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“L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa”, parola di Sepp Blatter

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Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Raffaele Oriani apparso sul numero speciale di GQ dedicato ai Mondiali. (Fonte immagine)

di Raffaele Oriani

In un mondo sempre più piccolo ha conquistato spazi sempre più grandi. Dalla faraonica reggia che si è fatto costruire sulle colline di Zurigo, Sepp Blatter domina su 300 milioni di sportivi, 209 federazioni nazionali, un miliardo di dollari di fatturato annuo. Il presidente della Fifa è il sovrano assoluto del calcio, appesantito da decenni di intrighi, inorgoglito da un impero su cui non tramonta mai il sole: “La sua ideologia è una sola” sintetizza un collaboratore. “Traghettare il calcio fuori dall’Europa, dentro il mondo globale”. Ce l’ha fatta, e ce la farà ancora: eletto nel 1998 già ultrasessantenne, aveva promesso che non sarebbe rimasto in carica più di otto anni. Ne sono passati sedici, e con un tweet ha già fatto sapere che “le voci che mi vogliono candidato anche per il 2015” sono perfettamente fondate.

Lo svizzero Blatter ha portato i mondiali di calcio in Africa, in Russia, in Brasile, ma non ha mai trascurato il Sepp Blatter Turnier di Ulrichen, nel cantone vallese dove è nato e dove una scuola elementare è già intitolata a suo nome. Poveri piccoli, pensano in tanti. E non si sbagliano, perché l’impero è florido ma la corte è marcia: “Le casse della Fifa sono piene” dice Guido Tognoni, giurista e giornalista che con Blatter ha lavorato per un decennio come capoufficio stampa e consulente di marketing. “Ma nel salvadanaio morale non c’è nulla”. Blatter è una persona squisita: conversa in cinque lingue, canta, balla, ha un sorriso per tutti, preferisce la fantasia di Messi alla precisione di Cristiano Ronaldo. A chi gli chiede se si immagina di poter vivere senza la Fifa, risponde irridente “C’è vita dopo la morte”. Rintanato nel cuore del calcio, non ha nessuna intenzione di uscirne. Dice di essere un uomo di fede: “Credo in Dio e in me stesso”. Ma da vent’anni la Fifa è soprattutto il tempio scuro del potere: sul suo impero il sole non tramonta più anche perché ha smesso da tempo di sorgere.

Joseph detto Sepp Blatter, o JSP come gli piace farsi chiamare, non nasce comodo come un sovrano ma tenace come un bimbo povero e prematuro: “Ho dovuto lottare per sopravvivere, e quest’istinto non mi ha più abbandonato”. Il suo sorriso è l’altra faccia del ghigno, la sua bonomia soprattutto un marchio di resistenza. Ogni giorno si sveglia alle 6.00 e balla per un quarto d’ora con Michael Jackson e Sinatra; poi fa il suo ingresso a corte e non ce n’è per nessuno: “Chiunque parli con lui ha la sensazione di essere al centro del suo mondo” spiega Tognoni. “Ma se non gli servi più, ti liquida da un giorno all’altro per interposta persona”. Markus Siegler, altro capoufficio stampa “pentito”, lo accusa di essere divorato dalla vanità e di sentirsi ormai una sorta di “unto del Signore”. Vi ricorda qualcuno? Be’, uno studioso olandese ha parlato del “complesso di Napoleone” per cui il re del calcio compenserebbe con un’ambizione smisurata il rovello di una statura modesta.

