su un TGV, direzione Parigi. Me lo ricordo perché lo leggevo ribaltato, tra le mani, leggere e sottili, di una donna di fronte a me. Me la ricordo bene perché devo averle invidiato quelle mani del genere costituzione esile, longilinea.

Ma poi, ancora, un altro titolo simile, l’anno dopo, sempre d’estate, se non ricordo male, anzi, sono sicura, ricordo che lo commentammo, sull’aereo, io e il mio vicino di posto, un pakistano con le mani unte e lo sguardo liquido puntato sul suo vegetarian meal. E poi ancora, me ne è venuto in mente un altro, l’anno scorso, più o meno lo stesso titolo, agosto, mi pare, altro treno, direzione Salento, a casa di Eva, bella vacanza, la mattina ci passavamo il giornale, insieme ai cornetti caldi. Lo stesso titolo, lo stesso giornale, io, sempre d’estate, sempre in viaggio. Poca fantasia, in effetti, mia e della stampa. O forse a qualcuno piace movimentare un po’ la bassa stagione delle vendite di quotidiani, dando una scrollatina al torpore vacanziero – luglio e agosto la gente compra solo riviste con grandi bocche tette e culi di piccoli vip al mare, o al massimo l’ultimo libro che abbia vinto qualche premio.

Il corridoio, nel frattempo, si era liberato. Ho sentito il fischio del capotreno che faceva chiudere le porte, automatiche ma pur sempre agli ordini di un fischio. Quasi contemporaneamente si è aperta la porta a vetri della mia carrozza 12. Un uomo sulla quarantina, in evidente affanno, si è messo a sedere nel primo posto libero, il sedile di fronte al mio, dall’altro lato del corridoio. Si è seduto frettolosamente, senza controllare il numero della prenotazione, senza dare un’occhiata al biglietto. Come se avesse avuto solo voglia, o forse bisogno, di trovare un posto, un posto qualunque, in quella carrozza in fondo al treno, la mia, l’ultima, fino a Firenze.

Questione di un attimo. Sono tornata al mio giornale, mentre la voce del capotreno dava il suo personale benvenuto a bordo, faceva l’elenco delle città in cui avremmo sostato, promuoveva il servizio ristorante situato al centro del treno, carrozza 5, elencava cibi e bevande disponibili, indicava la sua posizione, in testa al treno, carrozza 3.
RAPPORTO DEI SERVIZI SEGRETI: POSSIBILE ATTENTATO TERRORISTICO NELLE CAPITALI EUROPEE

Mi sono messa a leggere l’articolo che cominciava in prima pagina. Ma ho rialzato lo sguardo quasi subito, distratta, come se stessi rileggendo il giornale del giorno prima, o fosse lo stesso articolo che continuavo a leggere da almeno sei anni. Quell’uomo appena arrivato che ancora faticava a riprendere fiato mi attraeva più del mio giornale nuovo e già vecchio, più di quanto non facesse il tipo col suo dito dentro il naso, o la mia vicina con i suoi pollici rotanti. Mi piace guardare le mani. Ma non è che lui avesse mani particolarmente seducenti, è che non stavano ferme un momento, le teneva intrecciate, poi le sfregava, poi le appoggiava aperte e parallele sulle cosce, picchiettando alternativamente il medio, l’indice e l’anulare al suono di un ritmo che sentiva solo lui. Improvvisamente le ha unite al petto in cerca dell’apertura del giubbotto, uno di quelli di nylon, senza maniche, ha abbassato di pochi centimetri la cerniera e l’ha richiusa quasi istantaneamente. Poi, si è sistemato i capelli, puliti, sembravano appena tagliati, e si è lisciato la barba, crespa ma curata, che gli nascondeva metà del viso e un pezzetto di collo. E poi, ancora, con una mano si è asciugato gli angoli della bocca, una bella bocca, di quelle spesse, virili, mentre con l’altra cercava qualcosa in tasca, senza trovarla. Il mio vicino-dito-nel-naso ha attirato per un attimo il mio sguardo col suono del suo cellulare – però, un tipo così distinto, una musichetta da bar! Ha risposto e come se avesse obbedito a una consolidata abitudine, dal naso ha portato le dita alla curva del cranio, completamente calvo, e ha cominciato un’opera di rastrellamento, l’indice e il medio si alternavano come le zampette rotolatrici di uno scarabeo sacro, raschiavano, appallottolavano, facevano scivolare giù grumi di cuoio capelluto e strati di pelle secca che finivano sui fogli di numeri come radici quadrate, e carnosi simboli algebrici. Appena ha riattaccato il telefono, ha riattaccato anche col dito nel naso.

