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Il senso di Valerio Mastandrea per le nostre vite

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(fonte immagine)

di Barbara Belzini

“The place”, il nuovo film di Paolo Genovese, quel regista che ha stupito l’Italia incassando quasi 20 milioni di euro nel 2016 con “Perfetti sconosciuti”, non è una commedia. Non è nemmeno una commedia agrodolce: con grande rispetto del pubblico, Genovese propone qualcosa di completamente diverso ma anche vagamente simile al precedente, perché anche questo è un film completamente in interno e fatto tutto di parole e racconti, ispirato ad una serie tv americana,“The Booth at the end”. La tagline del film è “Che cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?” ma potrebbe anche essere quella di “Coraline” “Be careful what you wish for” o “All you have to do is push the button”, come quella di un altro film molto interessante sull’etica e la morale, “The Box” di Richard Kelly (ovunque tu sia, Richard, torna, ci manchi).

In “The place”, luogo qualunque in una città qualunque, undici diversi personaggi si siedono davanti a Valerio Mastandrea che più che Faust sembra un personaggio da romanzo russo, un burocrate che commercia in desideri, un mazziere a un tavolo dove c’è chi passa, chi lascia, chi rilancia, chi vuole vincere a tutti i costi, chi si gioca tutto, chi si esalta e vuole fare l’eroe. Ha un gran bel cast questo film, un sacco di belle facce, ma è Valerio quello sempre in scena. È Valerio quello che chiede, con una spettacolare poker face, “Sei infelice?” “Ma che domande fai?” Valerio che non vediamo al cinema da oltre un anno, perché ha fatto la regia del suo primo film, che si chiama “Ride”, dice. Ma chi ride e di che ride poi, ancora non si sa.

Se penso “Valerio Mastandrea” le prime tre cose che mi vengono in mente sono “cinema italiano degli ultimi trent’anni”, “faccia triste da italiano in gita”, “LA ROMA”. Che si chiama pure Valerio Marco Massimo Maria Mastandrea, ho scoperto, con più allitterazioni di Massimo Decimo Meridio, più romano de “Il Gladiatore”, che infatti era romano ma di origine ispanica.

La vita è un lungo fiume tranquillo, Mastandrea è un mio coetaneo, me lo ricordo dai tempi del Maurizio Costanzo Show, ma lo guardavo malvolentieri, quel programma da vecchi al quale ci costringeva tutti mia nonna, e nel mio perbenismo allevato da anni di Orsoline e di Liceo Classico, lo trovavo arrogante e un po’ maleducato.

Ricompare nel mio campo visivo anni dopo, su qualche giornale di cinema, in “Palermo Milano sola andata”, ma ritorna a fuoco nel mio immaginario nel 1997 con Walter di “Tutti giù per terra” di Davide Ferrario, un film che ancora mi sembra un piccolo miracolo, con quel personaggio con cui identificavo la me stessa di allora e con cui ho identificato Valerio per anni, inadeguato, spaesato, all’interno di un mondo–sistema che non riconosce, con quei CCCP di fatto già C.S.I. sullo sfondo “Sai che fortuna essere liberi essere passibili di libertà che sembrano infinite e non sapere cosa mettersi mai dove andare a ballare a chi telefonare…”, ma per fortuna portatore di una vena surreale, una via di fuga, un mondo–alternativo dove si può vivere insieme ad un armadillo.

Da allora Mastandrea ha fatto tutto, recitato con tutti, e sono anni in cui io ho come sempre fame di cinema e guardo di tutto ma poco cinema italiano e francese, e quindi scorrono senza lasciare traccia molti titoli anche belli di cui colgo solo frammenti, i video dei Tiromancino, “Il caimano”, “Tutta la vita davanti”, è bello il trailer di “Giulia non esce la sera”,è tremendo quel personaggio di “Un giorno perfetto” di Ozpetek con la Ferrari, finché vedo, molto tempo dopo, nel gennaio 2014, “La prima cosa bella” di Paolo Virzì in televisione.

