caitlin-oriel-31955-unsplash

Senza tende

caitlin-oriel-31955-unsplash

Questo pomeriggio, alle ore 16 presso il Museo del Novecento a Milano, nell’ambito di Bookcity, verrà presentato In Opera – Racconti empatici, a cura di Dario Borso. L’opera nasce dall’esperienza di un gruppo di “libri umani” della Human Library (biblioteca vivente ispirata a un format danese nato allo scopo di infrangere pregiudizi) che in questi anni si sono proposti più volte alla “lettura” del pubblico.

di Giulia Parsi

in via gaetana agnesi zona porta romana sorgeva una
palazzina del settecento completamente bianca con un enorme
portone verde bosco. dentro era tutto un mondo. vi abitavano
solo dodici inquilini ed erano una sorta di piccola bizzarra
comunità piena di storie di nevrosi di coppia ma anche
di cani e di bambini che si incontravano nel piccolo cortile
senza macchine come in una piccola oasi di silenzio e pace.
roberta faceva la parte di “biddu” così l’avevano nominata
anche i suoi figli fin da piccoli (voleva dire bello in
siciliano in sardo o nella lingua astrusa dei bambini) era una
specie di dolce allegra mary poppins a cui tutti si appoggiavano
perché con i più piccoli senza adulti lei si sentiva nel suo
habitat perfetto e quella casa grande dove si poteva persino
pattinare e quel giardinetto di sessanta metri quadri le dava
molta felicità. aveva sempre detto che non avrebbe voluto dei
figli d’appartamento da portare ai giardinetti come il cane e
quel pezzo di terra seppure piccolo era la sua riscossa il suo
angolo di giardinaggio selvaggio che le ricordava il sud-america
con la sua bellissima amaca e quella porta aperta sempre a
tutti. nel condominio viveva anche “la felina” bambina bellissima
giunco flessuoso biondo dagli occhi verdi che faceva perfette
favolose ruote e rondate davanti agli occhi esterrefatti di
tutti. era figlia unica di una famiglia di ricchi svizzeri che biddu
aveva per molto tempo letteralmente quasi adottato. suo
padre “lo sciallato” era manager di una importante ditta di mobili
perenne alito di fuoco (soprattutto negroni) peraltro organizzatore
anche di serate ed eventi. aveva la più grande collezione
di dischi d’europa più uno stereo a valvole di una potenza
allucinante che spesso spargeva la sua musica con martellante
arroganza. fisicamente era la brutta copia con pochi capelli
e postura slanciata ma un po’ storta di james taylor (cantautore
di cui peraltro cantava a squarciagola i pezzi) la moglie
invece amava solo l’opera era una cardiologa in casa non stava
quasi mai perché aveva i turni in ospedale. la felina e la casa
erano lasciate nelle mani di maria tata rozza ma affettuosa che
puliva lavava stirava cucinava insomma faceva tutto compreso
andare a riprendere ogni pomeriggio la bambina alla scuola
svizzera per riportarla nel silenzio e nella solitudine di quella
enorme casa. qui c’erano foto appese a una parete testimonianti
il fatto che sua madre fosse stata una bellissima donna da
giovane. durante il parto le era successo qualcosa di terribile
aveva rischiato di morire e da allora non era stata più la stessa.
aveva una lunga cicatrice sul collo un’aria stordita molto gonfia
rubizza infelice come se fosse sempre sotto dosi massicce
di psicofarmaci o cortisone. a volte urlava frasi strazianti tipo
“allora fammi morire” o cose simili a cui seguivano agghiaccianti
silenzi da parte di tutto il caseggiato. faceva la spesa
sempre da sola all’esselunga strascicando esausta sacchi su
sacchi come volesse espiare qualcosa. roberta aveva più volte
colto lo sciallato in flagrante sporto sul terrazzo parlare al cellulare
chiaramente con un’amante. nella casa di fronte speculare
per forma e metratura stava una coppia. lei una specie di
“gatta selvatica” piena di tatuaggi che aveva lavorato a lungo
in una discoteca di tendenza (il plastic) ora invece nella moda
