Seminario sui luoghi comuni

20. Understatement

Il modernismo ha compiuto il destino del romanzo e da lì non si torna indietro: è entrato a Troia come un regalo e ha distrutto la città. Dopo aver amato Joyce, Proust, Woolf, Musil, è difficile godere delle grandi opere dell’Ottocento: piene della loro saggezza pratica, di varietà narrativa, facili da maneggiare e coinvolgenti ma complesse (come oggi sono solo le serie televisive alte: The Wire, Mad Men, Six Feet Under, I Soprano). E se alla fine i russi di quel tempo ci piacciono comunque perché sono pazzi, gli scrittori inglesi sono molto più difficili da accettare, da mantenere nel nostro canone di riferimento. Così non è considerata una lettura fondamentale, l’enorme Middlemarch di George Eliot, con il suo narratore onnisciente generoso e serio rispetto al quale i grandi modernisti e postmoderni sembrano tutti o dei geni o dei poser. Rispetto a quello che ci piace oggi, ossia per lo più scrittori che a partire dal modernismo hanno preso a cuore un certo uso della lingua, dell’approfondimento dei gerghi, del miscuglio dei linguaggi, della limitazione impressionista o espressionista del narratore, a Middlemarch manca certamente quel gusto per l’ossessione, per il cosiddetto tour de force narrativo, per le note, per i lunghi paragrafi concentrati su un dettaglio, su una dimensione, il paragrafo insistito, l’oggetto messo al microscopio, il tema sviscerato fino all’inverosimile, per gli elenchi, per le ripetizioni, per gli elenchi di ripetizioni. («Per l’autoironia».) (Per le cose dette tra virgolette.) E la lingua di Eliot è meno interessante, meno artistica, meno istallazione perpetua: si trova però, in un romanzo così ottocentesco, una ricerca di equilibrio da cui c’è tanto da imparare e che per certi versi segnala una minore urgenza di piacere, di colpire, un desiderio dell’autrice di svanire, per lasciare il lettore solo con la storia e i personaggi: tanto che ci si può anche dimenticare che l’oggetto in questione è un romanzo, e non servono istruzioni per l’uso. (Per insistere sul confronto con certe serie tv: le guardiamo, e occupano un posto rilevante nei nostri cuori, pur non sapendo quasi mai chi sono gli autori.) Riporto qui un paragrafo tipico di Middlemarch: un libro tutto puntato sulla gestione piacevole della complessità. Ciò che mi piace di questo paragrafo – il resoconto di un maldestro tentativo di saldare un debito grazie alla vendita di un cavallo – è ciò che mi irrita e scandalizza: la naturalezza, l’apparente assenza di intento artistico. Sembra che i fatti narrati siano davvero accaduti e che George Eliot voglia solo raccontarli e ricamarci come farebbe di persona. E senza nemmeno i ventriloquismi: in maniera piana, una maniera così piana che fa sì che di solito Middlemarch lo si legga o a vent’anni o mai più, perché appena si scoprono le vertigini di ciò che è avvenuto alla letteratura nel Novecento si perde la voglia di semplicità. Ottocento pagine le possiamo leggere, ma solo se impegnative. Per le storie ci sono già le serie tv, da tracannare un episodio dopo l’altro, fino a notte fonda. In questo paragrafo non appariscente, la Eliot racconta una disavventura affrontandone coscienziosamente vari aspetti, con tanto di morale finale. Isoliamone alcuni momenti: 1) Fred Vincy ha fatto i conti senza l’oste: il cavallo Diamond, su cui riponeva grandi speranze, si imbizzarrisce e a furia di scalciare quasi ammazza lo stalliere e si ritrova azzoppato, ossia invendibile. 2) Metafora sublime a commento del pasticcio: «A ciò non si poteva porre alcun rimedio, come per la scoperta di un’indole cattiva dopo il matrimonio – di cui naturalmente i vecchi compagni erano a conoscenza prima della cerimonia». 3) Calcoli da fare per rimediare, la poesia delle storie di cambiali e scadenze. 4) Un po’ di morale: «Fred aveva la cocente sicurezza che il padre si sarebbe irosamente rifiutato di salvare Mr Garth dalle conseguenze di ciò che avrebbe definito un incoraggiamento allo sperpero e all’inganno». 5) Senso pratico e dissennatezza giovanile: il padre «avrebbe dato in escandescenze, perché quell’animale selvaggio era stato portato nella sua stalla». 6) Riflessione sull’effetto civilizzante che hanno le donne sugli uomini che le amano: «Uomini anche molto più forti di Fred Vincy conservano metà della loro rettitudine nel pensiero della persona che amano di più». L’ultimo terzo del paragrafo è un’analisi di come i doveri morali sono legati alla rappresentazione di sé, e di come l’affetto per una persona possa influire sull’immagine che abbiamo di noi stessi: «”Il teatro di tutte le mie azioni è caduto”, disse un personaggio dell’antichità quando il suo più caro amico fu morto; e sono fortunati coloro che hanno un teatro in cui il pubblico chiede la loro parte migliore». Si fa fatica ad accettare l’idea che queste siano vere e proprie riflessioni morali, che non ci siano virgolette, che non siano dette per ingannare o per divertire. Il che mi pensare che di solito, nei libri che preferisco, le questioni morali sono poste in maniera paradossale e gli esempi sono per lo più negativi e le cause morali sono perse in partenza. Non posso farne a meno, come lettore: eppure, le decisioni importanti, fuori dal manicomio del romanzo novecentesco, nella vita, richiedono a volte riflessioni senza virgolette, serie, perfino di buon senso, a volte addirittura formulabili in termini semplici senza troppo far torto alla «verità». Non si può ritornare all’Ottocento, noi siamo divisi, rotti in tanti pezzi, ma forse conteniamo nella nostra memoria morale ed estetica una quantità sufficiente di geni di George Eliot da dover ricostruire il nostro rapporto con quel genere di narrazione, e vedere a cosa ancora ci può essere utile.