Non l’avevo visto al cinema e quindi lo guardo e questa madre giovane e bella va a pescare in qualcosa di lontano e sepolto dentro di me tanto che scrivo questo tweet semplice semplice “Il male che mi fa La prima cosa bella di Paolo Virzì” e non so perché menziono Paolo Virzì e Valerio Mastandrea, che è una cosa che non faccio mai mai mai. Ed entrambi leggono il tweet e cominciano a seguirmi, che è una cosa ancora più curiosa perché soprattutto su Twitter che è il più snob di tutti i social, i famosi rarissimamente seguono i non famosi. Per capirci Valerio ha quasi 180.000 seguaci ma segue 1.500 persone e una di quelle persone sono io. Poi Virzì si cancella da Twitter in seguito a non ricordo quale episodio ma Valerio non fa mai tanta pulizia si vede, ed è ancora lì.

Ad aprile 2014 Mastandrea va a “Gazebo” e legge una poesiuola che io pure me lo ricordavo “Gazebo quand’era piccoletto e ancora nella culla e adesso è un adolescente che si chiude in bagno per ore” e capisci l’amicizia e li invidi a pacchi questi di Gazebo (adesso questi di Propaganda Live) che sono dei fighi e sono pure amici di Valerio.
Nel settembre 2015 a Venezia Mastandrea presenta “Non essere cattivo” il film postumo di Claudio Caligari del quale è produttore. A parte la storia della lettera a Martin Scorsese, racconta di essere sceso letteralmente all’inferno per trovare i soldi per finanziare il film. Si commuove lui, si commuovono gli sceneggiatori, si commuove la sala stampa, io sono già un grumo rappreso di lacrime trattenute. Lo incontro fuori e gli chiedo se posso abbracciarlo, io che non mi avvicino a un famoso neanche con una pistola alla tempia, mi abbraccia, parliamo del film, il famoso più cordiale dell’universo.

Nel novembre 2016 esce il film di Marco Bellocchio “Fai Bei sogni”, un film che mi è piaciuto molto, MA, scrivo a suo tempo nella recensione: “La parte più contemporanea, che segue il protagonista nella sua crescita, nel suo diventare giornalista, nel suo sporcarsi con il lavoro, nel suo diventare la posta del cuore, ecco quella ogni tanto sembra 1992 da un’idea di Stefano Accorsi. Anche se Valerio Mastandrea è a sua volta e come sempre giustissimo (Mastandrea è proprio una delle mie persone preferite e non nel mondo del cinema italiano di oggi, nel mondo punto), Bérénice Bejo deliziosa, Roberto Herlitzka monumentale (ma anche quando fa cinque minuti in “Boris”Herlitzka è monumentale), anche se è piena di folgoranti battute sprezzantissime tipicamente bellocchiane c’è però questo Gardini appiccicato, per non parlare del passaggio su Sarajevo, due scene che mi sembrano più imbarazzanti che necessarie per raccontare il proseguire del congelamento emozionale del protagonista che, ça va sans dire, solo una donna sarà in grado di sciogliere appieno.”

Nel febbraio 2017 faccio questo sogno: qualcuno sta girando (apparentemente mio malgrado) un programma sulla mia vita e sono molto nervosa perché anche nel sogno so che non c’è niente di interessante da raccontare. Mentre cercano faticosamente di intervistarmi dico a Valerio Mastandrea (che ha dei brutti denti come se fosse caduto in disgrazia e diventato alcolista – e mi sembra evidente se sta partecipando ad un programma sulla mia vita) “Ma non ti sembra uguale a quel tuo film?”, pensando a “Tutti giù per terra” e siamo già amiconi e parliamo di andare a bere qualcosa insieme. Ma l’intervistatrice mi insegue zelante e improvvisamente entrambe siamo su un terrazzo con in mano un sacchetto dove c’è scritto rifiuti ospedalieri e che contiene massa informe tipo chili con carne. Comincio a vomitare e intanto il terrazzo crolla sotto ai miei piedi e tutto quello che riesco a pensare è che devo scusarmi perché sto vomitando sui giocattoli dei bambini della vicina del piano di sotto. Mi sono svegliata schiumando dalla bocca pensando “E adesso chi glielo dice a Valerio di telefonare a David Cronenberg?”

