gilles_lambert

Senza filtro

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Oggi, giovedì 10 marzo, alle 16 Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio3) e alle 21.30 presenta Senza filtro. Chi controlla l’informazione da Verso libri a Milano con Luca Sofri. Domani, venerdì 11 marzo, alle 17.30 presenta il libro alla Nuova Libreria Il Delfino di Pavia con Emmanuela Carbé. (Fonte immagine)

Diversi mesi fa un redattore di minima&moralia mi proponeva di contribuire a questo blog di approfondimento culturale con un articolo sull’informazione. Ne leggevo la mail sullo smartphone ma aspettavo di arrivare a casa per scrivergli bene da pc. Questa preferenza è uno degli indicatori più affidabili per datare la mia età digitale e insieme ad altre righe dello spettro elettromagnetico segnala la mia origine in un’Internet vicina nella cronologia ma ormai lontanissima negli usi e nella percezione.

Ancora all’inizio di questo decennio il dispositivo che tengo sempre in tasca mi serviva solo per telefonare e mandare sms, avevo un compulsivo blog personale e nessun Facebook, in casa il solido cavo Ethernet (la mia coperta di Linus con i dati dentro) non immaginava neppure che l’avrei tradito per l’etereo wi-fi, e gli RSS letti da Google Reader erano la principale fonte d’informazione,insieme ai “segnalibri” coi giornali italiani e stranieri da me selezionati. Ora tutto è cambiato, fuorché gli RSS.

A loro sono rimasto devoto fino alla morte e oltre, cioè anche dopo la scomparsa di Google Reader (la prima regola è: mai fidarsi troppo dei prodotti gratuiti e dei colossi del web: oggi ci sono, domani chissà). minima&moralia lo vedo nella cartella “letteratura”, tra Doppiozero e Le Parole e Le Cose: forse non è il posto giusto, ma è un luogo fisso e fissato da me – a differenza del News Feed di Facebook che con ostinazione da vecchio fissato continuo a non usare come fondamentale canale di notizie.

Su Facebook “collaboro” poco. Non sono, ovviamente, un prigioniero di guerra: mi sono iscritto e ci rimango di mia volontà – e nella formazione di questa influiscono, ovviamente, il network effect (“tutti i miei amici sono su Facebook, ci voglio\devo essere quindi anch’io”) e il lock in (“più lo usi, più diventa difficile farne a meno”). Le conseguenze di un abbandono di Facebook le sentirei, infatti, in tutta la mia esperienza, dalla persona incontrata per strada o sentita per email che mi domanderebbe un po’ preoccupata come mai me ne sono andato a TripAdvisor che non mi mostrerebbe più i suggerimenti degli amici. Su quel sito facevo login con Facebook, ricevendo così consigli personali e “senza filtro” che ispirano maggiore fiducia di un generico annuncio su quanto è meravigliosa la tale località in Croazia.

Non sono un prigioniero di guerra che dà solo nome e numero di matricola, ma tento di limitare le informazioni fornite a quel social network. Metto mi piace alla pagina di Internazionale e del Guardian perché voglio vederne i contenuti nella timeline, ed evito però le pagine generiche dei miei scrittori/band/registi preferiti (Flaubert non è davvero su Facebook e non ha nulla d’urgente da comunicarmi, ancora meno urgente mi pare dichiarare che pure io amo Madame Bovary). Non interagisco poi molto con i post degli “amici” e in questo modo la piattaforma ha qualche difficoltà nel fare machine learning, nell’apprendimento automatico al fine di offrirmi le notizie che ritiene più adatte, rilevanti, personalizzate.

