Seminario sui luoghi comuni

19. Fordismo

Pochi autori superano Don DeLillo nella capacità di mostrare l’astrazione del modello di vita occidentale. Nel bene e nel male, che si tratti di inventare la pillola contro la paura della morte o di costruire istallazioni sovrumane nel deserto, DeLillo possiede un talento a metà fra il comico e il didascalico per andare a scovare personaggi che pensano al di fuori dalle esigenze diciamo così basse o triviali della sopravvivenza o della ricerca del piacere.

In questo brano, che è poi il vero incipit di Underworld dopo la premessa «Il trionfo della morte», DeLillo è quintessenzialmente delilliano, e non solo per la precisione con cui parla di una delle astrazioni fondamentali della civiltà occidentale – l’automobile e il processo di automazione industriale da cui viene – ma per il doppio movimento cognitivo che crea in tre brevi paragrafi. Si comincia con un’automobile nel deserto, e quest’automobile è frutto di «un ambiente di lavoro completamente privo di presenze umane. Neanche una goccia di sudore mortale», un sistema «automatizzato fino a una precisione rituale», «scocche vuote che arrivano in interminabile sequenza». Ecco dove nasce l’automobile, ecco da quali gotiche astrattezza spuntano fuori gli oggetti che ci portano a fare la spesa. Ma trattandosi di DeLillo, il protagonista non sta andando a fare la spesa: sta andando nel deserto a vedere le istallazioni di una sua vecchia amante. Queste istallazioni, scopriremo nel resto del capitolo, sono B52 dismessi e pitturati e piazzati in mezzo al deserto. Un’opera che si può apprezzare solo dal cielo, realizzando così un interessante movimento sempre più astratto: prima l’uomo inventa un aereo, poi capisce che l’aereo ha valore anche solo come commento su un’epoca caratterizzata dal volo e allora decide che l’aereo deve stare a terra e dev’essere dipinto di colori sgargianti e tenuto nel posto più assurdo, un deserto: a questo punto serve di nuovo un aereo funzionante per salire in cielo e guardare l’opera d’arte a terra. La leggerezza di tutto ciò all’atto pratico della lettura è sconcertante se pensiamo a quanta teoria c’è dietro, a quanto tendenziosa può apparire una narrazione tutta centrata sul tema della visione, anzi sul castello di carte di visioni successive. Ma dicevo di un doppio movimento: se da una parte c’è un movimento di allontanamento da noi – l’uomo capace di negare se stesso fino a concepire fabbriche da cui le macchine escono immacolate, all’oscuro dell’esistenza del loro creatore – dall’altro c’è il movimento con cui la mente trasforma le cose remote in semplici e vicine: sopra il deserto, dove «tutto è lontananza», si stagliano nuvole «a forma di gatto, di puma – com’è umano vedere una cosa come qualcos’altro».
Così abbiamo un doppio percorso: l’uomo che senza paura si avvicina col pensiero a ciò che è lontano, le nuvole, e lo addomestica facendolo diventare un gatto. E poi con tutta la conoscenza che ha fatto propria grazie al potere dell’analogia si mette a creare con una tale precisione che le sue creature non hanno nulla di umano.
Questa circolarità che permette di guardare l’uomo con familiarità e stupore è il motivo per cui ciò che scrive DeLillo quand’è al suo meglio non risulta in irritanti parodie dell’arte contemporanea, in sbobinature di idee pretenziose. Per quanto sia affascinante, il concetto di come l’uomo riesce ad allontanarsi da se stesso è un concetto che sentiamo molto vicino fin da quando da bambini coloriamo i primi ritratti di famiglia con sole e casetta (anche se non abbiamo mai visto una casetta col tetto spiovente). DeLillo sa di cosa sta parlando, e la superficie luccicante della sua scrittura, come le fusoliere d’artista piazzate nel deserto in Underworld, valgono solo come riflesso di un’intuizione vera, profonda, e relativamente semplice.

Da Underworld

di Don DeLillo

 

Stavo guidando una Lexus nel vento sferzante. Si tratta di una macchina montata in un ambiente di lavoro completamente privo di presenze umane. Neanche una goccia di sudore mortale, salvo, d’accordo, i ragazzi che guidano il prodotto fuori dallo stabilimento – concedete un velo di umidità nei punti in cui impugnano il volante. Il sistema va avanti ininterrottamente, automatizzato fino a una precisione rituale, ogni scorrimento collaudato per il massimo della performance. Scocche vuote che arrivano in interminabile sequenza. Non c’è nessuno alla catena di montaggio con nervi da caffeina o un’anamnesi di depressione clinica. Solo lo strano incrociarsi di leghe di cromo trasportate lungo archi sincronizzati, ferro e fogli d’asfalto, ambiziosi finimenti di carrozzeria adattati e incorporati. Robot che stringono bulloni, sgobboni programmati che non sognano i morti di famiglia.
Per certi versi è una conquista, macchine costruite e modellate lontano dallo spiaccichio della parola umana. In questo senso la mia macchina a noleggio si sposava perfettamente con il paesaggio che stavo attraversando. Tremolii di calore si levavano dalla piana deserta. Un cielo bianco-esangue con folate di vento ticchettanti che sventagliavano polvere sul parabrezza. E ogni specie praticamente assente dalla scena – eccetto me, naturalmente, e io c’ero a malapena.
[…] Era tutto lontananza. Era una distesa ininterrotta di terra arida e cielo, e un’impalpabile traccia di montagne, basse e accovacciate in fondo, montagne o nuvole, a forma di gatto, di puma – com’è umano vedere una cosa come qualcos’altro.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Degress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
3 Commenti a “Seminario sui luoghi comuni”
  1. Enrico Macioci scrive:

    D’accordo con l’analisi. UNDERWORLD è un capolavoro sulla spazzatura: solo un genio poteva scriverlo. Nessuno poi come DeLillo, fra i moderni, è capace di dare ampi spazi, ariosità alla narrazione. La sua opera è disperata ma in un certo senso infonde anche speranza, o comunque visione, prospettiva. E in tutto questo ci sono parecchi momenti – come quello rilevato da Pacifico – cognitivamente profondi e acuti.

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  1. […] 24. Ma è pazza? 23. La città vestita a vesta 22. Domenica 21. Boccaccesco 20. Understatement 19. Fordismo 18. Coprimi di soldi 17. Un uomo serio 16. La matrice 15. But I Digress 14. Amore e morte 13. Come […]

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