essere senza casa

“Essere senza casa”, un estratto

Pubblichiamo un estratto da “Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani” di Gianluca Didino, uscito a giugno 2020 per Minimum Fax.

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Quando facevo l’università a Torino c’era una canzone che veniva suonata spesso dalle casse attaccate al computer del mio appartamento condiviso con altri universitari. Era il brano di una band svedese, un testo vago sussurrato su un tappeto sognante di synth lo-fi che sembrava uscito da un carillon dimenticato per anni in soffitta, com’era tipico del sound di quell’epoca. Il ritornello però mi era rimasto in mente: «Strange things will happen / If you let them come around and stick around». Certamente la mia generazione stava lasciando che strane cose «venissero a fare visita e rimanessero nei paraggi»: dovevamo sapere che c’era qualcosa di inquietante nel fatto che la maggioranza dei nostri idoli era morta decenni prima, la nostra musica preferita sembrava un’estensione delle colonne sonore dei film western e noir all’italiana degli anni Settanta e le ragazze di cui ci innamoravamo erano tutte repliche di Anna Karina in Alphaville di Godard. Avevamo cominciato solo allora a vivere tra gli spettri del digitale e stavamo sviluppando un interesse sospetto per i luoghi in rovina. Eppure ben pochi di noi erano stati in grado di presagire quanto profondamente strane le cose sarebbero diventate negli anni a venire. Avremmo dovuto ascoltare Elim Almered, che ci guardava con la sua aria da bambola dark nella brutta copia di un quadro di Degas dalla copertina dell’album che conteneva «Strange Things Will Happen», e prepararci.

A quella canzone avrei pensato dieci anni più tardi, mentre la notte del 23 giugno 2016 guardavo con sgomento la diretta della BBC nella quale l’impensabile della Brexit si era appena tramutato in realtà: il paese in cui vivevo da tre anni era uscito dall’Unione Europea e minacciava di considerarmi un immigrato illegale. Mi ero trasferito in quella che era stata la capitale del punk e ora mi ritrovavo circondato dai sovranisti dell’UKIP, riemersi come un fantasma da una vecchia Gran Bretagna di cui avrei preferito ignorare l’esistenza.

Non era la prima notte passata insonne davanti a un televisore che trasmetteva notizie a cui non potevo credere, né sarebbe stata l’ultima. Solo pochi mesi prima, a novembre del 2015, ero inorridito di fronte alla notizia dell’attentato al Bataclan di Parigi. L’ondata di terrore inaugurata dalla strage di Charlie Hebdo a gennaio dello stesso anno era nel pieno del suo exploit violento, e l’Europa sembrava impotente di fronte alla constatazione che i mostri venivano dalla casa di fronte ed erano indistinguibili da noi: i suoi politici, come gli accademici ritratti da Michel Houellebecq in Sottomissione, facevano proclami vuoti mentre in lontananza la notte era squarciata da esplosioni che tutti si sforzavano di ignorare. D’altra parte la minaccia terrorista impallidiva di fronte all’annientamento totale promesso dal global warming. Ci eravamo ormai abituati all’idea che il riscaldamento globale ci avrebbe spazzati via dalla faccia della Terra e alle feste, davanti a un cocktail, parlavamo dell’assurdità di pianificare il futuro in un mondo condannato all’apocalisse.

Mentre noi guardavamo l’impero collassare dall’interno, la guerra in Siria aveva provocato la più grande migrazione umana dai tempi della seconda guerra mondiale, e i confini sudorientali dell’Europa sembravano sul punto di cedere sotto la pressione delle masse di profughi. In questo clima di catastrofe, a Londra l’estate del 2017 aveva assunto le tinte sinistre di una fiction distopica: solo un mese dopo l’attentato di London Bridge, l’incendio di Grenfell Tower aveva causato la morte di più di settanta persone, scoperchiando il vaso di Pandora dell’inadeguatezza delle politiche abitative della capitale britannica. Nella primavera di quello stesso anno, un personaggio che sembrava uscito da un film di fantascienza come Elon Musk aveva mandato in orbita e fatto atterrare due razzi Falcon 9, compiendo quello che sembrava un passo da gigante verso il futuro dell’esplorazione spaziale.