Mi va benissimo così, anzi quando in un quadratino a destra mi propone di unirmi a un gruppo di cacciatori della Val Brembana o di fan (letterali o ironici) di Carlo Conti sento un adolescenziale brivido hacker: l’ho fregato. Più seriamente, desidero che Facebook sia un’utile aggiunta e non il primo alimento della mia “dieta informativa”. Vorrei controllarlo o almeno controllarne l’influenza. Ma alla lunga, resistance is futile. Posso anche non inserire accurati e completi dati biografici, su Facebook collaboro comunque tantissimo, anzi ininterrottamente: in ogni secondo passato su quel social network sono una parte consenziente di un enorme esperimento in corso. Vengo testato, misurato e valutato. Facebook tiene conto di tutti i miei segnali, anche di quelli “inconsci”: il tempo in cui rimango fermo senza scrollare la pagina sopra un certo post sulle primarie americane o sull’unione Stampa-L’Espresso significa molto, così come i clic fatti e pure quelli non fatti per leggere i singoli articoli di minima.

La piattaforma capisce i miei interessi senza bisogno del mio intervento esplicito, anzi li capisce nonostante la mia reticenza e renitenza. La aiutano pure i miei messaggi privati e, ultimi ma non per importanza, i membri della mia rete sociale. Perché non sono di certo così speciale: anche a me, come alla maggior parte dei miei amici, piacciono Bolaño, Radiohead e Black Mirror. Facebook riesce quindi a definire un profilo non troppo errato, e da lì è solo questione di tempo e potenza di calcolo: prima o poi sarò “assimilato” e, fuor di ogni distopia Borg, rimarrò molto soddisfatto del piatto base, speciale per me. Forse lo sono già adesso senza rendermene conto, perché è così che deve funzionare: seamless, transparent.

I vani propositi di vana ribellione a Facebook sono uno dei segni rivelatori della mia antichità digitale: un altro, già citato, è il confine invalicabile tra il leggere sullo smartphone, cosa che faccio con piacere, e lo scrivere sullo smartphone: non sono bravo e non voglio migliorare. Penso spesso alla prima stagione di House of Cards, alla scena in cui la giovane giornalista Zoe Barnes spiega a Frank Underwood che a Slugline, la testata digitale dove vuole andare a lavorare, fanno tutto, scrittura degli articoli compresa, con lo smartphone. E continuo a chiamarlo monotonamente così, senza usare i sinonimi “cellulare” e “telefonino”, perché sinonimi non sono: quel dispositivo digitale multifunzionale e sempre connesso a Internet serve per telefonare su linea tradizionale nella stessa misura in cui il mio pc serve per riprodurre la musica: è solo una delle mille cose che fa, non la principale e non la più importante.

L’ultima e generale caratteristica che svela subito la mia obsolescenza è fare ancora caso a cose che sono divenute, in un brevissimo volgere d’anni, troppo ovvie e naturali. Continuo a considerare un’imperdonabile invasione della privacy l’aggiunta non richiesta a gruppi su Facebook e WhatsApp. E continuo a notare che WhatsApp è di Facebook, e pure Instagram è di Facebook: molti non ci badano e non trovano quindi nulla di strano nel trascorrere la gran parte del “tempo connesso” (ovvero la gran parte del tempo in assoluto) sui servizi di una sola azienda. Ugualmente si trova del tutto normale che il nostro Presidente del Consiglio diffonda spesso notizie rilevanti per la vita nazionale, in anteprima se non in esclusiva, su Facebook, sulla piattaforma digitale di un’azienda americana. Infine, non ci si stupisce che si chiami tutto questo “comunicazione senza filtro.

Ma torniamo alla proposta di minima: a malincuore declinavo l’invito, dovevo finire un libro e non riuscivo a pensare a nient’altro. Dopo gli attentati terroristici di Parigi a novembre, e ancora di più dopo l’uscita del numero di Dabiq, la “rivista d’informazione” dell’ISIS, a essi dedicato ho avuto però l’impulso di proporre un testo, di intervenire, provando a illustrare i mezzi e i fini proprio di quella “comunicazione senza filtro.” Non ho poi seguito l’impulso perché quelle cose sentivo di poterle scrivere solo all’interno di un percorso ampio, pieno di cautele e svolte, insomma nel libro che, appunto, si apre con la propaganda delle Brigate Rosse durante il sequestro Moro e si chiude con quella dell’ISIS oggi. Su questo qui non dico altro, per il timore di semplificare malamente. Non sto però in alcun modo sostenendo che non si debba intervenire nel quotidiano con le proprie opinioni e, nel caso, conoscenze – su un blog, su minima, su Facebook o sul Corriere. Sto dicendo solo: non mi sentivo di farlo, per quelle questioni.

