Seminario sui luoghi comuni

25. Ai confini della realtà

Il rischio e l’avventura di scrivere della morte: il capitolo finale della Morte di Ivàn Iljìc è forse il caso più celebre, e uno dei brani più famosi di Tolstoj.

Di solito scelgo paragrafi poco appariscenti degli autori che mi piacciono, perché penso che i segreti del raccontare si rivelino meglio nelle strade non trafficate, dove si può scoprire al riparo dalla luce accecante dei temi famosi una certa coerenza, bellezza, un acume dello stesso livello dei passaggi più importanti, e quindi una conferma della compattezza di un mondo d’invenzione costruito rubando impressioni alla realtà.
Con Tolstoj però devo fare un’eccezione. È forse lo scrittore più impressionante di tutti, quello che, anche se non si è fra i suoi adoratori, può stupirci per la semplicità e verità delle sue soluzioni. Siccome la penso così, volevo citare un passo in cui questo autore raggiunge il proprio limite, in cui forse osa troppo, e provare a vedere cosa mi dice di buono e di cattivo questo brano (il racconto della morte di un uomo vista dal di dentro), e che bilancio si può trarre se ci si sta domandando in che maniera può avere senso parlare del morire in un romanzo.
I grandi romanzi di solito vengono letti per formarsi, per renderci più umani e rendere più umana la nostra vita: rimandano sempre indietro alla vita. Se avessi un’ora da vivere non leggerei un romanzo. Al limite piangerei il mio probabile allontanamento, per sempre, dal linguaggio e dalla vita delle parole, ma non mi metterei a leggere un romanzo. Allo stesso modo, questo mondo tutto umano che è il linguaggio sembra a suo agio soprattutto quando si occupa di cose verificabili, cui si può tornare dopo la lettura per vedere se erano proprio così. Dopo aver letto una descrizione di Parigi, magari tornerò a Parigi, o almeno ci vorrò tornare; dopo aver letto di un viaggio in macchina, farò un viaggio in macchina. È un ragionamento fallato, certo, perché per esempio la letteratura sui campi di concentramento si basa sulla decisa determinazione a non ritrovarci mai in una situazione analoga. Ma forse anche in quel caso vince la speranza irriducibile che chi racconta la vita nel campo sia poi stato in grado di tornare indietro, di riunirsi alla vita vivibile, speranza impossibile da avere se il racconto più che avere a tema la barbarie e la spietatezza, di cui la morte è una delle conseguenze, ha per tema proprio il morire, e non ci sia dunque alcuna via d’uscita.
Nel caso di un protagonista moribondo c’è distanza assoluta fra noi e lui: lui è chiuso in una stanza da cui non farà ritorno. Noi speriamo di rinviare il più possibile la conferma o la smentita dell’intuizione narrativa di Tolstoj. Chissà se quando morirò il mio ultimo pensiero sarà per Tolstoj: “Avevi torto, pezzo di merda, ideologo da strapazzo!” oppure “Avevi ragione! Sei un profeta!”
Insomma, un territorio delicato. Secondo me Tolstoj lo affronta cominciando bene e finendo in ideologia. Non so poi se concludere che allora su queste circostanze estreme sia meglio tacere: la scena è talmente potente che è un patrimonio per l’umanità. Però la conclusione del brano, e della storia, mi fa pensare che lo sforzo di raccontare quello sprofondare nell’ultimo capitolo della vita di un uomo abbia scottato l’autore, che boccheggiante si è sentito costretto a ricorrere a una stampella ideologica per rendere meno insopportabile il pensiero della fine.

