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Il senso del destino in “Tutto quello che è un uomo” di David Szalay

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C’è sempre un viaggio nelle storie che compongono Tutto quello che è un uomo di David Szalay: un volo aereo, uno spostamento in macchina, una traversata in mare. È come se,per descrivere l’essenza più autentica di un uomo,l’autore avesse bisogno di spostarlo dalle sue coordinate abituali e trapiantarlo in un territorio neutro, asettico, nel quale la sua identità possa campeggiare con nitidezza. I viaggi si estendono in tutta l’Europa, dalla Polonia, alla Repubblica Ceca, dalla Francia a Cipro, dalla Danimarca alla Spagna, dall’Inghilterra all’Italia.

L’Europa è una regione unica sulla quale i personaggi di Szalay si spostano con disinvoltura senza problemi linguistici o culturali, e che offre nella sua estensione quel respiro vasto di cui ha bisogno la sorte per tracciare le proprie traiettorie sbilenche. I protagonisti del libro sono uomini per i quali la vita accade senza che essi la comprendano. Il destino disegna percorsi insensati che lascia i personaggi incapaci di seguirne la direzione. Gli accadimenti dell’esistenza sono fattori che rimangono tra loro irrelati, e che vanno a costituire un mosaico nebuloso, «una sorprendente distesa di semplici tessere dorate» che non raffigura nulla.

Le storie raccontano episodi tratti dalla vita di uomini presentati in ordine di età. Finché sono giovani, non hanno bisogno di soffermarsi in riflessioni profonde sull’esistenza. La vita si impone da sé per quello che è, nella sua pienezza o nella sua inadeguatezza:dapprima è una distesa inesplorata di eventi e possibilità, che lascia gli individui quasi indifferenti; poi conosce l’onta dell’irreparabilità, l’irredimibile perdita del senso. A volte i giovanissimi, di fronte alle occasioni mancate, si accorgono come di un vago senso di spreco: ma senza un oggetto chiaro, non ancora consapevole delle svolte dolorose dell’esistere.

Bernard è un ragazzo francese che sta facendo una vacanza a Cipro, da solo. Non è particolarmente intelligente, ma come ogni giovane in vacanza cerca di spassarsela. Ha provato a rimorchiare una ragazza, ma gli è andata male, e così inizia a frequentare due donne che soggiornano nel suo albergo, madre e figlia, entrambe grassissime. Su suggerimento della madre, l’uomo invita la figlia Charmian in camera sua, e trascorre con lei un pomeriggio intero, sopraffatto dall’enormità del suo corpo, dal bisogno di possederla per intero, in ogni maniera possibile. La vita si presenta a Bernard sotto le spoglie di quest’opera titanica, alla quale il giovane non si sottrae, profondendo tutte le sue forze nel tentativo: «È così tanta, pensa mentre sta lì in piedi alla sua estremità, sbalordito da quanto la desideri, adesso, subito, così tanta, una quantità di donna pari, se mai fosse possibile, al suo bisogno di possederla fisicamente in ogni modo immaginabile. Anche se in realtà in questo momento il suo bisogno gli sembra infinito. Il membro che annuisce, i polmoni che succhiano aria, gli sembra che di lui non esista altro, che quello sia tutto ciò che è lui».

Bernard è l’eroe di un’impresa ingloriosa, che gli spalanca le porte dell’immensità senza che ne possa avere una percezione razionale. Il giovane vive un’epifania sensoriale nella quale sperimenta una pienezza che si verifica poche volte nell’esistenza di un uomo. Non capisce nulla, ma sembra conoscere ogni cosa. La vita erompe confusamente dall’esterno e si incanala su binari d’ordine, nella logica organica del respiro e delle arterie: «Più in su la sabbia è bollente. Si sdraia, sente un piacevole formicolio. I polmoni si riempiono e si svuotano. Braccio sugli occhi, bocca aperta. Il cuore che pompa. La mente sgombra. Percepisce soltanto il calore del sole. Il calore del sole. La vita».

Karel è un giovane ricercatore universitario. È fondamentalmente un egoista. Si è assuefatto al suo piccolo mondo ed è profondamente attaccato alle sue consuetudini meschine. Si occupa di insignificanti questioni linguistiche dalle quali dipende tutta la sua carriera e – in fondo – la sua vita. Ha una ragazza, Waleria, ma il loro rapporto è poco chiaro. Apparentemente sono liberi di frequentare altre persone, anche se poi probabilmente non lo fanno. Karel abita in Inghilterra, mentre Waleria vive in Polonia. Si sono dati un appuntamento nel cuore dell’Europa per trascorrere un weekend romantico. Durante il tragitto Karel ha un piccolo incidente con la macchina, un’auto di lusso nuova di zecca che ha acquistato per conto del padre di Waleria. Si tratta di un incidente banale, mentre sta parcheggiando l’auto in aeroporto, ma il danno sembra rilevante. È una specie di segno. Le cose non vanno sempre come lui spera che vadano. Non è sufficiente la buona volontà o l’attenzione. Gli eventi accadono al di fuori del nostro controllo.