Come si sarà compreso, il libro si chiama Senza filtro ed è un saggio sull’informazione. Sinora ho parlato così tanto di Facebook e smartphone perché oggi ne sono due “componenti” fondamentali e strettamente collegate. Ho provato a ragionare su come si sta ridefinendo in gran velocità tutta la nostra esperienza, mentre le nostre categorie di giudizio spesso rimangono uno o molti passi indietro. E così fanno danni. Basti pensare alla divisione del tutto impraticabile tra il “reale” di un colloquio di lavoro e il “virtuale” di LinkedIn, di quel LinkedIn che, in via diretta o indiretta, ti ha portato a quel colloquio di lavoro. Ma dobbiamo anche ribaltare i contesti e i pregiudizi: basti quindi pensare a chi crede che Tinder, l’app per incontri, sia solo “reale” e “primario”. Al contrario, nessuno arriva vergine su Tinder, nel preciso senso che si deve prima avere un profilo Facebook e quindi un’immagine “virtuale” dell’io, un’elaborata costruzione d’informazioni.

La mia ambizione era di indagare queste nuove condizioni senza cattive semplificazioni, volevo fare un racconto critico composto di storie che si intrecciano, mentre l’interpretazione si stratifica. Attraverso questa struttura con molte connessioni, esplicite e implicite, tentavo di riflettere sulle nostre vite attraversate e aumentate da molteplici flussi di informazione, e in primo luogo sulla cosiddetta disintermediazione oggi offerta dalle grandi piattaforme social. Queste sfruttano un impulso e un bisogno di comunicare che, ovviamente, non nascono con Facebook, MySpace e i newsgroup di fine anni Ottanta. Per alcuni studiosi e commentatori, come Tom Standage, l’autore de I tweet di Cicerone, stiamo anzi vivendo un ritorno alla normalità comunicativa sociale e bidirezionale, all’epoca precedente la parentesi durata un secolo e mezzo dei mass media, caratterizzati dalla trasmissione verticale, unidirezionale, con i professionisti emittenti in alto e i lettori ascoltatori spettatori riceventi in basso.

Anche senza accogliere questa tesi controversa, dobbiamo guardare dietro l’innovazione digitale e pensare che, negli stessi anni in cui venivano poste le basi di Internet, si sperimentavano nuove e radicali forme di “presa di parola”: con questa espressione Michel de Certeau caratterizzava la “rivoluzione” del Maggio francese. In questi giorni ricorrono proprio i 40 anni dell’avvio delle trasmissioni della bolognese Radio Alice che tanta parte ha avuto in quel racconto collettivo chiamato il Settantasette, sino all’accusa, davvero epocale nel fraintendimento, di dirigere gli scontri di piazza (l’anno prossimo si festeggeranno pure i 40 anni dell’irruzione della polizia e della chiusura di quella radio libera).

Dalla presa di parola e dal fare da soli del nostro Sessantotto durato dieci anni si arriva, seguendo un filo rosso talvolta intricato e progressivamente “digitalizzato”, a quella strana cosa che è stata il cyberpunk italiano, alla vecchia Internet dei movimenti chiamati no global tra Seattle e Genova, e all’irruzione alla scuola Diaz, dove c’era appunto il media center dei movimenti. Infine si raggiunge il blog personale di Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi che con quel nuovo strumento informava, e cercava verità e giustizia. Ma si arriva anche ai siti complottisti sulle scie chimiche, il nuovo ordine mondiale e i vaccini killer: perché le cose sono complicate e non c’è nessuna “controinformazione dal basso” o “dalla rete”, magicamente dotata di affidabilità.