Osservavo tutti questi eventi come in sogno, continuando a ripetermi una domanda: tutto questo sta capitando davvero? Il senso di qualcosa di impossibile che stava succedendo nella realtà, inaugurato nella mia biografia individuale dallo shock dell’11 settembre, era diventato la sensazione costante alla base delle mie giornate, la cifra emotiva che accomunava l’ultra-nichilismo dell’Isis agli orsi polari alla deriva sugli iceberg, i piani per la colonizzazione di Marte agli hacker russi che durante le presidenziali americane avevano manipolato l’opinione pubblica favorendo l’elezione di Donald Trump. Le «cose strane» che avevano accompagnato i miei vent’anni come una sensazione sottopelle ora erano esplose in tutta la loro incredibile, inaudita realtà, e nell’arco di un decennio scarso il mondo che conoscevamo sembrava essere andato completamente fuori controllo. Com’era stato possibile un cambiamento tanto improvviso e catastrofico?

Nei mesi successivi alla Brexit un nuovo senso di disagio aveva cominciato ad assillare le mie giornate, un malessere che riguardava i luoghi e il senso di appartenenza. All’epoca mia moglie e io ci eravamo appena trasferiti da una villetta condivisa con altri (più o meno) giovani lavoratori a Ealing, nell’ovest londinese, a un piccolo appartamento tutto per noi a Harringay nel nordest. La ricerca della casa era stata traumatica: senza una storia di credito solida nel Regno Unito e in un momento in cui la nostra situazione lavorativa era precaria, trovare un appartamento in affitto che potessimo permetterci e abbastanza decente da farci sentire, appunto, «a casa» era stato complicato. Quando infine eravamo riusciti a sistemarci, il referendum della Brexit aveva minacciato di toglierci il diritto di vivere e lavorare nel Regno Unito. Saremo dovuti ritornare in Italia, dalla cui endemica crisi economica e politica eravamo fuggiti solo pochi anni prima? O emigrare ancora, magari più in là, negli Stati Uniti o in Cina?

Riflettendo su questo senso di dislocamento (essere sospeso tra due paesi diversi, tra due diversi futuri possibili) mi ero accorto di come anche la maggior parte delle «cose strane» che stavano capitando intorno a me avesse a che vedere con il venir meno di un senso di casa. Il terrorismo, ad esempio, era tanto inquietante perché portava un nuovo senso di vulnerabilità nelle nostre strade: fino a quel momento avevamo sempre vissuto l’Europa come una solida fortezza le cui mura ci mettevano al riparo dagli orrori del mondo fuori. Il riscaldamento globale sembrava ricalcare la storia raccontata in Dream House, un B-movie degli anni Novanta in cui una casa tecnologicamente evoluta si rivolta contro il proprio inquilino, che poi è colui che l’ha resa «viva». All’epoca Greta Thunberg aveva solo tredici anni, ma avremmo finito per condividere con lei l’idea che «la nostra casa è in fiamme». Le ondate migratorie raccontavano la storia di case lasciate e del disperato tentativo di trovare una casa nuova, e avevano scatenato ondate di populismo che si richiamavano al valore dei confini nazionali («L’Italia agli italiani», «Make America great again»), sempre più sottoposti alla pressione di coloro che venivano dall’esterno. Più concretamente ancora, la tragedia di Grenfell Tower parlava dello stato di degrado nel quale versano le abitazioni di molte grandi città, e più nello specifico delle conseguenze di quelle astratte meccaniche del capitalismo che per quarant’anni avevano continuato a erodere la sicurezza abitativa in molti paesi occidentali. Infine, con i suoi progetti visionari e la sua calma da rettiliano, Elon Musk si diceva convinto che l’umanità avrebbe dovuto fare di Marte la propria casa prima che la Terra diventasse inabitabile, spingendosi fino al punto di ipotizzare il costo di un’abitazione sul pianeta rosso.