(per versace) motivo per cui era perennemente sotto stress. era
scappata lasciando il nido coniugale e l’unica figlia quattordicenne
“il fiore” al padre una possente stanga di due metri che
amava urlare e dire parolacce e che tra l’altro una volta terrorizzò
letteralmente un piccolo zeno di sei anni che stava giocando
a calcio nel cortile riempiendolo di insulti. roberta aveva
visto il figlioletto entrare in casa sbiancato rigido come pietrificato
sotto shock era stata seriamente combattuta se andare
a suonare al campanello per dirgli qualcosa in tono signorile
ma deciso o lasciar perdere come poi fece per paura che ne
uscisse una rissa (rissare tra i due coniugi era lo sport preferito
praticato specie nei weekend ad altissimi imbarazzanti volumi
mentre lei tifava per la giovane figlia di quell’intrico di minacce
e malumori). la gatta selvatica detestava evidentemente i
bambini era una single di tendenza e di natura e il loro chiassoso
caos le risultava (cosa evidente dalle sue occhiatacce) addirittura
rivoltante. quando aveva visto sorgere nel giardino di
zeno e nina una bellissima tenda con su disegnata una casetta
non ci aveva visto più era insorta “questo non è un campo zingari
o un asilo nido” più altre cattiverie. in effetti c’era molto
andirivieni tra gli amici di scuola invitati tre pomeriggi su sette
e le altre due bambine facenti parte della casa che scendevano
spesso in giardino camilla e giulia sua sorella maggiore
nonché compagna di classe di nina insomma quella casa era
un mammificio multiplo autogestito in piena regola e in multi
funzione. la verità è che si detestavano ma poi attraverso il
gatto di zeno che la gatta selvatica adorava (lo pettinava addirittura
con la spazzola per persiani lo viziava con croccantini
speciali) si era aperto un piccolo spiraglio finché un giorno
aveva offerto a roberta i suoi vecchi vestiti (forse si era accorta
che li prelevava comunque dalla stanza comune della spazzatura
per sceglierli separarli smistarli portandoli alla caritas
dai rom o nei cassonetti) poi un altro giorno una battuta una
risata e che gioia che liberazione fare pace salutarsi con un
conquistato sorriso poi ancora le aveva dato in dono le sue
amate scarpe super-moda infine l’aveva addirittura invitata a
vedere la sua casa. roberta rimase molto colpita era puro
modernissimo design tutta bianca e nera vuota sobria rigorosa
quasi uno stile zen del tutto occidentale elegantissima. gli architetti
che avevano sistemato lo stabile avevano ritagliato gli
spazi di quelle due case poste frontalmente identiche nella forma
e nella metratura perfino della cantina. la gatta selvatica
commentò così “io dentro la mia testa ho un tale caos che l’unico
modo che ho per sopravvivere è di restare in un ambiente
completamente vuoto neutro”. invece roberta si proponeva
attraverso la meditazione raja yoga di avere una mente il più
possibile sgombra mentre intorno per contrasto era tutto molto
pieno di oggetti colori e anche profumi. aveva creato quasi una
sorta di folklore tutto personale ispirato a bali dove era rimasta
così incantata e al centro del salotto poneva “il suo tempio”
(come lo chiamava lei) una specie di tributo al sincretismo
Religioso all’animismo all’interreligiosità alla fantasia bambina
che le permetteva di fare diverse installazioni visive a rotazione
secondo i momenti delle stagioni o anche degli umori giornalieri
ma soprattutto della storia dell’albero di natale che lei e
i suoi figli continuavano ogni anno a raccontare. roberta e la
gatta selvatica erano decisamente agli antipodi le aveva perfino
consigliato di licenziarsi primo per la salvezza delle persone
che le stavano intorno secondo perché sapeva che il mondo
della pubblicità e della moda ti stritola da dentro se prendi le
cose troppo sul serio e lei era una che non scherzava. così successe
e proprio per questa ragione era diventata molto più rilassata