Sepp Blatter nasce nel 1936 come Silvio Berlusconi: il giovane Cavaliere strimpella in crociera, il coetaneo Blatter si paga gli studi animando i matrimoni sulle Alpi. Silvio e Sepp condividono il sorriso stampato, il doppiopetto inamidato, lo stile del comando sempre in bilico tra Machiavelli e Macario, la disinvoltura nei rapporti con il denaro, le donne, il potere. Blatter in più ha quell’istinto da settimino da tempi di magra. Don Blatterone, come l’ha ribattezzato il settimanale tedesco “Spiegel”, cresce nel nome di un padre operaio che ai suoi figli augura di “non vestire mai una tuta blu”. Ancora adolescente condivide il letto con il fratello Peter, ma da quando è in cima al pallone gli alberghi del mondo non hanno abbastanza stelle per ospitarne le notti. Cosa sarebbe disposto a fare per non mollare la vetta? La risposta è semplice: tutto.

Uno pensa che siano luoghi comuni: Emergency di Gino Strada è buona, la Fifa di Sepp Blatter è corrotta. Uno pensa, poi scopre che è proprio così: la Fifa di Sepp Blatter è corrotta. Talmente opaca che l’unico interrogativo davvero intrigante è: “Ma come fa a essere ancora al suo posto?”. Nel maggio 2010 un giudice cantonale di Zugo attesta che l’ex presidente della Fifa Joao Havelange e il genero Ricardo Texeira, presidente della Federcalcio brasiliana, negli anni Novanta incassarono 20 milioni di euro dalla concessionaria dei diritti televisivi dei Mondiali. Una cifra incredibile, una storia che minerebbe alle fondamenta qualsiasi organizzazione. Di Havelange Sepp Blatter è stato l’onnipotente Segretario generale per diciassette anni: ammette di aver saputo delle mazzette, ma fa spallucce, sorride, e con agile paso doble dichiara che per la legge svizzera le “provvigioni” non sono reato.

A dicembre 2010 il corrotto Texeira e il fido Blatter sono quindi tra i magnifici 22 che assegnano i mondiali 2018 e 2022 a Russia e Qatar. Non sono gli unici voti al di sotto di ogni sospetto: pochi mesi dopo la Fifa stessa espellerà il qatariota Mohamed bin Hammam, presidente della Confederazione asiatica, e il caraibico Jack Warner, presidente del calcio nord e centramericano, per tentata corruzione nella corsa alla presidenza della Fifa. Un video surreale mostra Warner che invita i colleghi dei Caraibi ad accettare un milione di dollari “per il bene del calcio”. Il vecchio Warner è una delle figure più torbide del calcio mondiale: da sempre assicura i suoi pacchetti di voti a Blatter in cambio dei diritti televisivi dei Mondiali per Trinidad e Tobago. Come mai questa volta la Fifa usa la mano pesante e lo espelle con ignominia? Be’, molto semplicemente ha cambiato casacca promettendo i suoi voti al rivale di Blatter, Mohamed bin Hammam. Espulso anche quest’ultimo, il 1° giugno 2011 l’unto del Signore è rieletto per il suo quarto mandato: “Noi nati poveri facciamo fatica a salire” commenta il fratello Marco. “Ma una volta in cima non è facile ricacciarci a valle”.

Sepp Blatter entra in Fifa nel 1975: è il dodicesimo dipendente di un’associazione poco più che amatoriale. Niente soldi, magri stipendi, impegno all’insegna di quello che Blatter sprezzantemente definirà il “volontariato”. Seppur formalmente sia rimasta un’organizzazione no profit, quarant’anni dopo la Fifa ha 350 collaboratori, macina utili e si ritrova in cassa oltre un miliardo di dollari. Quello che era uno sport è diventato un credo planetario: “L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa” dice Blatter. “Abbiamo entrambi una fede e un unico prodotto”. Conosciamo le fortune dei lupi di Wall Street, ma quanto guadagni il papa del calcio rimane un mistero gaudioso: “Tra stipendio e bonus ben più di dieci milioni di euro” assicura un ex manager Fifa. “Non lo so” ammette Alexandra Wrage, giurista canadese che fino alle dimissioni nell’aprile 2013 faceva parte della commissione di riforma voluta dalla Fifa. “Pubblicare i salari può essere imbarazzante, ma lo fanno le corporations e le grandi organizzazioni no profit. Blatter invece preferisce non rispondere a nessuno”.

