Seminario sui luoghi comuni

29: Il diavolo, la fabbrica, le riforme, il bene

Un dottore fa visita a una giovane malata, figlia di una donna che gestisce una fabbrica: si scoprirà poi che la giovane più che malata è depressa per l’ambiente in cui vive, un ambiente chiuso dove si sfruttano gli operai, e che l’unica cura vera per la malattia – ma il dottore non avrà il coraggio di comunicarglielo – è andarsene di lì. Ma il vero punto forte di «Un caso di pratica medica» di Cechov sono le riflessioni del medico rispetto alla fabbrica.

Ho scelto questo brano perché contiene un insegnamento su come si può parlare in maniera non retorica della tensione di un personaggio verso il bene. Il medico protagonista del racconto prova dei sentimenti molto precisi verso la condizione di squallore che trova durante la visita. Nell’osservare la fabbrica, il medico fa sulle prime un perfetto, razionale riassunto della situazione: duemila persone lavorano in condizioni da incubo a vantaggio di tre persone, che non riescono a far altro, del loro privilegio, che mangiare polpette di pollo e bere madera. La descrizione è sufficientemente precisa da sembrare argomento da economista: ambiente malsano, cattiva tela indiana, cento sorveglianti, cinque edifici – sembra un problema di aritmetica, o un caso di studio di microeconomia.
Ma è scesa la notte e nel frattempo la speculazione è arrivata a un punto tale che la preoccupazione per le persone che sta alla base del ragionamento o del moto dell’animo del medico, si capovolge, e la governante – figura che sta a metà fra sfruttatori e sfruttati – per la posizione paradossale che occupa viene liquidata come “personaggio di pura finzione”. E a prendere concretezza, invece che le persone, è quel che Cechov considerava senz’altro una superstizione: “il padrone, per cui si fa tutto qui, è il diavolo”.
Il diavolo, più che negli occhi di fuoco del caminetto, sta nei rapporti di forza, nel divario tra forti e deboli. Così le riflessioni da riformista, nella stanchezza presaga, cupa della sera, perdono tutto il loro aspetto razionale, utilitaristico, illuminista, per cedere a qualcosa di più intuitivo e immediato: le tenebre, la presenza appena avvertita di “una forza bruta, incosciente”. La riflessione sul bene dunque non ha impedito a Cechov di considerare quanti componenti non razionali intervengono nello sviluppo di un’idea: la stanchezza fisica, la delusione, la paura che si prova in un luogo irriducibilmente inospitale. Vediamo l’intorpidimento del dottore ma senza essere costretti a negare ciò che ha pensato razionalmente poco prima. Il suo pensiero è cominciato come un’osservazione da filantropo ed è finito come un gioco di ombre della coscienza nel dormiveglia, ma non ci lascia una vera impressione di nichilismo, disfattismo: l’idea ambiziosa non si è ridotta alla propria negazione, si è semplicemente spenta, per il momento, dietro la legge universale del sonno e delle tenebre, che smorzano regolarmente, ogni notte, il vigore del pensiero umano.
L’ansia per il bene in Cechov si definisce attraverso un disagio del cuore, e molti giudizi impietosi, uniti a un desiderio di salvare sempre l’uomo: il dottore non condanna nessuno ma prova impazienza per i torti commessi. L’indignazione del dottore, un misto di sconcerto intellettuale ed esaurimento nervoso, permette di raccontare l’ideale – in questo caso quello del progresso sociale e del miglioramento delle condizioni della classe operaia – senza tratti netti di matita nera a definire i contorni del problema. Ci è tecnicamente possibile liquidare le opinioni del protagonista, attribuirle alla sua stanchezza. Siamo liberi di muoverci fra i suoi pensieri e moti interiori, non siamo costretti a pensarla in un certo modo. I suoi pensieri sulla società non sono su un piedistallo: sono raccontati nella loro particolarità, quasi singolarità, come se si descrivesse un naso, o la costa di un lago, che di giorno è al sole ed è un incanto mentre la notte fa paura e ci si perde.

Dal racconto «Un caso di pratica medica»
di Anton Cechov

Guardando gli edifici e le baracche degli operai, Korolëv pensò di nuovo a ciò a cui pensava sempre quando vedeva una fabbrica. Per quanto ci fossero spettacoli per gli operai, lanterne magiche, medici di fabbrica e vari miglioramenti, gli operai che aveva incontrato la sera innanzi per la strada non differivano in nulla da quelli da lui veduti nella sua infanzia, quando non c’erano per loro né spettacoli né miglioramenti.
Essendo medico, e avendo dovuto farsi un’idea esatta delle affezioni croniche, la cui causa iniziale è incomprensibile e incurabile, considerava la vita delle officine come un malinteso la cui causa è parimenti oscura e inevitabile. Ogni miglioramento nei riguardi degli operai delle fabbriche non era, secondo lui, superfluo, ma paragonabile alla cura delle malattie incurabili.
“C’è un malinteso, certamente…” pensava guardando le finestre che si schiarivano. “Da millecinquecento a duemila operai lavorano senza sosta in un ambiente malsano per fabbricare della cattiva tela indiana. Vivono a metà affamati, liberandosi come da un incubo, di quando in quando, all’osteria. Un centinaio di persone li sorveglia, e la vita di costoro consiste nel segnare delle multe, nel pronunciare delle ingiurie, nel commettere delle ingiustizie. E due o tre persone soltanto, a cui si dà il nome di padroni, profittano dei benefici, e come ne profittano? La signora Ljàlikov e sua figlia sono infelici, fanno pena a vederle. Solo una Christina Dmìtrevna, vecchia scema e zitella con le lenti, vive a suo agio. E dunque, quei cinque edifici di officina lavorano, e si vende sui mercati d’oriente della cattiva tela indiana, unicamente perché una Christina Dmìtrevna possa mangiare delle polpette di pollo e bere del madera”.
(…)
“Solo la governante vive qui come meglio le pare; e la fabbrica lavora per soddisfarla. Ma questa è pura apparenza, essa è un personaggio di pura finzione: il padrone, per cui si fa tutto qui, è il diavolo”.
E pensava al diavolo, a cui non credeva. Si voltò verso le due finestre rischiarate dal fuoco. Gli sembrava che da quegli occhi color fiamma lo guardasse il diavolo in persona: quella forza ignota, che aveva stabilito le relazioni fra forti e deboli, che aveva creato il grossolano malinteso da cui non ci si poteva più riscattare.
(…)
L’orizzonte, a oriente, impallidiva; i minuti passavano. I cinque edifici della fabbrica e le ciminiere, sul fondo grigio dell’alba, mentre intorno tutto sembrava assente, come morto, avevano un aspetto strano, diverso da quello del giorno. Si dimenticava del tutto che là dentro ci fossero delle macchine a vapore, dell’elettricità, dei telefoni: veniva piuttosto da pensare a dimore preistoriche, dell’età della pietra; si avvertiva soltanto la presenza di una forza bruta, incosciente.

Leggi le precedenti puntate del seminario sui luoghi comuni:
28. Le particelle elementari
27. Ritratto di signora
26. L’avvocato del diavolo
25. Ai confini della realtà
24. Ma è pazza?
23. La città vestita a vesta
22. Domenica
21. Boccaccesco
20. Understatement
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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