La presenza dello strano, insomma, sembrava aver a che fare con lo stato di crescente insicurezza a cui era sottoposta la casa, sia concretamente (migrazioni, crisi abitativa, Brexit) che metaforicamente (la Terra come casa dell’umanità). Lo strano sembrava insinuarsi nelle nostre vite man mano che la casa, il luogo riservato all’intimo e al familiare, si indeboliva e veniva meno. Dovevo però ancora capire esattamente da dove venivano queste «cose strane» che come fantasmi infestavano la nostra vita da oltre un decennio.

All’inizio di quello stesso famigerato 2017 si era tolto la vita Mark Fisher, proprio nel momento in cui cominciavo a entrare in contatto con il suo lavoro. Negli anni Fisher era diventato una figura di culto negli ambienti della critica culturale britannica, avendo (ri)elaborato concetti come quello di «realismo capitalista» e «hauntologia» che si erano dimostrati perfetti per descrivere tanto la condizione del capitalismo digitale che lo stato d’animo collettivo di una generazione – quella cresciuta nell’era del neoliberismo e del sogno della cultura rave – che si era trovata improvvisamente privata di un’idea plausibile di futuro. The Weird and the Eerie, il suo ultimo libro pubblicato alla fine del 2016, era il primo tentativo di fornire un’interpretazione critica di quelle dimensioni – lo strano e l’inquietante appunto – che sembravano ormai permeare tutta la realtà. Ancora nel 2020, per quel che so, resta l’unico progetto volto a dare alla «stranezza» dei nostri tempi un valore non contingente ma essenziale.

Per Fisher, quella particolare categoria dello strano che è il weird si produce quando due entità che «non appartengono» alla stessa dimensione ontologica vengono in contatto, come capita nei romanzi e nei racconti di Lovecraft in cui il mondo degli umani si confronta con entità mostruose e «indescrivibili» che provengono da un luogo assolutamente Altro (lo spazio interstellare, le viscere della Terra, il tempo profondo). Questo incontro dell’estraneo con il familiare si configura come un’invasione di ciò che crediamo essere protetto e rassicurante, nel momento in cui l’«esterno» si trova a «fare irruzione, attraverso spazio e tempo, in un’ambientazione fattualmente familiare».

Il libro di Fisher trattava il ruolo giocato da weird e eerie nella letteratura, nella musica e nel cinema, e rispondeva – senza citarla direttamente – alla crescente diffusione della weirdness nelle arti, come dimensione implicita (ad esempio nella musica elettronica) o come discendenza apertamente rivendicata (ad esempio nel New Weird, il genere letterario parzialmente «fabbricato» da Jeff e Ann VanderMeer). Ma la sua analisi sembrava fornire una lettura efficace anche della situazione storico-politica e più ampiamente culturale che stavamo affrontando intorno alla metà degli anni Dieci: che si trattasse di terrorismo islamista, ondate di populismo manipolate e accelerate dagli algoritmi di internet, migrazioni di massa o riscaldamento globale, l’«ambientazione familiare» del nostro mondo stava subendo l’«irruzione» violenta e improvvisa di un esterno incontrollabile. Un tempo confinato all’arte d’avanguardia, il weird era fuoriuscito nella realtà e minacciava la sicurezza delle nostre vite.

(Foto)

Gianluca Didino è nato nel 1985 in Piemonte. Ha vissuto otto anni a Torino e da tre vive a Londra. Suoi articoli sono stati pubblicati su “Internazionale”, “IL”, “Studio”, “Nuovi Argomenti”. Ha curato la rubrica VALIS sul “Mucchio Selvaggio” e attualmente collabora con “Il Tascabile” e “Pagina 99”.
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