Seminario sui luoghi comuni

26. L’avvocato del diavolo

Mickey Sabbath vuole farsi la moglie dell’amico che lo sta ospitando in casa. D’altra parte nella vita ha fatto il burattinaio hipster, come John Malkovic verso la fine di Essere John Malkovic. La coppia di vecchi conoscenti del giro artistico è progressista, sana, well-wishing, generosa, e Sabbath è uno di quegli antiprofeti cresciuti nella cultura di sinistra e che la vogliono confutare dal di dentro, godendone intanto i vantaggi.
Questo lungo paragrafo di pensieri di Sabbath è un esempio di una delle cose che amo di più nei romanzi: quando un personaggio esprime un’idea, fa un pensiero, e quel pensiero è contemporaneamente interessante di per sé, e per il ruolo che ha nel racconto – anzi, spesso, per come viene superato o smentito o rivoltato dagli eventi del racconto. Siccome è molto difficile trattenersi dal ficcare le proprie opinioni nei romanzi, è buona educazione collocarle un po’ di traverso come fa Roth con il più tendenzioso e amato dei suoi personaggi, Sabbath, il profeta del sesso, l’uomo che annuncia al mondo che solo il sesso conta. Il ragionamento di Sabbath, che fa capolino in bocca ad altri predicatori improvvisati dei altri romanzi di Roth dagli anni Novanta in poi, è che la morte sta arrivando per i protagonisti a un passo dalla vecchiaia e già parecchio acciaccati, quindi bisogna approfittare di qualunque scopata si presenti, anche la più squallida scopata, ammette Sabbath. Che è ciò che Michelle, la padrona di casa, si rifiuta di capire. (“Non c’è niente” le dicono le vampate “che debba ancora succedere e che possa rivelarsi un bene”. Le vampate, quella presa in giro dell’estasi sessuale. È immersa nel fuoco del tempo che fugge.)

Ecco perché il discorso di Roth è messo di traverso: per riuscire ad andare a letto con la moglie di un suo amico deve chiamare in causa la morte, la malattia, la vecchiaia. Un Budda del sesso, praticamente. Ora, io lo so che per alcuni, specialmente per gli amanti di Roth, questo ragionamento non fa una piega. Ma per moltissimi altri, sentire questa predica fa rispondere istintivamente: “Che paraculo”. Ma Roth ne dev’essere per forza consapevole: perché questa predica del suo amato protagonista è talmente disperata da saper suscitare simpatia in quanti direbbero “Che paraculo”. Roth, insomma, nel mettere la sua idea del rapporto fra sesso e morte nei pensieri di un personaggio lo fa senza dimenticare che un’idea, dentro un romanzo, dev’essere trattata sullo stesso piano delle caratteristiche fisiche dei personaggi: tentando con tutte le forze la via dell’oggettività, e descrivendone le brutture. Come uno che descrivendo una donna che ama si ricorda che ha le spalle a collo di bottiglia, allo stesso modo Roth non si dimentica mai che Sabbath è un mezzo matto incarognito. (Senza contare che il ben accetto piedino in realtà Sabbath senza rendersi conto l’ha fatto al marito di Michelle e non a Michelle, ma lo scopriremo solo trenta pagine dopo.)

Alla fine del paragrafo, cosa ci rimane: la predica eroto-buddista del satiro e la descrizione di una donna che invecchia. Avrà pure pensato tutto ciò perché se la voleva scopare, Mickey Sabbath, ma è pur sempre suo, di Mickey Sabbath, il finale commovente del paragrafo – non è sceso un arbitro dall’alto a mettere i puntini sulle i, Sabbath ci è arrivato da solo: “Diciassette secondi di menopausa le sgocciolano sul viso. Unta come un arrosto. E poi smette, come se si chiudesse il rubinetto. Ma mentre succede, Sabbath capisce che per lei dev’essere un incubo senza fine: questa volta la cuoceranno davvero, come Giovanna d’Arco”.