Non è stato l’unico niet opposto dall’eterno Sepp ai singulti di riforma da lui stesso promossi: “Si è rifiutato di adottare un limite temporale alle cariche” continua Wrage. “E di fronte alla rosa di donne e uomini che avevamo proposto per le presidenze delle commissioni disciplinari ci ha fatto sapere che ‘una donna non sarebbe stata accettabile’”. L’uomo che ha lanciato il calcio oltre ogni confine, resta un vecchio signore del secolo scorso: “Blatter si vanta di essere l’unica persona al mondo ricevuta ovunque da capi di Stato” conclude Wrage. “Ma in fondo è solo un relitto di quando la Fifa era un piccolo club per soli uomini”.

Gli italiani non gli perdonano la mancata consegna della Coppa 2006, gli svizzeri hanno eletto la sua Ethik-kommission parola peggiore del 2010, gli inglesi gli rinfacciano di tutto. Sepp Blatter non gode di buona stampa. Ma per lui è quasi un vantaggio: la nuvola di sospetto che lo avvolge appanna lo sguardo e sfuma i particolari. E invece gli scandali della sua gestione sono tutt’altro che vaghi. Un esempio: la Fifa di Blatter nel 2006 licenzia il direttore del marketing per irregolarità nelle trattative con gli sponsor Mastercard e Visa. A sei mesi di distanza lo riassume, dopo che quelle stesse irregolarità le sono costate un accordo extragiudiziale da 100 milioni di dollari. Tra andata e ritorno l’aitante francese Jérôme Valcke da direttore marketing diventa Segretario generale, ovvero la mano destra e sinistra di Sepp.

Succede solo alla Fifa: un tracollo da 100 milioni mette le ali alla carriera. Com’è stato possibile? Ancora oggi, l’ufficio stampa Fifa a domanda non risponde. E nel silenzio ufficiale, è facile ricordare che la presidenza Blatter cominciò a prendere forma quando il nostro, da Segretario generale, scoprì e coprì i bonifici dell’allora presidente Havelange. Lo scorso gennaio Jérôme Valcke ha annunciato la sua candidatura a presidente per il 2015: sarebbe la Fifa di Blatter dopo Blatter, ma l’originale ha già fatto sapere che c’è tempo per lasciare spazio ai cloni.

Alla soglia degli ottant’anni, è incredibilmente ancora il suo turno. Il prossimo 12 giugno in Brasile prendono il via i Mondiali di calcio. Un altro colpo di Blatter, un altro passo verso il calcio a globalizzazione integrale. Non per nulla quattro Confederazioni su sei gli hanno già promesso il voto nel 2015. Oltre all’Oceania, manca solo l’Europa di Michel Platini, a lungo alleato e poi rivale del presidente Fifa. Ma Sepp se la ride: a Zurigo ha la reggia, ma la sua corte è da sempre accampata tra i Tropici e l’Equatore. Chiunque abbia assistito a Arsenal-Manchester o Real-Barcellona in un bar africano o in una Medina araba sa che ci ha visto giusto: il cuore dell’impero è lì. Per questo Blatter è ancora al suo posto. Tutto il resto sono (inguardabili) danni collaterali. Peccati veniali li chiama l’unica istituzione con cui don Blatterone ami paragonare la propria.

Commenti
Un commento a ““L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa”, parola di Sepp Blatter”
  1. Diego Riccardi scrive:

    Dite ad Oriani e a qualche altro maggiordomo… che a proposito della sua recensione del libro di Schiller sul Venerdì dell’8 luglio, nella quale parla di ‘bizzarria sociologica’, probabilmente perchè piuttosto a digiuno (!) di metodologia delle scienze sociali, lo stesso Schiller in un suo recente MOOC parla di necessità di introdurre variabile sociologiche e persino psicologiche in molti limitati modelli economico-finanziari che abbiamo avuto fino ad adesso…

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