Seminario sui luoghi comuni

34. L’uomo-cane e l’uomo-macchina

Da una novella di Thomas Mann un brano che sembra calmo e ben conciliato con la vita, che poi si complica dicendo qualcosa sull’Uomo, però senza perdere quella calma. Il narratore è un uomo che guarda un bel paesaggio di fiume e cascata, in compagnia del proprio cane Bauschan. Per i due è una bella giornata, e qui Mann rischia una cosa che è molto difficile fare: far percepire che è una bella giornata ma senza essere stucchevoli. Compito in salita se si comincia con “È bello star qui quando il cielo è azzurro”. Ciò che però rende davvero l’idea della bella giornata è secondo me la trasformazione dell’aria tersa in chiarezza compositiva: non essendoci niente di concitato nella maniera in cui l’autore isola gli elementi della descrizione (“ma la chiatta è”… “collegato a sua volta” … “in modo da” … “La corrente stessa basta a spingere il traghetto”), non veniamo esclusi dalla calma del narratore e possiamo dunque perdonarne l’inevitabile melensaggine della scena dei polli del barcaiolo che girano intorno al narratore. Sono galli certamente molto vivi, anche se per un attimo sembra che Mann ci marci un po’, anche se è vero che il sole, il cielo azzurro e il rumore dell’acqua possano produrre questo spirito in una persona, specialmente se accompagnata da un

cane. E a questo punto Mann rischia – apparentemente – di compromettere il paragrafo: a proposito del viandante che per attraversare il fiume chiama il barcaiolo, dice: “la poesia del grido “Ohè! barca!” serba tutto il suo fascino umano come nei tempi remoti”. La poesia dei tempi remoti, che pessima idea… Ma invece è qui che Mann sorprende, perché in realtà aveva in mente qualcos’altro, ed ecco che comincia a descrivere, sempre con tutta calma, la maniera in cui il barcaiolo e il suo compito di traghettare da un lato all’altro del fiume è facilitato dalla tecnologia. Così, si fonde il passo calmo della descrizione naturale all’elenco asciutto della sistemazione del barcaiolo nella sua casa-ufficio: doppie scale di legno che seguono il terrapieno dai due lati del fiume e dai due lati c’è un campanello elettrico per chiamarlo. Questo doppio campanello arriva alla fine di molte righe di calma e natura, e quando la mente del lettore si posa sul bottone dell’interruttore si prova un bel senso rotondo di compimento: “…e da ambedue le parti c’è sull’ingresso il bottone di un campanello elettrico”. Mann ci vuole dire che ormai non si grida più dall’altra riva per chiamare il barcaiolo (“nel cavo delle mani”). Per dirlo ci fa vedere bene la scena: oggi si tende il braccio e si preme il bottone. Il campanello invita a una descrizione meccanica anche dell’uomo: come vedessimo un libretto d’istruzioni, col braccio teso e l’ulteriore riquadro del dito sopra il pulsante.
Insomma, dalla natura e dalla bella giornata si è passati al campanello elettrico, che svetta alla fine della descrizione naturale come fosse un uccellino particolarmente solido e scintillante – così, senza dettagli, per il solo fatto di arrivare al culmine di quella descrizione. Dopodiché la breve descrizione della casa e appunto del
campanello ci porta all’uomo: l’uomo, arrivando per ultimo, si ritrova ad assomigliare anche lui a un congegno. Un suono si sprigiona nella casa, al posto dell’antico “Ohè! barca!”, il suono del campanello (il narratore lo trova altrettanto poetico, forse solo per la sua utilità pratica?). A questo punto la cosa dell’automazione si fa un po’ comica: mentre l’uomo di fuori spia dentro, “il traghettatore esce dalla villetta, come fosse stato in piedi dietro la porta o seduto su una sedia, badando solo al segnale: esce, e nei suoi passi c’è qualcosa di meccanico, come se venisse messo in moto premendo quel bottone”.
È una composizione sorprendente: abbiamo un osservatore placido che vede la natura, e dentro la natura la tecnologia, e dentro la tecnologia, assimilato, un altro uomo. Come se l’Uomo fosse sia parte della natura, quando la contempla, sia esterno alla natura, quando diventa un componente della macchina che ha creato: si passa da “È bello star qui quando il cielo è azzurro”, dove l’uomo è come il suo cane, al barcarolo che fa pensare “alle baracche del tiro a segno, dove si spara alla porta di una casetta e quando la si colpisce ne balza fuori una figurina, una pastorella, o una sentinella”. Conclusione ancora più notevole, perché nella similitudine dalla casetta della baracca del tiro a segno sbucano piccoli oggetti, materia automatizzata in forma umana: quindi l’uomo meccanizzato assomiglia a un meccanismo umanizzato.