Concretamente: a un certo punto Ivàn ha un peggioramento e comincia a svalvolare. È un delirio di tre giorni fatto di urla e di «Non voglio più!» e di una sensazione di cadere. Tolstoj ci fa venire la claustrofobia: «smaniava dentro a quel sacco nero, nel quale implacabile, invisibile, la forza di qualcuno continuava a spingervelo». Poi, con una metafora in scala 1:1, paragona il moribondo a un condannato a morte. Essendo perfettamente 1:1, perché il moribondo è letteralmente un condannato a morte, noi lettori soffochiamo, costretti in un mondo in cui anche la metafora non è più una metafora ma lettera, e tutto cade.
«Egli sentiva che il suo gran patire era di dovere entrare in quella buca buia, e di non riuscire, di non riuscire a scivolarvi giù. D’insinuarvisi dentro gli era d’ostacolo la coscienza che la sua vita fosse stata buona. Tale giustificazione della sua vita lo inviluppava tutto, non gli permetteva d’andare avanti, e più di tutto lo straziava».
Ma di colpo sente come un colpo tremendo nel petto, «ed egli sprofondò nella buca; ma là, in fondo, in fondo alla buca, qualcosa si accese e brillò. Accadde a lui proprio come in treno sovente gli era successo: credi d’andare avanti, invece vai indietro, e ad un tratto sai dove ti dirigi».
Fin qui trovo tutto incredibile, riuscito, sconvolgente, necessario. Tolstoj porta il linguaggio al proprio scacco: il senso di inevitabilità che prende Ivàn diventa una questione di pronomi dimostrativi: «’Sì, mai fu come doveva essere – si disse – ma non fa nulla. Si può, si può ancora fare quello che si deve fare’. Ma che cos’è ‘quello’? domandò a se stesso, e subito si quietò».
A questo punto Ivàn si è staccato dal mondo: il figlio lo piange al capezzale e lui è lontano, si chiede cos’è quello, ciò che sta cercando di afferrare, forse la verità della vita, forse un’allucinazione.
Siamo nel punto più alto.
Ma qui comincia il finale, che a me non piace. Ho la sensazione che a volare così alto (e con successo), l’autore a un certo punto si sia bruciato e trovato costretto a ripiegare in ritirata.
«Aprì gli occhi, guardò il figlio: ebbe pena di lui. Si avvicinò anche la moglie. Egli la guardò: con la bocca aperta, le lacrime che le scorrevano copiose sul naso e sulle guance, lo guardava, lo guardava disperata. Sentì pena di lei». Tolstoj ci ha appena portati ai confini della realtà, e ora non trova migliore soluzione che quella pietà – assolutamente umana, contestuale, relazionale – che è sempre la cosa migliore da dire quando si raccontano i destini umani. Tipo: piange bene chi piange ultimo. Insomma, Ivàn, dopo aver sofferto per mano di Tolstoj una delle morti più intensamente descritte, e dopo aver quindi sofferto più umanamente di qualunque personaggio della letteratura, si trova costretto, come per un ripensamento, per un cedimento del suo creatore, a tornare nel regno degli umani per aver pena della moglie e del figlio. E visto che uno dei modelli inevitabili di amore disinteressato è Gesù, Ivan fa come quest’ultimo che dalla croce sistema Maria con uno degli apostoli («Donna, questo è tuo figlio»): Ivàn «indicò con lo sguardo alla moglie il figlio e disse: ‘Portalo via… fa pena… e anche tu…’»
Ma invece di gridare in cielo: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?», Ivàn è costretto a dire, per conto del proprio creatore: «Come è bene e come è semplice – pensò. – E il dolore? – si domandò. – Dov’è il dolore?»
Quindi, dove una certa tradizione, di cui Tolstoj è parte, prevede che il figlio di Dio, anche solo per un attimo (e citando opportunamente i Salmi perché la storia della salvezza è un ipertesto), accusi Dio stesso di sbadataggine o malafede, nel caso di Ivàn Iljìc Tolstoj il Fricchettone facilone prende il sopravvento su Tolstoj il Visionario: «Non c’era più paura, perché anche la morte non c’era. / Invece della morte c’era la luce. / ‘Ecco, così!’ disse ad un tratto ad alta voce. ‘Che gioia!’»
Insomma, non poteva certo troncare il racconto a metà, c’era bisogno di un ultimo accordo poderoso, come quel mare di pianoforti baritonali alla fine di «A day in the life» dei Beatles: ma ciò che vorrebbe suonare come un approdo, suona alle mie orecchie come un battere in ritirata. Con ciò non penso di contestare qualcosa a Tolstoj, come se avessi una soluzione alternativa: ciò che mi preme è vedere quand’è che davvero si parte per la tangente, si sale su un razzo, si perde la zavorra, e quand’è che un certo volo che vorremmo saper intraprendere ci lascia senza benzina anzitempo per un errore di calcolo. Ma è un errore di poco conto rispetto al picco di umanità raggiunto da Tolstoj nel descrivere quel buco nero in cui prima o poi ci tocca cadere. E per questo mi preme pure dire che la letteratura non riesce mai del tutto, che i grandi libri funzionano quasi sempre a metà, che se si vogliono esplorare terre sconosciute non si deve pretendere di portare a casa il risultato, né, se è per questo, di tornarci, a casa.

 

Da La morte di Ivàn Iljìc
di Lev Tolstoj

 