Negli ultimi anni abbiamo anche assistito all’evolversi e all’incrociarsi di diverse tradizioni d’informazione, e in America ha fatto molto rumore un nuovissimo giornalismo web, influenzato dal blogging e dalla polarizzazione politica, portato quindi a schierarsi apertamente e a dire io. In Italia, per cavarsela con una battuta, si è rimasti splendidamente fermi e alla fine ci si è ritrovati all’avanguardia, con il nostro sempiterno giornalismo d’opinione. Questo pezzo così centrato su di me, così autopromozionale (o se siete indulgenti: autoriflessivo), rientra almeno in una di queste due tradizioni; ma adottare una forma in apparenza neutrale e impersonale per raccontare una cosa lunga che ho scritto sarebbe stato, a mio giudizio, ancora più scorretto.

Negli ultimi mesi abbiamo visto l’avvio del metered paywall per il Corriere della Sera e l’unione tra grandi gruppi editoriali, all’insegna del “vincere la grande sfida del digitale”. Mi preme quindi onestamente segnalare che Senza filtro non contiene alcuna ricetta per salvare il giornalismo, con salvare inteso, prima di tutto e fuor d’ideali, come “sostenibilità economica.” Non consiglio di puntare su una qualche combinazione di slow news, longform, community building, crowdfunding, integrazione social, verticali, native advertising, newsletter o su altre e ancora più recenti parole incantate, preferibilmente inglesi. Posso solo notare che da almeno dieci anni ogni nuovo direttore di grande quotidiano scopre la vecchia “grande sfida del digitale”; nessuno, a mia conoscenza, l’ha ancora vinta davvero in Italia, ma chi s’impegna a fornire sostegno psicologico, cambiando ogni tre mesi strategia, ricette e buzzword per salvare il giornalismo, tanto male non sembra poi campare.

Il libro cerca, invece, di ragionare sulle basi dell’economia digitale e vuole ad esempio mostrare perché è solo consolatoria la famosa battuta sull’idraulico e il redattore web: “nessuno si sogna di chiedere la riparazione gratis di una tubatura e non c’è bisogno di specificare all’idraulico che sarà retribuito, ma come mai sul web tutti ti vogliono fare scrivere senza compenso?” La “causa”– detta troppo in fretta e quindi molto male – è questa: io non so riparare una tubatura, i redattori di minima e tu che mi leggi, probabilmente, neppure. Ma in linea generale io, i redattori di minima, tu e pure il tuo compagno di stanza, sapremmo comunque scrivere e stampare (cioè cliccare sopra il tasto Pubblica) 3.000 battute sulla legge Cirinnà, sul film di Tarantino e sulla Roma di Spalletti. Anzi lo facciamo già tutti i giorni, per esempio su Facebook. Magari i tuoi testi sono di gran lunga migliori dei miei: io però posso fare copiaincolla con altri due clic, e se modifico un po’ o incrocio in cinque minuti il tuo pezzo, quello del tuo coinquilino e quello di Michele Serra, la cosa diventa pure: curation + fattene una ragione.

Ed è a tale dispositivo che qui cerco di rispondere, con un pezzo, nelle mie intenzioni, strano e curioso. Questo testo prova cioè a inventarsi qualcosa per attirare e fermare l’attenzione del lettore. Sempre che tu, lettore, sia arrivato fin qui. Perché ci sono mille altri articoli più belli e interessanti di questo, con bello e interessante adattabili a ogni tipo di pubblico, gusto, inclinazione, momento. A un solo clic di distanza trovi gattini, orsetti e pinguini, e lemuri lemuri lemuri, il meme di Travolta confuso nella millesima confusa variazione, le polemiche contro la casta e le polemiche contro le polemiche troppo facili contro la casta. E così via, all’infinito. Questo testo – arriviamo pure a quella che mi pare la più lusinghiera delle ipotesi – sta in competizione con Alfabeta2, dove magari ora puoi leggere una riflessione sull’ultimo libro di Agamben, e con VICE, dove c’è un reportage sulle “folli notti della taranta.” E i due pezzi potrebbe averli scritti lo stesso bravissimo giovane giornalista di 28 anni.