Faceva caldo, ero rimasta con la mia giacca di lino addosso. Stavo per alzarmi quando il tipo-mani-agitate si è alzato anche lui, ha dato un’occhiata alla porta scorrevole della carrozza e si è rimesso a sedere. Chissà, stava aspettando qualcuno, forse, o magari aveva un posto nell’altra carrozza e per qualche ragione aveva deciso di cambiare, magari soffriva anche lui della sindrome da direzione sbagliata. O forse era inseguito, aveva preso al volo il primo treno in partenza – questo spiegherebbe la corsa, l’affanno, l’essersi seduto nel primo posto libero. Non riuscivo a non pensarci. Mentre riponevo la giacca sul ripiano in alto spingendo sulle punte dei sandali per arrivarci, mi è venuto in mente che non aveva valigie.

Niente valigie, neanche una borsa, un sacchetto, un comunissimo trolley, neanche uno piccolo piccolo, razza trolley-chihuahua. Niente. Strano vedere qualcuno in viaggio senza neanche un pacchetto di biscotti, un giornale, un ombrello, così, anche solo per il gusto di non essere presi alla sprovvista dalla noia, dalla fame, dal maltempo. Non so perché ma mi metteva ansia. Forse perché lui sembrava in ansia.

Ho riabbassato gli occhi sul mio giornale-già-vecchio. La piccola guerriera della notte ha dato una veloce sbirciatina al sacchetto da cui stavo cercando di sfilare il mio pezzo di pizza: il pomodoro si era appiccicato alla carta e rischiava di rimanerci attaccato per metà. Mangio e leggo, così mi distraggo, devo aver pensato. Mi stavo lasciando prendere da quell’uomo e dalla sua agitazione. L’agitazione è contagiosa, un tipo di eccitazione che rimbalza di corpo in corpo.

A quel punto ho disteso il giornale e ho dato uno sguardo ai titoli.

MORIA DELLE API, ALLARME VITA SULLA TERRA Segue a pagina 31
SANITA’. CERCASI MINISTERO DISPERATAMENTE Segue alle pagine 6 e 7
UN MONDO DI SALDI, UNA VITA DI DEBITI Segue a pagina 34
L’INCHIESTA: MOSCHEE COME MOSCHE Segue a pagina 9
MIGRANTI, LA PAURA VIEN DAL MARE Segue a pagina 5 e 6
LAVORI ABUSIVI, CROLLA IL PALAZZO DEL GOVERNO Segue a pagina 14
PILLOLE AI POLLI Segue a pagina 34
ITALIA NEL MIRINO Segue alle pagine 2 e 3
AL BORSINO DELL’AUTOGRILL: film porno e panini economici Segue a pagina 29

Ho voltato pagina, la carta ha assorbito un po’ dell’olio che mi patinava le dita.
EUROPA IN ALLERTA. In Italia, il ministro degli Interni rassicura il Paese, i servizi di sicurezza sono in allerta, le misure di controllo sono state raddoppiate nei punti nevralgici del Paese, Roma, Milano, Venezia, stazioni, aeroporti, piazze, ambasciate, e grandi centri commerciali. L’esercito presidia le città.

