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Sel, chi ha paura di capire?

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Riprendiamo un intervento di Enrico Sitta apparso sul sito di Sel.

di Enrico Sitta

È nota ormai al grande pubblico la situazione di Sel. Un manipolo di parlamentari lascia il partito verso altri lidi. I territori sono in fibrillazione, si grida al tradimento, si serrano le fila. Ma quale ė  la storia di questi mesi? Cosa è successo e cosa ci aspetta?

L’“impazzimento” dentro il nostro partito ha origine non dal congresso di Riccione quanto dal naufragio dell’esperienza di Italia Bene Comune. In quella fase in molti davano per scontato che si sarebbe andati al governo insieme, e che ad un certo punto i destini di Pd e Sel avrebbero anche potuto convergere. Lo scossone causato invece dalla beffa del “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto” seguito poi dal governo delle larghissime intese (ora più strette) e dalla presa del partito e del potere da parte di Renzi hanno sconquassato il fronte del vecchio centro sinistra. Forse, con le elezioni europee, definitivamente.

Perché dico questo? Vi propongo un’analisi.

Da tempo ormai Sel adotta quella che potremmo definire la politica del semaforo. Pd buono = semaforo verde / Pd cattivo = semaforo rosso. Ma esiste davvero un Pd buono ed un Pd cattivo? E perché è quasi sempre buono quello dei livelli inferiori (municipi, comuni, regioni) e quasi sempre cattivo quello dei piami superiori (livello nazionale ed europeo)? Il punto sta nella praticabilità del concetto di centrosinistra. Nei livelli inferiori le leggi elettorali per sindaco e presidente di regione consentono a coalizioni sostanzialmente omogenee di presentarsi alle elezioni e poi di governare insieme. L’amalgama è abbastanza compatta e sui programmi le coalizioni di centro sinistra hanno buona capacità di aggregazione. I livelli inferiori non trattano (se non marginalmente) temi eticamente sensibili, questioni di macroeconomia, missioni militari, lavoro, tutti quei temi in cui da sempre la sinistra così detta radicale si distanzia da quella “riformista”. I premi di maggioranza di comuni e regioni danno modo di governare anche senza il pastone delle larghe intese.

Cosa succede invece ai livelli più alti? Tutti speravamo che Bersani ce l’avrebbe fatta, con un margine così ampio da governare anche senza Scelta Civica. Altrimenti alcuni dei nostri avrebbero lasciato da subito. Ma anche in questo eldorado, il migliore dei mondi possibili, cosa sarebbe successo? Il Pd ci avrebbe proposto davvero una riforma così diversa da quella di Poletti sul lavoro? Avremmo abolito la Fornero? Avremmo fatto il reddito minimo garantito? I matrimoni gay? Avremmo ritirato i nostri soldati dalle “missioni di pace” che non ci convincevano? Avremmo cancellato il pareggio di bilancio dalla Costituzione? Oppure ci saremmo spaccati al primo scoglio? O altrimenti lungamente logorati? Non possiamo dirlo con certezza ma certo è probabile che la divaricazione di visioni qualche problema lo avrebbe prodotto come accaduto in passato.

Ecco dunque che vista in questi termini esiste una certa incapacità strutturale per il così detto centro sinistra di poter proporre un’esperienza riformatrice autentica al livello nazionale. E, ad ogni modo, parliamo dell’era pre-Renzi e di una fotografia ormai scattata tempo fa.

Cosa cambia oggi con l’ex sindaco di Firenze? Dal mio punto di vista cambia molto. Il voto delle elezioni europee prefigura la possibilità di un unico grande partito al governo del paese. Ad una coalizione di centro sinistra, quella che come abbiamo visto manteneva comunque alcuni nodi irrisolti, oggi potrebbe non essere dato neanche di presentarsi. A seconda infatti di quale piega prenderà il dibattito sulla legge elettorale soglie di sbarramento alte ed un premio di maggioranza assegnato alla lista anziché alla coalizione potrebbero archiviare definitivamente la possibilità di riproporre al livello nazionale uno schema che oggi funziona bene in tante realtà locali. C’è chi parla dunque già da tempo di campo largo dei democratici e non più di centro sinistra, locuzione di cui forse dovremo dimenticarci almeno per il livello nazionale.

Diciamo quindi che di fronte a questo scenario la fuoriuscita di parlamentari ed iscritti da Sel verso il Pd fuori dalla retorica della serpe covata in seno raccontano una storia che a mio modo di vedere ha bisogno di essere indagata più nel profondo e che sfida ciascuno di noi su un terreno che dobbiamo saper praticare, anche nei linguaggi. E lo scrivo sapendo quanto male possa aver fatto a tanti compagni e compagne che tutti i giorni stanno in prima linea aver visto andarsene via da un giorno all’altro senza troppe cautele persone che questo partito avevano contribuito a fondarlo.

Ma non è urlando al tradimento che esorcizzeremo le sfide che abbiamo di fronte.