cordiale ma solo per un’onda di tempo. in tutti quegli
anni roberta aveva dimostrato di poter convivere con chiunque
sempre pronta a lasciar perdere (la filosofia del quieto vivere)
per non creare troppi conflitti e per assecondare i bisogni di
tutti. i dirimpettai “lo spelacchiato” e la moglie “rigidessa” stavano
barricati dietro le spesse tende bianche dall’altro lato della
casa e per i primi anni le innaffiavano il giardino dall’alto
del loro terrazzo. roberta a volte portava manicaretti da assaggiare
come il suo famigerato pollo al curry gentili e curiosissimi
(forse troppo) con i suoi ospiti avevano apparentemente
con lei dei rapporti civili ma erano spiace a dirsi una coppia
tristissima. la rigidessa maniaca della pulizia conservava il suo
parquet come una reliquia e le pattine erano obbligatorie per
camminare nel loro immenso loft dove gli estranei potevano
solo affacciarsi. usciva ogni giorno alla stessa ora vestita allo
stesso modo con la stessa espressione nello stesso bar per bersi
un cappuccio nella stessa identica posizione con un cappello
che la rendeva simile a un michael jackson in incognito con
stivali e gonna attillata. lui alito di birra già dalla mattina fedele
e rassegnato al suo fianco (chiaramente alcolista) biondiccio
qualche residuo di capelli in testa aveva spesso un’espressione
mestissima da cane bastonato (era la vita stessa che lo aveva
spelacchiato) lavorava per una compagnia aerea americana.
ora disoccupato frustrato forse si rifaceva con qualche hostess
mentre lei pare avesse una relazione omosessuale con la tintora
della via accanto. nella loro casa tappezzata di foto del loro
amore iniziato a diciotto anni nessun movimento tranne il filippino
che gliela puliva. luci spente durante la settimana alle
ore ventidue e trenta e il sabato ogni due settimane quattro
amici in croce che se ne andavano alle undici. roberta non
sapeva da quale buco o interstizio la osservassero la spiassero
eppure era proprio così. sapevano tutto ma mi stavo dimenticando
di specificare che lei faceva tutto alla luce del sole o
della luna insomma semplicemente non aveva tende ma poetici
veli arancioni sempre aperti che pendevano dalla grande altitudine
di quattro metri e mezzo. lo spelacchiato la obbligava a
tagliare l’erba del suo giardino diceva che arrivavano topi
scarafaggi vespe formiche insetti di tutti i generi che secondo lui
gli stavano invadendo la casa. roberta vedeva che i due là di
fronte soffrivano davvero per i suoi rampicanti e per tutto
quanto non era evidentemente sotto pieno controllo. stavano
davvero male lei lo sapeva perché conosceva quella sindrome
che aveva anche suo padre di paranoia maniacale per ogni cosa
dotata di vita propria imprevedibile virgultosa come i bambini
o le piante e quindi anche se odiava l’erba inglese prendeva il
tagliaerba e scherzosamente magari diceva ai due che a lei
l’erba tagliata faceva davvero tristezza ma che non per questo
li obbligava a far crescere la loro giusto? a roberta non andava
di andare in riunione di condominio a battibeccare sapeva essere
tollerante gentile con tutti e rientrava in casa recitando
internamente come un mantra il suo motto “pace nell’anima ci
sono cose più importanti”. molti si lamentavano dei cani. i due
labrador color miele di “barbarossa” un omone vikingheggiante
creavano parecchi dissensi perché scacazzavano liberamente
vicino al portone. bambù piccolo cane dell’illustratrice moglie
del socio di barbarossa riservava a roberta tenere pisciatine
di commozione direttamente in casa quando la vedeva e
quando scorrazzava liberamente nel suo giardino era un grande
onore secondo la sua padrona una vera intimissima dimostrazione
di affetto mentre l’altro cane patata era più pauroso e
introverso. l’illustratrice donna minuta solare piena di vita pareva
attraversata da una grande energia che la rendeva più giovane.
