Seminario sui luoghi comuni

33. In politichese

Prima della globalizzazione, del consumismo, un grande modo dei romanzieri per affrontare il discorso sull’oggettività paradossale che l’uomo riesce a dare alle proprie idee e alle forme che immagina è stato raccontare la burocrazia. La burocrazia è un sogno di organizzazione oggettiva, di rappresentazione formale lineare, razionale dei bisogni umani e di come possono essere soddisfatti nel modo più armonico possibile. Ma quasi mai si rivela all’altezza della propria natura astratta, si tracciano i lati di un poligono, si guarda meglio e si scopre una strana patacca sferoide. Nei romanzi, la maniera in cui l’uomo abita le creazioni umane della burocrazia – gli uffici, sì, ma pure i percorsi mentali condivisi – si è perfezionata grazie a Kafka e grazie ai russi: questi, in particolare, hanno beneficiato della riforma, a metà ottocento, dell’amministrazione russa, divisa nei famigerati quattordici gradi della gerarchia: un campo da gioco per torturare impiegati frustrati e funzionari angosciati dai propri sogni di carriera e dalle infinite complicazioni del protocollo. L’amministrazione russa sta alla poetica di Gogol e Dostoevski come le freeway e le piscine di Los Angeles stanno a Bret Ellis, sono le strade obbligate dei personaggi ma pure l’estetica stessa della storia, la sua luce diffusa.

Anche nel folle romanzo-pastiche di Multatuli sul colonialismo olandese, uscito nel 1860, possiamo imparare come la burocrazia influenzi non solo la vita pratica, ma il pensiero di chi la subisce, e che impatto possa ciò avere sul linguaggio, e quali possibilità creative ci spalanca. Il romanzo di Multatuli è una denuncia della mentalità degli olandesi della Compagnia delle Indie e del governo coloniale delle Indie Orientali, un pastiche in cui si mescola l’avventura, lo spirito capitalistico e il gergo soffocante, appunto, della burocrazia. In questo brano, in particolare, un burocrate parla in burocratese di come la sua situazione nell’amministrazione coloniale si sia compromessa. La mente dell’uomo è tutta avvolta intorno alla logica burocratica e alla sua doppia morale di regolamenti scritti e regole non scritte. Si procede per affermazioni pacifiche: “Voi sapete come ogni inesattezza si risolva in un danno”.
Poi la logica burocratica: tutti sapevano della sua cattiva amministrazione e delle perdite economiche che aveva causato, ma nessuno gliel’aveva mai fatto presente. Qui siamo nel territorio degli eufemismi, a dire che l’amministratore di una regione coloniale poteva sperperare denaro e tutti chiudevano un occhio. Poi di colpo viene trasferito. All’inizio trattandosi di una buona destinazione l’interessato la prende come una promozione. Ma arrivato, il governatore gli nega udienza. C’è qui tutta la logica da ufficio pubblico. È una delle innumerevoli Versailles con le loro regole non scritte con cui gli uomini organizzano la vita lavorativa. In più il
trasferimento alla nuova sede viene rinviato. Il suo superiore l’ha congedato cordialmente ma ora da altri scopre che quello invece è arrabbiato. Altri principi generali: “in un avamposto come Padang a
quel tempo, la benevolenza o meno della gente può servire da metro per misurare il grado di grazia in cui si è presso il governatore”. E lui scopre da diversi incontri in loco di non godere più della grazia del governatore: nessuno gli offre del denaro, al momento in cui lo chiede in prestito. Se ne stupisce, perché nel governo coloniale si è molto liberali con i liquidi, ma poi scopre di essere sospettato di “irregolarità amministrative” per gli errori commessi. È il principio generale della corruzione politica e amministrativa: il denaro che unge gli ingranaggi e circola in abbondanza finché non si presenta un problema, finché qualcuno non va escluso per qualche motivo dal meccanismo, e allora di colpo questi ingranaggi si inceppano, e qualcuno finisce o si sente sbalzato fuori. Nel raccontare la complessità della doppia morale di politica e burocrazia, le leggi scritte e non scritte, Multatuli sa come far parlare il burocrate: usa le espressioni “Voi sapete”, “notate bene”, “Lei sa”; usa gli eufemismi, quando parla di corruzione: “si era sempre trattato di force majeure”, e “si erano scoperti errori e omissioni che mi rendevano sospetto di ‘irregolarità amministrative’.
Che vi fossero degli errori non mi meravigliò; mi sarei stupito del contrario” (in questo secondo caso dopo aver detto “irregolarità” citando delle carte, subito modifica il senso del discorso chiamandoli errori”); infine, sa restituire molto bene la farraginosità delle vicende politiche infilandoci in un paragrafo pieno di complicazioni da cui sentiamo di non poter uscire: “andai com’è ovvio a trovare il governatore, ma egli mi fece dire che non poteva ricevermi e, contemporaneamente, che io dovevo rinviare la partenza per la mia nuova sede fino a nuovo ordine”. Nei corridoi di questo paragrafo ci si perde, viene quasi la nausea, sembra di girare a vuoto.

