Seminario sui luoghi comuni

27. Ritratto di signora

In questa descrizione di Agathe, la sorella dell’uomo senza qualità, Musil fa il ritratto di una donna molto particolare, che vive in uno stato di articolata passività, direi quasi di attiva passività; una donna che stando immobile a osservare il mondo dell’altro sesso riesce a farsi un’immagine chiara e concreta di chi ha davanti, e a definire se stessa per opposizione anzi grazie al contrasto e al modo in cui lei stessa elabora e definisce questo contrasto. Il confronto fra Agathe e gli uomini è mediato da una serie di luoghi comuni della società in cui vive, così che si viene definendo un ritratto del maschio di primo Novecento fatto dello scarto fra una certa immagine che il maschio ha di sé, e la realtà: fra il modo in cui gli uomini se la raccontano e le sue disarmanti reazioni agli atteggiamenti preconfezionati degli uomini che ha incontrato. Saltando una metafora clamorosa come “l’attività erotica della donna adulta (…) spunta dai veli dell’adolescenza come la rotondità del ginocchio dal tulle rosa”, voglio passare direttamente a questo rapporto con i luoghi comuni, che la donna decostruisce in una maniera talmente precisa che non capisco se sia tenera o spietata. Dopo aver tradito il marito e cercato di capire come mai si chiama “inganno” il “semplice fatto” che le premure di un uomo che non sia suo marito sembrino in un primo momento “colpi di tuono che battono alla porta”, la donna comincia ad annoiarsi anche dei tradimenti perché l’uomo europeo, le pare, per mettere in scena l’amore passionale adulterino indossa maschere amorose che lei prende pochissimo sul serio, come “maschere rituali d’una tribù di negri”. È troppo in gradi di vedere l’artificialità con cui si orchestrano passioni che presumiamo naturali: “Questa regia dell’anima, ideata per lo più dagli uomini, le cui regole si rifanno tutte al principio che la vita, essendo dura, deve avere ogni tanto un’ora di debolezza – con alcune particolari sottospecie di debolezza: cadere, svenire, essere presi, darsi, soggiacere, impazzire e così via – le pareva esagerata e istrionesca”. E il motivo è che lei, in un mondo di uomini, si sente debole costantemente, quindi l’idea di una debolezza che è pura invenzione rituale la lascia perplessa. L’uomo di primo Novecento ha costruito l’occidente: i ponti e le ferrovie; per riposare si finge svenevole. Lei non ha costruito niente, e non può non tenerne conto; e questa debolezza diventa forza di giudizio e sicurezza di sé e della propria forma. Dalla natura istrionesca dell’uomo comune si passa poi all’influsso che l’arte vera e propria ha sulle autorappresentazioni dei suoi contemporanei ma non su di lei: questa donna colta non riesce a ritrovare nella realtà della sua vita quelle descrizioni dell’amore passionale che trova nei libri e al teatro, un amore predatore che fa sentire le donne come selvaggina; e analogamente, nei rapporti col marito non riesce a trovare quei conflitti tremendi che Strindberg ha fatto diventare alla moda, dove “la donna prigioniera torturava a morte il suo signore imperioso e maldestro con tutti i mezzi dell’astuzia e della propria debolezza”. La sua vita non riesce ad avere niente di melodrammatico, e lei considera un bene, in fondo, che la vita non sia poi troppo difficile, paragonata a Strindberg. Giocare con i luoghi comuni è praticamente un dovere, nella scrittura. Nella vita dobbiamo sempre confrontare i nostri fianchi con quelli dei fotomodelli, e i nostri fallimenti con le aspettative dei nostri pari o dei parenti. Il rapporto dell’individuo singolo con gli standard di qualità umana che ogni epoca impone a chi vi è intrappolato è una tensione ineliminabile dalla vita. Credo sia impossibile descrivere un personaggio come creatura a se stante, senza un confronto continuo con modelli e standard del suo tempo. C’è chi per descrivere una bella donna dice “Era la classica bionda mozzafiato”, ma capita raramente di trovare chi risponda perfettamente a un modello astratto, come quello della bionda mozzafiato. Perfino le gran fiche delle riviste, oggi, non sono all’altezza del proprio ideale, e infatti i loro fianchi vengono ridisegnati al computer. Musil qui esercita un’intelligenza calma e sicura con cui piano piano, immagine dopo immagine, paragrafo dopo paragrafo, fa comparire nella nostra testa una certa donna, che non consoceremo mai, dopo avercela descritta solo per opposizioni, per confronti, nel contrasto con i modelli e le aspettative del suo tempo: e già ci pare di conoscerla benissimo.

