Seminario sui luoghi comuni

13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscire sconfitto

Wertheimer, «il soccombente», è il protagonista defilato de Il soccombente di Thomas Bernhard, libro in cui deve dividersi la scena con due amici: l’ingombrante narratore, e l’ancora più ingombrante figura del genio del pianoforte Glenn Gould. Wertheimer è un catino di ossessioni, e in cima alla sua lista figurano i suoi due grandi fallimenti: non essere un genio come Glenn Gould, e saperlo con certezza per aver dovuto studiare pianoforte insieme al più grande pianista del Novecento; e aver perso il sostegno di sua sorella, che contava di utilizzare come bastone della vecchiaia anche ben prima della vecchiaia: la sorella, a quarantasei anni, sfugge finalmente alla prigionia ufficiosa del fratello, per sposarsi con un ricco svizzero.
Nel brano che segue, il narratore riferisce le speranze malriposte di Wertheimer. La questione, presentata in maniera ingannevolmente caricaturale, è in realtà molto fondata, e vale come esempio di un problema generale che l’aspirante scrittore scorda spesso di affrontare: i parenti, per noi, sono delle risorse materiali. Sono materie prime da sfruttare. Che lo sappiamo o meno, che ci venga più o meno facile e naturale, non importa: i nostri affetti, le persone con cui dividiamo il letto o la cucina o un’eredità, sono risorse che in un modo o nell’altro, più o meno consapevolmente, trattiamo come cose a prescindere dalla qualità dell’affetto che ci lega a loro.
Per estendere il discorso si può pensare ai soldi o la casa di proprietà dei nostri genitori; alle abilità di cuoca di nostra sorella o della nostra compagna/fidanzata/moglie; alla casa al mare di nostro cognato, da farci prestare l’estate prossima.
Scrivendo della sorella di Wertheimer, Bernhard individua alla perfezione una delle più perspicue manifestazioni di questo sfruttamento da parte del Soccombente: negli anni è riuscito a fare della sorella una perfetta voltapagine, ossia una persona che diventa congegno per servire lo scopo di voltare le pagine dello spartito mentre Wertheimer suona il piano.
Sappiamo che l’essere umano va sempre trattato come fine e non come mezzo, e certamente Wertheimer ha fatto male a investire tanto nella trasformazione della propria sorella in uno strumento di propria proprietà, sempre a disposizione. Così il momento peggiore della vita di Wertheimer, che lo porterà a volersi suicidare, è quello in cui la sorella, alla non più verde età di quarantasei anni, si libera finalmente di lui, si emancipa per sposare uno svizzero.
Sono cose imbarazzanti. E non è detto che abbiamo tutti la visione del mondo senza speranza di Bernhard. Ma non considerare, quando si scrive, gli Altri come risorse produce una narrazione irreale. Gli altri sono risorse: c’è l’amico che sa dove portarci a ballare: non possiamo litigare con lui o non sapremo più dove andare a ballare e conoscere ragazze; c’è il cugino che sa organizzare le vacanze; c’è quello che ci presta i dischi; c’è quello che ci presenta persone cui chiedere lavoro.
Questa dimensione della vita è centrale per tutti noi, ma siccome è un po’ difficile ammetterlo finisce che nel parlare di rapporti umani rimaniamo sull’astratto dei sentimenti senza portare allo scoperto la quantità di interessi pratici – che poi siano gretti o meno dipende da molti fattori – che ci fanno rimanere attaccati alla società, alla comunità, alla famiglia, anche nei momenti in cui vorremmo non aver niente a che spartire con la gente.

Da Il soccombente
di Thomas Bernhard

 

[Wertheimer] venerava sua sorella, o meglio l’amava, pensai, e con l’andar del tempo la fece diventare pazza. All’ultimissimo momento lei gli sfuggi recandosi a Zizers nei pressi di Coira, non si fece più viva, lo lasciò dov’era. I vestiti di lei Wertheimer non li toccò, li lasciò dov’erano nei suoi cassetti. Non toccò più nulla delle cose sue. In realtà mia sorella l’ho sfruttata soltanto per farle voltare le pagine, disse una volta, pensai. Nessuno era capace di voltare le pagine come lei, sono io che gliel’ho insegnato con la mia consueta spietatezza, disse una volta, anche se all’inizio non sapeva leggere nemmeno una nota. La mia geniale voltapagine, ha detto una volta, pensai. Aveva degradato sua sorella a una che volta le pagine, e questo col passare del tempo lei non lo aveva tollerato. La sua frase, non troverà mai un uomo, si è rivelata per lui in seguito un tragico errore, pensai. Wertheimer aveva costruito per sua sorella un carcere sicurissimo, un carcere a prova di evasione, e lei è fuggita dall’oggi al domani, come si suol dire. La fuga della sorella lo aveva tremendamente avvilito. Seduto sul suo sgabello, aveva avuto un solo pensiero, quello di togliersi la vita, così lui, pensai, per giorni e giorni aveva almanaccato sulla maniera di uccidersi, ma poi non si era ucciso. Già la morte di Glenn aveva fatto sì che il pensare al suicidio diventasse per lui uno stato permanente, e la fuga della sorella rese questo stato più permanente ancora. Con la morte di Glenn, diceva, il proprio fallimento gli si era presentato alla coscienza con tutta la brutalità di un dato di fatto. Ma quanto alla sorella, soltanto malvagità e abiezione potevano averla indotta a lasciar lui solo in uno stato così penoso per correr dietro a uno svizzero abietto fino al midollo, diceva, un tipo che porta insulsi impermeabili coi risvolti del collo a punta e scarpe di Bally con una fibbia di ottone, pensai. Mai e poi mai avrei dovuto lasciarla andare da quell’orrido internista Horch (il medico di lei!), disse, perché è lì che ha conosciuto lo svizzero. I medici vengono a patti coi proprietari di complessi chimici, disse lui, pensai, riferendosi alla sua quarantaseienne sorella. La quarantaseienne sorella doveva implorarlo per uscire di casa, pensai, e doveva rendergli conto di ognuna di queste sue sortite.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
6 Commenti a “Seminario sui luoghi comuni”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Grande libro, che tratta poi un argomento scabroso e proibito, delicatissimo, come l’invidia creativa. Bello – e acuto – il pezzo di Pacifico.

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