Tutto sotto controllo. Bene, bravi. La mia pizza era fredda e gommosa, squisita. Si sentiva perfino il sapore dell’origano incollato a un elastico di mozzarella, fusa come può fondere una pallina da ping-pong.

La piccola guerriera della notte mi ha chiesto se potevo farla passare. Il treno stava per arrivare alla stazione di Bologna. Era passata un’ora. Il mio vicino-dito-nel-naso ha alzato gli occhi e l’ha guardata camminare, più o meno di spalle. Mi sono riseduta, cercando di evitare di voltarmi verso mani-agitate. Ma è stato più forte di me. Stava controllando l’orologio. L’ha ricontrollato. Ha guardato fuori dal finestrino e lo ha controllato di nuovo. Era nervoso. Perché era così nervoso? Cosa aveva da controllare? Perché mai era così agitato, così tagliato di fresco, così senza valigie? E perché non si toglieva il giubbino, di nylon, col caldo che faceva? Io stavo sudando e non doveva essere colpa della forte costituzione, taglia, di sicuro voleva dire taglia forte, il dottore. Improvvisamente, ha trillato un cellulare. Un suono diverso da quello del mio vicino-dito-nel-naso, una suoneria generica, anonima. Mani-agitate ha abbassato veloce la cerniera del giubbino, quel tanto che gli permetteva di estrarre il cellulare, e l’ha richiusa in fretta. Muto. È rimasto muto, ha controllato l’orologio, e ha fissato il display del cellulare. Sembrava che contasse. Uno, due, tre… un Tom Cruise da Mission Impossible – la vocina robotica dall’altro capo del telefono gli comunica che il cellulare sta per disintegrarsi e lui lo getta in aria con la stessa destrezza con cui Cruise, a penzoloni nel vuoto e due dita infilate in un buco della roccia, lancia in aria i suoi occhiali da sole parlanti.
Se almeno avesse detto qualcosa, chessò, in inglese, in francese, magari in arabo, sì, certo, in arabo. Niente.

La piccola guerriera della notte è tornata. Si era profumata, in bagno, sapeva di una qualche essenza orientale, come di incenso.
Mi era passata la fame, ho buttato l’ultimo pezzetto di pizza. Avevo le mani sudate. Mi batteva forte il cuore, lo sentivo pulsare sotto la lingua. Ho bevuto un po’ d’acqua. Avevo la pelle appiccicata alla camicia come la pizza alla carta del sacchetto. Faceva sempre più caldo. Era cominciata l’estate, e l’aria condizionata non faceva il suo dovere. Avevo le gambe di piombo, mi colavano sudori freddi sulla fronte, e dietro la nuca. Un attacco di panico. Il mio vicino-dito-nel-naso, la mia guerriera della notte, le mie americane coi loro cani di plastica, e anche gli altri, intorno, possibile che nessuno si accorgesse di niente? Nessuno che avesse paura? Che ingoiasse saliva, almeno, o sudasse un pochino? Quell’uomo non stava fermo, le mani come le zampe di un millepiedi. Si era seduto come se sapesse già dove sedersi, altro che a caso, controllava ogni secondo l’orologio come se aspettasse il momento esatto, l’ora stabilita. Cosa nascondeva sotto quel giubbino, dinamite, plastico, tritolo? Non stava fermo un istante, fremeva, aspettava di farsi saltare in aria.

Mi dovevo calmare, forse avrei dovuto cambiare posto. Ci ho pensato. Se si faceva esplodere lì, nella carrozza 12, bastava andare nel vagone ristorante, carrozza 5, o alla 3, vicino al capotreno. Qualunque posto, chi se ne importava se andava nella direzione del treno o dalla parte opposta. Mi sarebbe venuto da vomitare, va bene, avrei vomitato. Non c’era tempo da perdere, magari mancava pochissimo, lo sapeva lui quanto mancava, lui che controllava l’orologio come una bomba a orologeria.

Era lui che controllava il tempo. Era lui ad avere il mio tempo nelle sue mani.