Ma è corretto chiamarlo giornalista? Intendo dire: sarà iscritto all’Ordine dei Giornalisti? Se uno studioso come Giulio Regeni invia alcuni pezzi a un quotidiano è (anche) un giornalista? O lo si chiama giornalista e collega solo per gentile concessione o informale estensione? E soprattutto: “siamo nel 2016, non è mica una domanda importante”? Ogni lettore può dare la propria valutazione, ma prima dovrebbe sapere che l’articolo 45 della Legge 69/1963, quella che istituisce l’Ordine dei Giornalisti, recita: “Nessuno può assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista, se non è iscritto nell’Albo professionale. La violazione di tale disposizione è punita a norma degli articoli 348 e 498 del Codice penale, ove il fatto non costituisca un reato più grave.”

Due anni fa ho visitato il Festival di Internazionale a Ferrara e mi sono trovato in un bar a parlare con tre persone che tutti i giorni scrivevano, al possibile retribuite, su Internet e venivano lette da diverse migliaia di persone – i mi piace e le condivisioni su Facebook non mentono (cioè mentono molto perché non è affatto detto che poi si legga il pezzo, ma sono pur sempre un segnale rilevante). Ho chiesto se qualcuno di loro avesse la tessera dell’OdG: hanno risposto tutti di no. Nessuno era giornalista professionista o pubblicista, perché – spiegavano – non serviva a nulla per il loro mestiere. “Vi denuncio: siete tutti abusivi”, ho scherzato.

Allora il più giovane, che aveva cominciato su un blog personale alcuni anni prima e da poco lavorava in un sito d’informazione molto visitato come content editor (o un altro di quei titoli in inglese per dire “giornalista” senza dirlo), ha reagito bruscamente: ha preso a bestemmiare contro l’Ordine, con un elenco di doglianze che non comprendevo nei dettagli e una ferocia che non mi aspettavo. Poi si è fatto il silenzio tra di noi e per uscire dalla situazione di grave imbarazzo ho dovuto usare la safeword “Curzio Maltese”, che funziona sempre, pure coi giovani giornalisti iscritti all’OdG.

Tengo a precisare che “alcuni dei miei migliori amici sono giornalisti“, iscritti (e non iscritti) all’Ordine, giovani e meno giovani. Quando l’influente minima piazzerà questo pezzo in cima a Google per la ricerca con il mio cognome e il titolo del libro, qualche redattore, con pochissimo tempo a disposizione e mille altre cose più importanti da seguire, di me verrà forse a conoscere solo queste righe, e non vorrei proprio che immaginasse un attacco contro la “categoria”. Soprattutto non vorrei che lanciasse la peggiore delle accuse: la lezione col ditino alzato.

Senza filtro è un libro monco e umilissimo, nel senso preciso di senza ditini e senza lezioni (e senza condiscendenza). Solo per viltà sulla quarta di copertina in bozze ho chiesto che venisse tolta la qualifica di giornalista: ho scritto alcuni articoli (soprattutto per il web) ma non sono iscritto all’OdG. Preferisco quindi passare per uno molto pretenzioso e avere sulla quarta la definizione di saggista. Non c’è, infatti, nessun Ordine dei Saggisti che possa lamentare la mia usurpazione del titolo. Solo i lettori(scrittori), con piena legittimità, e cominciando dai commenti qui sotto e sotto il post di lancio su Facebook, possono farlo. “Senza filtro.”

Commenti
2 Commenti a “Senza filtro”
  1. quasiscrive scrive:

    Bravo

  2. Lucia De Santis scrive:

    “Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di non dover più scegliere. Non è fantastico?”

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