E da quel momento cominciò quell’urlo che mai restò per tre giorni, e talmente era terribile che anche attraverso due porte non si poteva ascoltare senza orrore. Nel momento in cui aveva risposto alla moglie, aveva capito che cominciava a cadere, né vi sarebbe stato ritorno, che la fine era giunta, la fine davvero, e il dubbio non sarebbe stato risolto, dubbio sarebbe rimasto.
“Uh, uh, uh!” urlava variando di tono. Comincià a gridare: “Non voglio più!” e continuava a gridare allungando il suono della “u”.
Sempre così per tre giorni, durante i quali per lui il tempo non ci fu più; egli smaniava dentro a quel sacco nero, nel quale implacabile, invisibile, la forza di qualcuno continuava a spingervelo. Si dibatteva, come nelle mani del carnefice si agita e si divincola il condannato a morte, sapendo che non c’è più scampo; e ad ogni momento sentiva che, nonostante i suoi sforzi, la sua ribellione, sempre più, sempre più vicino era a lui la cosa che tanto gli faceva paura. Egli sentiva che il suo gran patire era di dovere entrare in quella buca buia, e di non riuscire, di non riuscire a scivolarvi giù. D’insinuarvisi dentro gli era d’ostacolo la coscienza che la sua vita fosse stata buona. Tale giustificazione della sua vita lo inviluppava tutto, non gli permetteva d’andare avanti, e più di tutto lo straziava.
Ad un tratto una forza lo urtò nel petto, nel fianco, ancora più forte oppresse il suo respiro, ed egli sprofondò nella buca; ma là, in fondo, in fondo alla buca, qualcosa si accese e brillò. Accadde a lui proprio come in treno sovente gli era successo: credi d’andare avanti, invece vai indietro, e ad un tratto sai dove ti dirigi.
“Sì, mai fu come doveva essere – si disse – ma non fa nulla. Si può, si può ancora fare quello che si deve fare”. Ma che cos’è “quello”? domandò a se stesso, e subito si quietò.
Questo accadde alla fine del terzo giorno, un’ora prima della sua morte. In quel momento l’alunno ginnasiale entrò adagio adagio nella camera del babbo e si avvicinò al suo letto. Il morente continuava ad urlare disperato e agitava le braccia. La sua mano cadde sulla testa del figliolo, questi l’afferrò, vi premette sopra le labbra e scoppiò in singhiozzi.
Giusto in quel momento Ivàn Iljìc precipitava, vedeva la luce e a lui fu manifesto che la sua vita non era stata come doveva essere, tuttavia rimediare si poteva. Si domandò: che cos’è “quello”?, quieto si mise ad ascoltare. Allora sentì che qualcuno gli baciava la mano. Aprì gli occhi, guardò il figlio: ebbe pena di lui. Si avvicinò anche la moglie. Egli la guardò: con la bocca aperta, le lacrime che le scorrevano copiose sul naso e sulle guance, lo guardava, lo guardava disperata. Sentì pena di lei.
“Sì, io li tormento – pensò. – Soffrono, ma sarà meglio per loro dopo ch’io sia morto”. Voleva dir ciò, ma gli mancava la forza di parlare. “Del resto, non è il caso di parlare, ma d’agire”, pensò. Indicò con lo sguardo alla moglie il figlio e disse:
“Portalo via… fa pena… e anche tu…” Voleva dire anche “perdonami”, ma disse “lasciami”, e non avendo ormai più forza di correggersi, fece un cenno con una mano, sapendo che avrebbe capito chi doveva capire.
D’improvviso apparve a lui chiaro che quanto l’aveva straziato senza tregua se n’andava via tutto ad un tratto: da una parte, da dieci parti, da tutte le parti. Aveva pietà di loro, bisognava fare in modo che non soffrissero più. Liberarli e liberar se stesso da tali sofferenze. “Come è bene e come è semplice – pensò. – E il dolore? – si domandò. – Dov’è il dolore?”
Si mise ad ascoltare.
“Sì, eccolo. E dunque, continua pure, dolore”.
“E la morte? Dov’è la morte?”
Cercava la solita paura della morte di prima e non la trovava. Dov’è? Quale morte? Non c’era più paura, perché anche la morte non c’era.
Invece della morte c’era la luce.
“Ecco, così!” disse ad un tratto ad alta voce. “Che gioia!”
Per lui tutto ciò avvenne in un momento, e il significato di quel momento ormai non mutò più. Per i presenti la sua agonia durò ancora due ore. Nel suo petto gorgogliava qualcosa; il suo corpo, sfinito, sussultava ogni tanto. Rantolava, gorgogliava il suo petto sempre meno, sempre meno.
“È finita!” disse qualcuno su di lui.
Egli sentì quelle parole e le ripeté nell’anima sua: “Finita la morte – si disse – Essa non c’è più”.
Tirò l’aria a sé, si fermò a metà del respiro, si distese e morì.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni:
24. Ma è pazza?
23. La città vestita a vesta
22. Domenica
21. Boccaccesco
20. Understatement
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

 

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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  1. […] le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni 25. Ai confini della realtà 24. Ma è pazza? 23. La città vestita a vesta 22. Domenica 21. Boccaccesco 20. Understatement 19. […]

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  4. […] il bene 28. Le particelle elementari 27. Ritratto di signora 26. L’avvocato del diavolo 25. Ai confini della realtà 24. Ma è pazza? 23. La città vestita a vesta 22. Domenica 21. Boccaccesco 20. Understatement 19. […]



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