Era da un’ora che lo fissavo, mai una volta che avesse ricambiato lo sguardo. Non gli piacevano le robuste costituzioni? Non gli importava niente di chi aveva intorno? L’umanità non lo interessava? Bello, però, una bella faccia, di quegli arabi con lo sguardo un po’ lontano, bagnato.

Stavo svenendo. Mi ero messa a sbadigliare, un principio di collasso. Avevo bisogno di qualcosa, magari qualcuno che mi tranquillizzasse. Ho imburrato la lingua di cacao, e infiammato il mio naso di teobromina, sostanza celeste. Una tavoletta di cioccolata a salvarmi la vita come una zattera in mezzo al mare.
Ho ripreso le forze. La mia guerriera della notte non aveva smesso di sollevare il suo sguardo su di me ogni volta che con le dita staccavo un quadratino di cioccolata e quel gesto la invitava ad assistere al mio piacere. Ne vuoi un po’? le ho domandato. Ha fatto no col dito indice allargando appena le labbra, come rifiutasse una dose di veleno. Chissà cosa mangia una guerriera della notte.

Ho guardato un’altra volta fuori dal finestrino. Guardato avanti, ma era come se fossi seduta al posto del mio vicino-dito-nel-naso, e guardassi indietro, mi venivano in mente solo le cose che avevo fatto, le persone, i posti che avevo visto – deve essere vero che nell’ultimo istante ti passa davanti tutta la vita. Altro che infiniti universi, rotaie che si biforcano. Lì, se quell’uomo aveva deciso di raggiungere il paradiso proprio quella mattina, sul treno 9434, Milano Roma delle 10.30, saltava tutto per aria, tutto il mio universo, magari si salvava la testa del treno, magari un po’ di futuro per qualcuno c’era ancora. Chissà qual è l’effetto di un torace imbottito di esplosivo, quanti corpi quante mani stacca per sempre da terra. Ero ancora seduta dalla parte giusta e mi veniva da vomitare.

Forse dovevo dirlo ai miei vicini di posto, forse dovevo avvertire la mia piccola guerriera della notte, in fondo lei, Cassandra postmoderna, aveva previsto tutto: rimettere l’anima, aveva detto. Si era anche purificata aspergendosi di incenso dietro le orecchie.
Forse dovevo lanciare l’allarme, chiamare il capotreno, far perquisire mani-agitate-imbottito-di-tritolo. Far fermare il treno, e correre fuori, via, via, lontano, correre, tutti. Io con la mia sacca a tracolla, ci voleva niente a tirarla giù, gli altri soli, senza i loro cani-trolley, abbandonati tra le lamiere.
O forse, dopo Bologna, constatando che non era successo niente, mi sarei calmata, avrei visto tutto con occhi diversi. E magari, durante il viaggio, col tempo, dentro quella carrozza chiusa, senza la possibilità di scendere, di scappare, di cambiare direzione, avrei familiarizzato con i movimenti di quell’uomo, innocui, in fin dei conti, innocenti, perfino. Avrei imparato ad assecondare la sua agitazione con un breve sorriso, avrei partecipato al suo stato di ansia con un impercettibile moto solidale di comprensione, perfino di complicità. L’avrei lasciato in pace, alla fine. Avrei smesso di renderlo l’oggetto della mia attenzione, l’origine di tutti i miei pensieri, il morso della mia fame.

Avevo ancora il giornale aperto, pagine 2 e 3: IDENTIKIT DI UN KAMIKAZE. Due colonne, più una ricostruzione digitale dei tratti somatici. Barba, tratti orientali, abiti occidentali, cintura di esplosivo sotto i vestiti… Vecchio ma non scaduto, il mio giornale, come un medicinale senza data di scadenza, con la sua giusta dose di veleno.