In buona sostanza per come la vedo io il tema è: al livello nazionale noi ci candidiamo a dare visibilità e rappresentanza politica ad una minoranza che è fisiologica ed in qualche modo strutturale nel nostro paese (quel famoso milione di voti) ma che da domani potrebbe essere irrilevante negli equilibri politici nazionali. Se questo come io temo fosse il punto, noi dovremmo attrezzarci. E hai voglia a parlare di campagna acquisti del Pd: non basta. C’è da fare i conti con un cambio di passo nel sistema politico nel nostro paese, e io voglio saper parlare quella lingua. Anche perché, come ho avuto modo di ripetere in più occasioni, il mio obiettivo non può essere ricostruire la sinistra se questa pratica non ha modo di incidere sulla quotidianità delle persone. Il mio obiettivo è e resta cambiare il Paese da sinistra, vincere sull’opzione moderata quando non conservatrice proposta da Renzi e dai suoi. Andando però a vedere le carte, giocando su un campo contendibile. Non rinchiudendosi in un Aventino di duri e puri che non ha modo di incidere sulle scelte.

La soluzione è passare al Pd e combattere lì dentro una battaglia, scalare il partito, o peggio salire sul carro del renzismo come forse pensano alcuni di quelli che stanno dando vita a LeD in queste ore? A loro vorrei chiedere: ma siete sicuri che quella minoranza di persone contro l’austerity, per i diritti sociali e civili, il popolo della pace, dei referendum, dei precari, potrebbe avere facile e giusta cittadinanza all’interno di quello che oggi appare come il partito della nazione, benvoluto da ex leghisti, grandi imprenditori e boiardi di stato? Che fine ha fatto in questi anni lì dentro la gente alla Pippo Civati, alla Vincenzo Vita, alla Walter Tocci? Ha qualche senso o può portare a qualche valore aggiunto fare la minoranza strutturale in un partito del 40% per vivere delle briciole che cadono dal grande tavolo e gridare sempre il proprio dissenso di fronte alle riforme che portano più precarietà, più austerità? Vi eravate stancati di Sel, ma da domani che farete esattamente? Siete pronti ad applaudire anche voi al giovane enfant prodige che promette discontinuità e poi va a Strasburgo a dire che i patti non si cambiano?

Oppure pensate davvero che attrezzati degli strumenti giusti si potrebbe nel prossimo futuro arrivare a contendere nell’ambito del popolo dei democratici la leadership moderata di Renzi e a costruire egemonia culturale e politica su contenuti più radicali, più di sinistra tanto per capirci? È per questo che nasce LeD? E se è per questo era davvero indispensabile?

Io queste cose non le ho capite, lo dico davvero. Voi non le avete spiegate e dentro Sel oggi non se ne parla perché il punto in molti casi è fare il catenaccio, dire che il Pd di Renzi fa schifo, che Tsipras è bravo e Iglesias è interessante senza avere idea di cosa faremo domani per poter anche solo sperare che il nostro punto di vista, la nostra cultura politica, le nostre idee abbiano un peso al livello nazionale, incidano nelle scelte, contribuiscano a strutturare opinioni, siano lievito per far crescere consenso. Perché è più facile dire: noi siamo quelli che hanno ragione. E farlo in solitudine. Ecco, a me tutto questo non interessa. Da una parte e dall’altra, lo dico chiaramente. Soprattutto perché a me non interessano le semplificazioni quando ciò che abbiamo di fronte è una grande complessità. E da questo punto io sono per raccogliere le sfide, da qualsiasi parte vengano. Come per anni abbiamo fatto con Tilt, la nostra associazione. Uno sguardo originale, una finestra aperta sul mondo della sinistra, tutta. Inutile chiederci oggi da che parte stare, quando un gran numero di ragazzi e ragazze la “radicalità” e il “riformismo” le sposavano insieme nel loro DNA già da tanto tempo. Per questo oggi non possono esserci chiesti divorzi.

Mi ritengo una persona curiosa, che vuole davvero interrogarsi sugli esiti del piccolo contributo che fornisce alla propria comunità politica. Voglio capire insieme a chi è rimasto ma se possibile a chi con noi non c’è mai stato se e in che misura è possibile oggi parlare ancora di sinistra in questo paese. E che cosa vuol dire questa parola, a chi parla, chi mobilita. Se negli ultimi anni l’hanno incrociata solo gli operai di Pomigliano o anche qualche cassiera precaria, qualche partita IVA. Voglio capire qual è la ricetta non per perpetuare formule del passato ma per dotarsi degli strumenti giusti per incidere davvero nel dibattito politico nazionale di questo paese in cui siamo ai margini da almeno 15 anni, figure spesso caricaturali. Pretendo dal confronto interno al mio partito la serietà e la chiarezza necessarie per uscire dalle ambivalenze, dalle approssimazioni, dalle negazioni e dalle metafore poco efficaci. Di prendere finalmente atto di ciò che sta davvero accadendo. Spero che il confronto che si aprirà nelle prossime settimane e poi dopo l’estate con la conferenza programmatica sia un confronto all’altezza delle sfide che abbiamo davanti. Basta banalizzazioni, non ne abbiamo davvero più bisogno. C’è da capire insieme da dove ripartire per avere una chance concreta di cambiare questo paese da sinistra. L’unica cosa che a molti di noi interessa veramente.

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