Il trucco è non resistere quando il flusso degli avvenimenti si incanala verso una destinazione spiacevole. Dietro le svolte più impervie della storia può celarsi una consolazione imprevista. La vita si rivela estremamente duttile: si piega alle conformazioni più scabre degli eventi, ne assume rapidamente la forma e subito ricomincia a scorrere nei nuovi argini disegnati dal destino. Basta non affezionarsi troppo alle proprie abitudini e abbandonarsi all’ebbrezza del cambiamento, senza paura del suo incedere indifferente e silenzioso: «Usciti dall’albergo si dirigono a piedi verso Königstein. Il marciapiede segue la strada principale. A tratti il sibilo del traffico che passa. A tratti il silenzio. A tratti gli alberi, o un profumo d’erba tagliata che arriva da chissà dove. Per Königstein sono cinque chilometri, dice il cartello. Non si fermano. È piena estate, farà chiaro per ore. Hanno tutto il tempo, se vogliono».

James è un agente immobiliare che si reca sulle Alpi francesi per visionare un condominio di appartamenti in costruzione. L’uomo ha quarantaquattro anni, è sposato, inizia ad avere i primi capelli bianchi e a interrogarsi sulla forma che il destino ha conferito alla sua esistenza. Incontra Paulette, una donna più giovane di lui, attraente, con una piccola cicatrice sul labbro che attira da subito la sua attenzione. I due cenano insieme, bevono un po’ troppo, e James capisce che, se volesse approfittare della situazione, Paulette non glielo impedirebbe. Però preferisce non farlo. Si sente improvvisamente troppo stanco. Ma, soprattutto, è estremamente diffidente nei confronti degli eventi; ha paura che la vita gli riservi qualche sorpresa amara, e dunque vive sul limitare, sul bordo impervio di ogni decisione. È sempre stato un uomo sicuro di sé, ma adesso sta divenendo timoroso: «è proprio così che funziona, col destino, capisci cosa ha in serbo per te quando è troppo tardi per rimediare».

Tutto quello che è un uomo è un libro sulla sconcezza del destino, sulla sua tragica irreparabilità e allo stesso tempo sulla levità del cambiamento; sulle traiettorie imprevedibili della storia e sui crocevia del tempo e dello spazio. L’Europa è una dei protagonisti principali dell’opera, con le sue capitali, i suoi borghi, gli aeroporti, le autostrade. E l’altro protagonista è l’uomo, declinato nelle diverse attitudini della virilità, dello spaesamento, della paura, dell’inettitudine, della spregiudicatezza e del coraggio. Si tratta di un uomo sempre pronto a ricontrattare le possibilità che la storia gli ha riservato, e che al tempo stesso si ritrova spiazzato di fronte all’incapacità di giocarsi le proprie carte col destino. Un uomo al quale, in fin dei conti, il significato delle cose sembra sfuggire ineluttabilmente di mano, e che,di fronte a questa tragica fatalità, rimane turbato e irresoluto. Con l’avanzare dell’età, egli cerca sempre più ostinatamente un senso, qualcosa che rimanga nel tempo identico a sé stesso; ma non trova nient’altro che un incessante, ossessivo trascorrere degli eventi: un’eternità fatta di una spaventosa mancanza di riferimenti, che più che all’assoluto rimanda all’immanenza, allo sgretolamento di qualsiasi certezza che non sia lo stesso venir meno delle certezze: «Il trascorrere del tempo. Ecco che cosa è eterno, che cosa non ha fine».

Il senso delle cose è un’astrazione elaborata a posteriori, che poco o nulla ha a che vedere sia con gli eventi sia con la percezione che di essi abbiamo. «Quanto poco capiamo della vita mentre accade», pensa, nell’ultimo racconto,Tony, un uomo oramai anziano, che riflette con amarezza e trepidazione sul disfacimento e la fine delle illusioni. Un uomo che chiude esemplarmente il paradigma dei personaggi del libro, e che si ritrova a fare i conti con un tempo eterno che non gli appartiene,e con un assoluto che si disgrega a poco a poco, assumendo la fisionomia di un vuoto viscerale e spaventoso.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
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  1. […] si intitola Tutto quello che è un uomo, lo ha scritto David Szalay (bravissimo) e lo trovate raccontato anche qui. Io posso solo far notare che è un libro di nove racconti ambientati in tutta Europa, da una […]



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