La vita è un lungo fiume tranquillo e nel luglio 2017 quando faccio la giornalista da tipo tre giorni c’è il Bobbio Film Festival e devo intervistare Valerio Mastandrea. Il Bobbio Film Festival è un evento nato a contorno del corso di cinema che da più di vent’anni Marco Bellocchio organizza appunto a Bobbio, suo borgo natio, in provincia di Piacenza. C’è il corso di cinema, quello di critica, è partito da poco il corso di sceneggiatura, e appunto c’è il Festival, che non fa prime visioni e quindi ovviamente è secondario nell’immaginario del cinefilo spinto, ma porta a Bobbio gente strafiga: quest’anno ad esempio c’erano Bérénice Bejo, Michel Hazanovicius, Gianni Amelio, Francesco Bruni, un sacco di giovani e bravi registi italiani e appunto Valerio Mastandrea.

Grazie ai suoi tempi comici naturali, Valerio, anche in un’occasione dove puoi presentarti un po’ in ciabatte come appunto al Bobbio Film Festival (la Bejo ad esempio non è neanche passata dal parrucchiere e si è presentata con un vestitino da casa), quindi in un contesto in cui viaggi in seconda e guardi il panorama, tira fuori momenti spontanei di ironia assoluta. È capace di passare dal serio al faceto con una facilità impressionante: nell’incontro dopo il film qualcuno dal pubblico fa una domanda e mentre tutti si aspettano la battuta lui risponde serissimo e tranchant e subito dopo, al contrario: “Che splendido modo hai trovato di dire che del film ti è piaciuta solo la parte dei bambini e non la mia”

Io poi sono tranquillissima perché lui è il famoso più cordiale dell’universo, gira per Bobbio con il suo bambino, parla con chiunque, fa foto con ancora più chiunque, la gente mi ferma per il paese per dirmi “Oh ma com’è cordiale Mastandrea”. Quando arriva il momento dell’intervista mi dicono: “Mi raccomando solo 5 minuti, non vuole di più”. E mi colpisce perché il giorno prima la Bejo in ciabatte mi raccontava lunghi aneddoti di lei e del marito nella sua cucina.

E poi vedo che organizzano la foto di gruppo e il fotografo gli tira via il bambino e Mastandreala prende male ma io pure l’avrei presa male al posto suo, ma cosa te ne frega, fotografo, lascia lì il bambino no? La privacy, lo sappiamo, ma lo tagli dopo, no? E quindi capisco che Valerio questa faccenda delle ciabatte l’ha presa abbastanza sul serio. Quando facciamo l’intervista il suo bambino gli si siede accanto e mentre io faccio la prima domanda dice qualcosa di buffo e io adoro i bambini e allora mi viene da ridere ma stiamo registrando e non posso ridere allora distolgo lo sguardo dal bambino e guardo il soffitto mentre parlo e cerco di trattenermi ma il sorriso mi scappa dagli occhi e dalla voce ma ce la faccio e torno a guardare Valerio che è quello inquadrato che sorride molto più di me. Mi risponde cordiale a tutte le domande e alla fine di ogni domanda mi guarda come dire “Basta no?” E io ne faccio poche e sostengo lo sguardo come dire “Ho capito, ti lascio andare” ed è tutto un gioco di campi/controcampi che quasi sento la musica morriconiana sullo sfondo e alla fine dei 5 minuti che ho a disposizione ne uso solo 3. E quando se ne va verso il ristorante penso che quello che volevo dirgli è no, non sono una giornalista Valerio, sono una nerd cinefila, abbracciami ancora, parliamo di cinema, ma sempre in ciabatte.

Commenti
Un commento a “Il senso di Valerio Mastandrea per le nostre vite”
  1. Sergio Garufi scrive:

    “e li invidi a pacchi questi di Gazebo (adesso questi di Propaganda Live) che sono dei fighi e sono pure amici di Valerio.”

    ma quanti anni ha l’autrice?

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