Da Il teatro di Sabbath

di Philip Roth

No, questo non è un matrimonio felice. Sarebbe un’ipotesi valida anche a qualunque altra tavola tu stessi mangiando, ma da quella risata Sabbath capiva – e un po’ lo capiva anche da quel ben accetto piedino dopo neanche dieci minuti di cena – che qualcosa non era andato per il verso giusto. In quella risata si sentiva l’ammissione di aver perso la carica. In quella risata c’era la consapevolezza di essere prigioniera: di Norman, della menopausa, del lavoro, dell’età, di tutta una serie di cose che potevano soltanto peggiorare. Non esistono più imprevisti che possano rivelarsi piacevoli. E quel che è peggio, la Morte è dietro l’angolo che fa un po’ di riscaldamento per prepararsi e un giorno, ma presto, le salterà addosso senza pietà, come ha fatto con Drenka, perché anche se lei adesso ha raggiunto il suo massimo peso, diciamo sui sessantacinque, la Morte pesa un bel paio di tonnellate. Quella risata diceva che tutto pesava sulle sue spalle e che le arrivava addosso mentre lei era girata dall’altra parte, la parte giusta, con le braccia spalancate per accogliere quella dinamica miscela di pretese e di delizie che erano state il suo pane quotidiano a trenta, a quarant’anni, quella inesausta attività, quella vita stravagante vissuta come un’eterna vacanza, quel sentirsi sempre inesauribilmenteoccupata… con il risultato che in meno tempo di quello che ci metteva per volare a Parigi sul Concorde si era ritrovata a cinquantacinque anni, in preda alle vampate, e adesso era sua figlia la forma femminile trasudante correnti magnetiche. Quella risata diceva che era stanca di restare, stanca di progettare di andarsene, stanca di sogni insoddisfatti, stanca di sogni soddisfatti, stanca di adattarsi, stanca di non adattarsi, stanca di tutto tranne che di esistere. L’esultanza di esistere pur essendo stanca di tutto, eccocosa c’era in quella risata! Una gran risata ilare semisconfitta, semidivertita, semipreoccupata, semistupita, seminegativa. Michelle gli piaceva, gli piaceva tantissimo. Probabilmente era una compagna insopportabile, proprio come lui. Discerneva in lei, ogni volta che suo marito apriva bocca, il desiderio di essere almeno un po’ crudele con Norman, la vedeva schernire il meglio che c’era in lui. Se non sono i vizi di tuo marito a mandarti in bestia, allora saranno le sue virtù. Lui prende il Prozac perché non può vincere. Lei sta perdendo tutto tranne il proprio culo – che, a detta del suo guardaroba, si sta allargando da una stagione all’altra –, e tranne quest, uomo eccezionale, segnato dalla razionalità e dall’etica proprio come altri sono marchiati dalla follia o dalla malattia. Sabbath comprendeva la condizione spirituale di Michelle, le sue condizioni di vita, le sue condizioni critiche: sta scendendo il crepuscolo, e il sesso, il nostro più grande piacere, se ne sta andando a velocità supersonica, tutto se ne sta andando a velocità supersonica e ti chiedi come hai potuto essere tanto pazza da rifiutare anche la minima, la più squallida scopata. Daresti un braccio per fartene una. Non è molto diverso dalla Grande Depressione del 1929, dall’andare in pezzi da un momento all’altro dopo anni di vacche grasse. “Non c’è niente” le dicono le vampate “che debba ancora succedere e che possa rivelarsi un bene”. Le vampate, quella presa in giro dell’estasi sessuale. È immersa nel fuoco del tempo che fugge. Invecchia di diciassette giorni ogni diciassette secondi che passa in quella fornace. La cronometra sull’orologio Benrus di Morty. Diciassette secondi di menopausa le sgocciolano sul viso. Unta come un arrosto. E poi smette, come se si chiudesse il rubinetto. Ma mentre succede, Sabbath capisce che per lei dev’essere un incubo senza fine: questa volta la cuoceranno davvero, come Giovanna d’Arco.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni

25. Ai confini della realtà

24. Ma è pazza?

23. La città vestita a vesta

22. Domenica

21. Boccaccesco

20. Understatement

19. Fordismo

18. Coprimi di soldi

17. Un uomo serio

16. La matrice

15. But I Digress

14. Amore e morte

13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto

12. Se la montagna non va a Maometto

11. La livella

10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte

9. La realtà nonostante l’autore

8. Scene di lotta di classe

7. Pettegolezzi

6. Culto della personalità

5. Il giovane moralista

4. Le leggi della fisica

3. Idiosincrasie di un protagonista

2. Compassione per la comparsa

1. Il viale per lo struscio

 

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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  2. […] Il diavolo, la fabbrica, le riforme, il bene 28. Le particelle elementari 27. Ritratto di signora 26. L’avvocato del diavolo 25. Ai confini della realtà 24. Ma è pazza? 23. La città vestita a vesta 22. Domenica 21. […]



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