Da Middlemarch di George Eliot

 

Mi duole dire che solo tre giorni dopo i favorevoli avvenimenti a Houndsley, Fred Vincy era precipitato in uno stato d’animo peggiore di quanto avesse conosciuto precedentemente in vita sua. Non che fosse stato deluso riguardo al possibile compratore del suo cavallo, ma prima di poter concludere l’affare con l’uomo di Lord Meldicote, questo Diamond, in cui aveva investito la speranza di ottanta sterline, senza il minimo preavviso aveva mostrato nella stalla un’energia veramente selvaggia nello scalciare, per un pelo non aveva ucciso lo stalliere, e aveva finito per azzopparsi gravemente impigliandosi con una zampa in una corda che pendeva sopra l’architrave della stalla. A ciò non si poteva porre alcun rimedio, come per la scoperta di un’indole cattiva dopo il matrimonio – di cui naturalmente i vecchi compagni erano a conoscenza prima della cerimonia. Per qualche ragione, Fred non esibì nulla della consueta capacità di reagire sotto questo colpo della mala sorte: sapeva semplicemente di avere solo cinquanta sterline, che al momento non aveva alcuna possibilità di procurarsene altre, e che la cambiale di centosessanta sterline sarebbe stata presentata di lì a cinque giorni. Anche se si fosse rivolto al padre, implorandolo di salvare Mr Garth dalla perdita, Fred aveva la cocente sicurezza che il padre si sarebbe irosamente rifiutato di salvare Mr Garth dalle conseguenze di ciò che avrebbe definito un incoraggiamento allo sperpero e all’inganno. Era talmente abbattuto che non gli riuscì di escogitare altro progetto che andare direttamente da Mr Garth e comunicargli la triste verità, portando con sé le cinquanta sterline, e mettendo almeno quella somma al sicuro dalle proprie mani. Il padre, che era al magazzino, non sapeva ancora dell’incidente: quando ne sarebbe venuto a conoscenza avrebbe dato in escandescenze, perché quell’animale selvaggio era stato portato nella sua stalla; e prima di affrontare questa seccatura minore, Fred volle andarsene con tutto il coraggio che aveva per affrontare la maggiore. Prese il pony del padre, perché aveva deciso che dopo aver detto tutto a Mr Garth, sarebbe andato a Stone Court a confessare tutto a Mary. In effetti è probabile che se non ci fosse stata Mary e Fred non l’avesse amata, la sua coscienza si sarebbe data molto meno da fare sia nel rimproverargli il debito sia nello spingerlo a non prendersela comoda secondo il suo modo di agire consueto, procrastinando un dovere sgradito, ma ad agire nel modo più schietto e semplice che poteva. Uomini anche molto più forti di Fred Vincy conservano metà della loro rettitudine nel pensiero della persona che amano di più. «Il teatro di tutte le mie azioni è caduto», disse un personaggio dell’antichità quando il suo più caro amico fu morto; e sono fortunati coloro che hanno un teatro in cui il pubblico chiede la loro parte migliore. Certo sarebbe stato assai diverso per Fred a quel tempo se Mary Garth non avesse avuto un’idea ben chiara riguardo a ciò che era ammirevole in una persona.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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