arriaga

Il selvaggio. Intervista a Guillermo Arriaga

arriaga

Pubblichiamo un pezzo apparso sul Messaggero, che ringraziamo. Oggi Guillermo Arriaga sarà ospite del Salone del libro di Torino in un incontro alle ore 15 in Sala Azzurra.

Juan Guillermo, protagonista de Il Selvaggio (Bompiani, 752 pagine, 22 euro, traduzione di Bruno Arpaia), il nuovo romanzo di Guillermo Arriaga, esprime le principali esigenze narrative che caratterizzano i libri e le sceneggiature dello scrittore messicano.

L’adolescente già alla nascita lotta per la vita: sopravvive al parto gemellare in cui muore il fratello. E poi si ritrova ad affrontare la scomparsa della famiglia nella società violenta di Città del Messico sul finire degli anni Sessanta con i mali endemici della corruzione e della droga. Juan Guillermo è animato da un duplice desiderio: la vendetta e la volontà d’amare. Arriaga sviluppa nel romanzo una storia parallela dallo spirito epico nel selvaggio Yukon, la regione nordoccidentale del Canada, con il cacciatore Amaruq che nel finale si intreccerà a quella di Juan Guillermo.

Noto in Italia anche per la sua produzione cinematografica, a partire dalla collaborazione col regista Alejandro González Iňárritu, con cui ha rotto il rapporto, per Amores perros, 21 grammi e Babel; Arriaga assicura che il libro non avrà trasposizione cinematografica o televisiva.

Arriaga, dagli anni Sessanta in Messico come ha osservato trasformarsi la vita nel contesto urbano?

«Città del Messico non contempla periferie, ma è come tante città all’interno di una stessa. Credo che dall’avvento del modello economico neoliberista siano cambiate radicalmente tutte le città. Ovunque svanisce la classe media e si acuisce la differenza tra ricchi e poveri, provocando maggiore violenza. Questa crescente disuguaglianza ha creato in America Latina un terreno fertile per lo sviluppo del crimine».

La riflessione centrale del libro è la distanza che separa la vendetta dalla giustizia. Lei come interpreta una questione dalle radici così antiche?

«Questa domanda va posta proprio in un paese in cui trionfa l’impunità. Da quando sono bambino, solo del 3% dei crimini commessi sono accertate e punite le responsabilità. Resta nella società una sensazione angosciosa, il pensiero di come risarcire il danno. L’unico cammino è la vendetta? Ciò è quello che cerca di scoprire il romanzo, se esistano strade alternative alla vendetta. In un individuo il passaggio psicologico da vittima ad autore della violenza è una delle questioni più difficili da accettare. Innanzitutto occorre farsi una ragione dell’essere una vittima, poi ci si chiede come si diffonde in noi la necessità della violenza ed è faticoso governare tale pulsione».

In quale modo ha collegato i personaggi di Juan Guillermo e del cacciatore Amaruq?

«Nell’idea originale del romanzo non c’era il cacciatore. La sua vicenda in qualche modo è cresciuta da sola. È difficile che scriva con un processo razionale, mi guida più l’istinto della logica. Lascio al lettore stabilire le relazioni».

Che cosa stiamo perdendo nella relazione con la natura e il mondo animale?

«Stiamo smarrendo la natura che ci abita, ciò che siamo davvero come esseri umani. Non possiamo dimenticare la componente animale che è dentro di noi. Caccio con l’arco e le frecce, se molti si soffermassero a osservare da vicino la natura capirebbero cose importanti sul sesso, sul potere e sulle gerarchie. Per esempio prima di immaginare l’eliminazione delle frontiere dobbiamo comprendere l’atteggiamento degli animali, che sono estremamente gelosi del proprio territorio».

Lei tocca anche la questione del fondamentalismo religioso, che colpisce Juan Guillermo. Che cosa spinge alla radicalizzazione?

«Nel libro un fondamentalista è il figlio di una madre dall’esistenza assai complessa e confusa. Ciò lo spinge a dubitare fin dal rapporto primigenio. Molte persone, che non hanno un punto fermo a cui aggrapparsi, usano la religione o la politica per trovare un senso. E poi ci sono assassini che cercano solo una giustificazione ideologica per poter uccidere».

Hanno definito le sue pellicole di grande successo trilogia della morte, in realtà in quei film come in questo romanzo l’amore è una ricerca costante.

«Il Selvaggio è fondamentalmente una storia d’amore. La forza della vita che vince sempre sulla morte. Parla della speranza residua nel legame con l’altro. Sì, tutti i miei film e libri riguardano l’amore in molte sue espressioni e forme».

La corruzione e il crimine sono elementi costanti nel romanzo. Proviamo a spiegare almeno una delle ragioni che ha gettato il Messico nell’abisso con numeri delle vittime che ormai fanno impallidire quelli delle dittature latinoamericane?

«La violenza si concentra soprattutto in alcune zone del paese, ciò ovviamente non ne diminuisce la gravità. È un orrore che colpisce tutti. Ci sono soprattutto ragioni economiche. Nel 1994 il Trattato per il libero commercio ha cancellato l’agricoltura di sussistenza. Il mercato è stato inondato di prodotti agricoli nordamericani. È rimasta una massa di contadini senza più mezzi per sopravvivere. Avevano solo due opzioni: emigrare o legarsi ai narcos. Le piccole imprese sono state soppiantate dalle multinazionali».

Vede ormai un’assuefazione al terrorismo quotidiano?

«No, siamo terrorizzati e chiediamo un cambio radicale. Però non dimentichiamo anche le statistiche sulla violenza negli Stati Uniti, altrettanto preoccupanti. Abbiamo giornalisti investigativi coraggiosi e migliori».

A proposito di ottimi giornalisti, Diego Osorno afferma che la verità ufficiale in Messico è menzogna. Lei da scrittore come si muove fra verità e finzione?

«È vero quel che sosteneva Faulkner: lavoriamo con l’esperienza, l’osservazione e l’immaginazione. Sono fra quelli che attinge di più all’esperienza. E cerco di unire esperienze diverse con il salto dell’immaginazione. Il romanzo è basato su fatti reali che non sono mai accaduti».

Volgiamo lo sguardo al Duemila e a quel che è accaduto poi al cinema messicano.

«Credo che con Amores perros i registi messicani abbiano acquisito la fiducia nelle proprie potenzialità narrative. L’ultima nomination all’Oscar per un film messicano risaliva al 1962. Dopo quella pellicola ce ne sono state tre consecutive. In cento anni è stato il primo messicano a vincere un premio a Cannes, poi ne sono arrivati altri. Abbiamo raccontato le nostre storie, però al contempo noto che si sia banalizzato e annacquato con le commedie semplici. Questo genere mon mi dispiace di per sé, perché permette di realizzare più pellicole. Mi preoccupa che stia divenendo l’unica tendenza».

Lei all’età di sedici anni in bus ha attraversato la frontiera destinazione Canada. Nel libro si ripete il viaggio. Che cosa c’è oltre il muro?

«Non dimentichiamo che gli Stati Uniti si sono appropriati senza alcuna giustificazione di oltre metà del territorio messicano. Se viaggia nelle città statunitensi, entro i duecento chilometri dalla frontiera, si parla principalmente spagnolo ed è radicata la cultura messicana. La divisione è fittizia. Gli esseri umani non così diversi come pensano».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Aggiungi un commento