Da Cane e padrone
di Thomas Mann

(…) La massa della cascata è gonfia, lucida, vitrea come il corpo di un pesce e alla base è un perenne ribollire. È bello star qui quando il cielo è azzurro, quando la barca del traghetto issa una bandierina in onore del tempo di qualche solennità festiva. Vi sono altre barche in quel punto, ma la chiatta del traghetto è attaccata a un cavo metallico, collegato a sua volta con un altro più grosso e teso trasversalmente sul fiume, in modo da potervi scorrere lungo una carrucola. La corrente stessa basta a spingere il traghetto, e lo dirige al timone la mano del barcaiolo. Questi abita coi suoi nella casa del traghetto posta un po’ all’indietro del sentiero, che ha un orto e un pollaio e fa certamente da ufficio e da abitazione. È una specie di villetta in miniatura, di capricciosa costruzione, con balconcini ed altane, che sembra abbia due vani in basso e due al primo piano. A me piace starmene seduto sulla panca davanti al giardinetto, al margine del sentiero superiore: Bauschan è seduto sul mio piede, i polli del barcaiolo mi girano attorno spingendo innanzi la testa ad ogni passo e di solito il gallo salta sullo schienale della panca, lascia pendere all’indietro le verdi penne da bersagliere della coda e si siede vicino a me, fissandomi vivamente di lato con uno dei suoi occhi rossi. Io guardo l’andirivieni del traghetto, non certo impetuoso, anzi neppur vivace e per lo più interrotto da lunghe pause. Tanto più mi è gradito veder spuntare dall’una o dall’altra parte un uomo, o una donna carica di una cesta, e chiedere il passaggio, poiché la poesia del grido “Ohè! barca!” serba tutto il suo fascino umano come nei tempi remoti, anche se il traghetto si svolge, come qui, in forme progredite e moderne. Doppie scale di legno, per chi viene e chi va, seguono il terrapieno che porta al fiume e alle passerelle d’imbarco, e da ambedue le parti c’è sul loro ingresso il bottone d’un campanello elettrico. Se un uomo compare sulla riva di fronte, si ferma e guarda da questa parte, ma non chiama più, come in passato, gridando nel cavo delle mani. Si dirige verso il campanello, tende il braccio, preme. Un suono acuto echeggia nella casetta del barcaiolo: questo è l’ “Ohè! barca!”; e anche in questo modo serba la sua poesia. L’uomo rimane in attesa spiando con lo sguardo. Quasi nello stesso momento in cui squilla il campanello, il traghettatore esce dalla villetta, come fosse stato in piedi dietro la porta o seduto su una sedia, badando solo al segnale: esce, e nei suoi passi c’è qualcosa di meccanico, come se venisse messo in moto premendo quel bottone. Si pensa alle baracche del tiro a segno, dove si spara alla porta di una casetta e quando la si colpisce ne balza fuori una figurina, una pastorella, o una sentinella. Senza fretta, facendo andare le braccia in cadenza, il barcaiolo traversa il giardinetto, la strada e scende per la scala sino al fiume, staccando poi la chiatta e reggendo il timone mentre la carrucola scorre sul cavo trasversale e la barca vien trascinata all’altra sponda. Là aiuta a saltare nel traghetto il viandante in attesa, il quale, giunto da questa parte, gli porge la sua moneta, risale la scala, lieto di aver superato il fiume, e se ne va a destra o sinistra.

Leggi le precedenti puntate del seminario sui luoghi comuni:
33. Il politichese

32. Impicci
31. Movimento
30. Il vile denaro
29. Il diavolo, la fabbrica, le riforme, il bene
28. Le particelle elementari
27. Ritratto di signora
26. L’avvocato del diavolo
25. Ai confini della realtà
24. Ma è pazza?
23. La città vestita a vesta
22. Domenica
21. Boccaccesco
20. Understatement
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
2 Commenti a “Seminario sui luoghi comuni”
  1. carmelo scrive:

    davvero un lavoro pregevole questo itinerario. Un modo originale per per proporre (e raccontare) un percorso di lettura

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