la sua casa era mansardata super pragmatica con il tavolo
da lavoro sempre in ordine anche se sotto consegna. nella
fase in cui lei si separò da suo marito roberta si ritrovò nella
crepa in mezzo a loro due sotto le attenzioni di lui uomo molto
attraente avventuroso sportivo. capì perché si era voluto separare
e avendo intuito che l’illustratrice voleva figli gli fece lunghi
discorsi pieni di metafore sferrando molti attacchi a quegli
uomini che negano alle compagne di sempre la gioia di una
maternità tacciandoli di essere mentalmente sterili e moralmente
taccagni. dopo un anno di separazione si rimisero insieme
e l’illustratrice a cinquant’anni rimase incinta naturalmente
sicché roberta si sentiva una specie di madrina. col barbarossa
i rapporti erano civili simpatizzavano all’apparenza ma le
sembrava ambiguo laido aveva una compagna fresca e giovane
e a volte sembrava uscire da una caverna zoppicando come
avesse la gotta. roberta ebbe un periodo molto duro nel quale
faceva fatica a pagare le bollette del gas per far tornare i conti
si era decisa a mettere in vendita la collezione della rivista
“cinema” completa rilegata che gli aveva regalato suo padre a
diciotto anni. chiese a barbarossa che si disse interessato perché
aveva un amico collezionista che vendeva anche in america.
quella mattina indossava il suo pigiama da superpippo
una tuta unica con bottoni davanti quando dopo il caffè lui le
chiese di spogliarsi lei lo fece ma solo come sfida per umiliarlo
per dirgli sono nuda ma non mi avrai mai sono nuda ma
sono innocente non mi farò mangiare dall’orco. la sua mentalità
del vivi e lascia vivere l’aveva messa in pratica in ogni
intima vecchia o nuova convivenza e in via agnesi ne aveva
avute parecchie visto che dopo la separazione per ragioni
economiche aveva affittato la sua stanza andando a dormire sul
soppalco della camera dei bambini dove prima stava marta
una delle fantastiche ragazze alla pari polacche che aveva
ospitato. le piaceva non essere il prototipo classico di una famiglia
ma mostrare ai suoi figli che ogni persona portava in sé
tutto un mondo fatto di abitudini e differenze mentali. giravano
molti giovani affezionati allievi ma anche ospiti incontrati e
invitati amici di amici. l’ambiente era di una casa sempre aperta.
giù nella cantina cui si accedeva con una scala a chiocciola
nera davanti allo studio dove prima insegnava aveva ricavato
una bellissima affascinante stanza per gli ospiti con un letto
gigante e un’enorme libreria. era riuscita a creare anche una
cabina-armadio dietro una meravigliosa tendina anni settanta
di perline blu in tre gradazioni che dava insieme alle luci un
tocco magico marino. anche allo studio adiacente aveva apportato
molte modifiche era diventato anch’esso una sala con un
bel pianoforte un grande tappeto per la meditazione la danza la
musica e dove soprattutto svolgeva il suo lavoro dando lezioni
di canto. per un certo periodo aveva varato il progetto cantina
da affittare tipo sala prove e aveva trovato un socio con un
annuncio. era un energico batterista una specie di topo creativo
da centro sociale che faceva musica post-atomic punk ma roberta
confrontandosi con la realtà acustica di quel luogo (compresi
i vicini) aveva dovuto escludere i gruppi musicali con
bassi chitarre elettriche amplificatori distorsori vari ed erano
rimasti suoi clienti un duo jazz piano e voce qualche trombettista
a uso studio più gruppi acustici come quello del suo insegnante
di chitarra. gli ospiti lasciavano un obolo cinque euro
all’ora in una scatola di latta il suo sogno era realizzare un vero
studio con un fonico finalmente a suo servizio almeno qualche
ora al giorno per poter realizzare tutti i suoi progetti musicali il
radiodramma le sue canzoni come autrice (testi e musiche)
interpretazioni improvvisazioni e soprattutto un duo.

 

Aggiungi un commento