Ero paralizzata. Un senso di vuoto, di angoscia infinita. La morte, ho pensato. Deve essere questo che si sente poco prima di morire. Un grande senso di vuoto. Caldo e vuoto. Sudore. Non è fredda, la morte. È estiva. È vacanziera. D’estate si ha più paura di morire, ho pensato. D’estate, quando si ha meno da fare, quando ci si ferma, quando fa caldo e manca l’aria, quando ci si guarda allo specchio, e si è più nudi.
Un vuoto allo stomaco. Avevo ancora il mio krapfen alla crema. Un po’ sgonfiato, ripiegato su se stesso, molliccio. L’odore di fritto solo in lontananza. Perfetto. Non quello con la glassa sopra, e nemmeno quello con i granelli di zucchero, ma quello con in cima una spolveratina di zucchero a velo che dopo un po’ si scioglie e diventa tutt’uno con la pasta, si mischia all’olio e alla farina, e al burro, diventa ingrediente originario, parte di un tutto che ha bisogno di unire le sue parti. Non capisco quelli che mangiano i krapfen appena sfornati. Non sanno di niente. Ci vuole tempo perché gli ingredienti si amalgamino: elementi diversi che si accettano a vicenda hanno bisogno di riconoscersi. Il krapfen migliore è quello che ha passato almeno due, tre ore sopra il bancone del bar.

L’altoparlante ha annunciato che stavamo arrivando alla stazione di Bologna. Cos’era l’81? L’80? Il due agosto del 1980, quella strage alla stazione. Avevo il mio posto finestrino, avrei visto saltare in aria la sala d’aspetto, sarei morta guardando fuori, né avanti né indietro. Ma non ero partita, niente vacanze quell’anno, niente profetici titoli di giornale. Trame più oscure di quelle del destino.
Si può non morire due volte?
Ero lì col mio krapfen in mano e devo averla fatta a voce alta quella domanda perché entrambi i miei vicini di posto si sono mossi, all’unisono, come avessi detto, è ora, andate, su, tocca a voi. Il mio vicino-dito-nel-naso si è alzato, ha scrollato le sue radici quadrate dai calzoni, si è infilato la giacca, e si è riseduto, pronto. La mia piccola sacerdotessa della notte si è tolta le cuffie, ha guardato il display del cellulare, ed è rimasta a guardare fuori dal finestrino. E lui? Lui era immobile, per la prima volta da quando eravamo partiti era immobile, mani in tasca, sguardo fisso, labbra addolcite da un quasi sorriso.
Ci siamo, ho pensato. Anche se avessi voluto, ormai, non avrei potuto fare più niente. Treno 9434 Carrozza 12, Posti 36 finestrino. Quasi finestrino. Il posto sbagliato, il treno sbagliato.
Un grammo di crema mi è scivolato sul seno. L’ho raccolto e ho leccato il dito, mentre la mia guerriera della notte mi trafiggeva con un’altra occhiata, e aveva l’aria di volermi chiedere: hai paura di morire di fame?

Ho abbandonato la testa e ho abbassato gli occhi. Mi stavo calmando. Avevo impolverato il giornale e la gonna, una specie di cipria finissima bianca-avorio aveva sbiadito le lettere del mio nuovo-vecchio giornale, aveva imbiancato la barba del ritratto di un kamikaze, e disegnato il profilo collinare della mia pancia.

Il treno stava arrivando alla stazione di Bologna. Il mio vicino dito-nel-naso sarebbe sceso. Le mie americane di plastica avrebbero proseguito fino a Firenze. La mia guerriera della notte, chissà. Il mio mani-agitate avrebbe continuato a controllare il tempo.

Quel che è accaduto dopo è come un tuffo nell’acqua, un silenzio improvviso, e suoni ovattati. Una morbida, dolcissima, sensazione di pace. Il trillo di un cellulare, e una cerniera che si apre.
Poi, il riverbero di una voce calda, lontana, di qualcuno, lì, a un passo da me.
Ana jai. Ana kaman mush adreh astanna. Habibti, ana jai. Sto arrivando. Anch’io non vedo l’ora. Sto arrivando, amore mio.”

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.
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