Da Max Havelaar
di Multatuli

“Nei miei conti a Natal c’erano inesattezze e omissioni. Voi sapete come ogni inesattezza si risolva in un danno; con la trascuratezza si fa presto a restare senza soldi. Si affermò che mancavano migliaia di fiorini. Tuttavia, notate bene, finché io rimasi a Natal nessuno me lo fece presente. Tutt’a un tratto fui trasferito nella regione superiore di Padang. Lei sa, Verbrugge, che a Sumatra un trasferimento nella regione superiore di Padang è considerato più vantaggioso e più piacevole di un trasferimento nella residenza settentrionale. Poiché poco tempo prima il generale era stato da me (presto saprete come e perché), e poiché durante il suo soggiorno nel dipartimento e anche in casa mia si erano verificate cose in cui ritenevo di essermi comportato “molto bene”, presi quel trasferimento come una promozione e partii da Natal alla volta di Padang. Feci il viaggio su una nave francese, il Baobab, di Marsiglia, che ad Atjin aveva caricato pepe e che naturalmente, a Natal, aveva avuto bisogno di “rifornirsi di acqua potabile”. Appena arrivai a Padang, con l’intenzione di proseguire per l’entroterra, andai com’è ovvio a trovare il governatore, ma egli mi fece dire che non poteva ricevermi e, contemporaneamente, che io dovevo rinviare la partenza per la mia nuova sede fino a nuovo ordine. Potete immaginare quanto rimasi stupito, tanto più che Natal si era congedato da me con una cordialità che mi autorizzava a supporre che godessi ancora la sua stima. Avevo poche conoscenze, a Padang, ma da quelle poche appresi, o meglio arguii, che il generale era adiratissimo contro di me. Dico “arguii” perché, in un avamposto come Padang a quel tempo, la benevolenza o meno della gente può servire da metro per misurare il grado di grazia in cui si è presso il governatore. Sentivo che una tempesta stava per scoppiarmi sul capo, senza sapere da quale parte sarebbe arrivata. Siccome avevo bisogno di soldi, ne chiesi a questo e a quello, e mi meravigliai grandemente che tutti mi dessero una risposta negativa. A Padang, come del resto nelle altre parti delle Indie, si era di solito assai liberali da quel punto di vista. In qualunque altro caso, si sarebbero anticipati con piacere cento fiorini a un controllore che era in viaggio e che inaspettatamente si trovava bloccato. Ma a me fu negato ogni aiuto. Insistei perché qualcuno mi spiegasse le ragioni di quella sfiducia, e de fil en aiguille venni finalmente a sapere che nei miei conti a Natal si erano scoperti errori e omissioni che mi rendevano sospetto di “irregolarità amministrative”. Che vi fossero degli errori non mi meravigliò; mi sarei stupito del contrario. Ma quello che mi lasciò sbigottito fu che il governatore, lui che aveva visto con i suoi occhi come io avessi dovuto continuamente lottare lontano dal mio ufficio contro il malcontento della popolazione e contro i tentativi di rivolta, lui che mi aveva elogiato per la mia “energia”, avesse parlato di irregolarità o di disonestà, quando meglio d’ogni altro sapeva che si era sempre trattato di force majeure.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni:
32. Impicci
31. Movimento
30. Il vile denaro
29. Il diavolo, la fabbrica, le riforme, il bene
28. Le particelle elementari
27. Ritratto di signora
26. L’avvocato del diavolo
25. Ai confini della realtà
24. Ma è pazza?
23. La città vestita a vesta
22. Domenica
21. Boccaccesco
20. Understatement
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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