Da L’uomo senza qualità, di Robert Musil

Agathe aborriva l’emancipazione femminile, così come d’altro canto disprezzava il bisogno di covare della femmina che si da costruire il nido dal maschio. Le piaceva ricordare il giorno in cui, per la prima volta, aveva sentito il seno tenderle il vestito e aveva portato le sue labbra ardenti a rinfrescarsi nell’aria delle strade. Ma l’attività erotica della donna adulta, che spunta dai veli dell’adolescenza come la rotondità del ginocchio dal tulle rosa, aveva sempre suscitato il suo disprezzo. Quando si domandava di che cosa realmente fosse convinta, le rispondeva il sentimento di essere predestinata a vivere esperienze straordinarie e inconsuete; e questo già allora, quando non sapeva quasi nulla del mondo e non credeva a quel poco che le avevano insegnato. E le era sempre parsa un’attività misteriosa, rispondente a quell’impressione, lasciare che nel frattempo gli altri facessero, se necessario, tutto quello che volevano di lei, senza darvi importanza. […] Passata la prima sorpresa, ogni tanto aveva ingannato [il marito] con altri. “Se vogliamo chiamare così” pensò “il fatto che a una creatura senza esperienza, i cui sensi tacciono, le premure di un uomo che non è il marito sembrano sulle prime colpi di tuono che battono alla porta”. S’era rivelata infatti poco incline all’infedeltà: gli amanti, una volta conosciuti, non le parevano migliori di un marito, e presto di persuase che avrebbe potuto prendere altrettanto sul serio le maschere rituali d’una tribù di negri quanto le maschere amorose dietro cui si nasconde l’uomo europeo. Non che non avesse mai provato eccitazione, ma ai primi tentativi di replica era già tutto finito. La teatralità e la rappresentazione spettacolare dell’amore non riuscivano a inebriarla. Questa regia dell’anima, ideata per lo più dagli uomini, le cui regole si rifanno tutte al principio che la vita, essendo dura, deve avere ogni tanto un’ora di debolezza – con alcune particolari sottospecie di debolezza: cadere, svenire, essere presi, darsi, soggiacere, impazzire e così via – le pareva esagerata e istrionesca, perché non c’era momento in cui lei non si sentisse debole in un mondo così meravigliosamente costruito dalla forza degli uomini. […] Agathe aveva letto molto, ma poiché per natura era refrattaria alle teorie le accadeva spesso, confrontando le proprie esperienze con gli ideali proposti dai libri e dal teatro, di meravigliarsi che né i suoi seduttori l’avessero catturata come la trappola fa con la selvaggina – secondo il modello dongiovannesco cui a quell’epoca l’uomo si ispirava quando si perdeva insieme a una donna – né la sua convivenza con il marito si configurasse come una lotta fra i sessi alla Strindberg, in cui, secondo la moda collaterale del tempo, la donna prigioniera torturava a morte il suo signore imperioso e maldestro con tutti i mezzi dell’astuzia e della propria debolezza. I suoi rapporti con Hagauer invece erano sempre rimasti buoni, nonostante i sentimenti che in cuor suo nutriva per lui.

Leggi le precedenti puntate del seminario sui luoghi comuni:
26. L’avvocato del diavolo
25. Ai confini della realtà
24. Ma è pazza?
23. La città vestita a vesta
22. Domenica
21. Boccaccesco
20. Understatement
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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  3. […] 30. Il vile denaro 29. Il diavolo, la fabbrica, le riforme, il bene 28. Le particelle elementari 27. Ritratto di signora 26. L’avvocato del diavolo 25. Ai confini della realtà 24. Ma è pazza? 23. La città […]



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