Seminario sui luoghi comuni

23. La città vestita a festa

Appena superata la prima pagina, il flusso di coscienza della signora Dalloway attraversa Londra con un entusiasmo che fa quasi sperare che fra persone e città esista un rapporto organico e che gli accidenti abbiano un’essenza.

Il Big Ben batte l’ora e i cerchi di piombo si dissolvono nell’aria. Tutto intorno al Big Ben, sommersa dalle solenni increspature dei rintocchi, c’è una Londra pirandelliana con tante identità quanti sono i pensieri dei cittadini che in testa se la smontano e ricostruiscono come vogliono: nel produrre una Londra immaginaria sono tutti sullo stesso piano, i signori e i barboni; e in un ampio spettro che va dalla famiglia reale alle anatre del parco, ogni creatura viva contribuisce allo spettacolo. Le grandi città sono riuscite a rivaleggiare in complessità e bellezza con le meraviglie della natura: prodotti dell’immaginazione, dall’architettura fino al semplice senso di importanza percepito dal singolo, le città sono un’opera instabile creata con molti mezzi ma pure col puro pensiero da una folla farraginosa, eterogenea. «Mi piace passeggiare per Londra», dice la signora Dalloway. «In realtà, è più bello che in campagna».
La signora ama Londra e ama la vita e quell’attimo di giugno. Non è un amore leggero: serve il coraggio di tenere insieme, nello stesso paragrafo e nello stesso anelito, la morte di un figlio in guerra e le fiere di beneficienza, il sollievo della fine del conflitto e la tristezza delle perdite e le mazze da cricket sull’erba fresca dei campi londinesi avvolti nella soffice garza dell’aria del mattino grigio azzurra. La garza di un’aria così fresca che è come se ti sfiorasse, è come una stoffa. E d’altronde tutto ha una sua patina, tutto è avvolto da un’aura: le ragazze che hanno ballato tutta la notte adesso, al mattino presto, nei loro abiti d’organza portano a passeggio degli assurdi cani lanosi: come se il pelo del cane fosse un ornamento, o l’organza il pelo lucente delle donne, e ancora la garza dell’aria il velo d’organza della città.
È il mistero di quando la città, per un evento storico o meteorologico, si fonde, si unisce; forse è il momento in cui le diverse immaginazioni dei suoi cittadini, sempre instabili e in conflitto, sembrano diventare una cosa sola: e non possiamo sapere se si tratta di approssimazioni emotive, illusioni, o di qualcosa di vero. Nel dubbio però, intanto, si è festeggiato.

La Signora Dalloway

di Virginia Woolf

Quando si vive a Westminster – da quanti anni ormai? Più di venti – anche in mezzo al traffico, o svegliandosi di notte, Clarissa non aveva dubbi, prima dei rintocchi del Big Ben si sentiva un silenzio particolare, una speciale solennità, un indescrivibile arresto, una sospensione (ma forse era semplicemente il suo cuore, indebolito, dicevano, dall’influenza). Ecco! Rimbombò forte. Prima un’avvisaglia musicale; poi l’ora, irrevocabile. I cerchi di piombo si dissolsero nell’aria – come siamo sciocchi, pensò lei, attraversando Victoria Street, Dio solo sa perché ci piace tanto, perché la vediamo così, ce la inventiamo, la fantastichiamo, la facciamo e disfacciamo ogni momento diversa; e così fanno anche le donne più disgraziate, gli uomini più miserabili, buttati su un marciapiede (inebetiti a forza di bere); e non ci sono atti del Parlamento che tengano, proprio per questa ragione, ne era sicura: perché anche loro amano la vita. Negli occhi della gente, nel loro andamento lento, faticoso, nel chiasso e nel frastuono, le carrozze, le automobili, i tram, i furgoni, gli uomini-sandwich che vanno avanti e indietro col loro passo strascicato e ondeggiante, le bande e gli organetti; nel trionfo e nel tripudio e nel canto stranamente acuto di un aereo, ciò che amava era: la vita, Londra, quell’attimo di giugno.
Perché era la metà di giugno. La guerra era finita, eccetto che per qualcuno, come la signora Foxcroft che l’altra sera all’ambasciata si dannava l’anima per la morte di quel caro ragazzo ucciso, e ora la casa sarebbe andata al cugino; o come Lady Bexborough, che aveva, dicevano, inaugurato una fiera di beneficienza con il telegramma in mano: John, il suo prediletto, era stato ucciso. Ma insomma era finita, grazie al cielo – finita. Era giugno. Il Re e la Regina erano a Palazzo. E dovunque, anche se era ancora presto, si sentiva nell’aria il fremito, lo slancio dei puledri al galoppo, il battere delle mazze da cricket: Lords, Ascot, Ranelagh e tutti gli altri campi, avvolti nella soffice garza dell’aria del mattino grigio azzurra, che, col procedere del giorno, si sarebbe diradata, scatenando per prati e declivi i puledri vigorosi che, sfiorando appena il terreno con gli zoccoli, facevano grandi balzi, giovani uomini volteggianti, e ridenti fanciulle in abiti d’organza trasparenti che, pur avendo ballato tutta la notte, eccole lì che portavano a passeggio i loro assurdi cani lanosi; e, sempre a quest’ora, anziane, riservate vedove sfrecciavano via nelle loro auto verso faccende misteriose; mentre i negozianti s’affannavano a mettere in vetrina bigiotteria e strass, e certe graziose vecchie spille color verde mare, stile diciottesimo secolo, per tentare gli americani (ma bisognava essere parsimoniosi, non si dovevano fare spese avventate per Elizabeth); e anche lei, che l’amava, come l’amava, di una passione assurda e fedele, e ne era parte, poiché i suoi erano stati a corte al tempo di re Giorgio, anche lei quella sera si sarebbe accesa, illuminata – per la sua festa. Com’erano strani, pensò entrando nel parco, il silenzio, la nebbia, il rumore, le anatre lente nel nuoto, felici, i trampolieri panciuti che si dondolavano goffamente. Ma guarda guarda chi si avvicinava, molto appropriatamente venendo dai palazzi del Governo, con tanto di catena adorna dello stemma reale! Chi se non Hugh Whitbread, il suo vecchio amico Hugh – il mirabile Hugh!
«Buongiorno a te Clarissa!» disse Hugh, con tono piuttosto enfatico visto che si conoscevano da bambini. «Dove sei diretta?»
«Mi piace passeggiare per Londra», rispose la signora Dalloway. «In realtà, è più bello che in campagna».

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni:
22. Domenica
21. Boccaccesco
20. Understatement
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

 

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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