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Serie televisive che non assomigliano a romanzi

Pubblico su minima&moralia questo pezzo sulle serie tv uscito la scorsa settimana per «Venerdì di Repubblica» di seguito al pezzo su Jonathan Franzen uscito ormai parecchi mesi fa per «Il Sole 24 Ore» poiché mi sembra che si affronti, da punti di vista speculari, il medesimo problema.

Soltanto un mondo che cerca nella fuga dalla realtà il proprio stabile rifugio può scambiare dell’ottimo intrattenimento per una forma d’arte. Così, dopo un avventuroso articolo del «New York Times» che celebrava  The Sopranos paragonando l’inventiva del suo autore a quelle di Dickens e addirittura Shakespeare, anche nella festosa cassa di risonanza di cantonate altrui che è l’Italia (ultimo Aldo Grasso, ma in buona compagnia) ha cominciato a farsi largo l’idea: le nuove serie tv americane avrebbero sostituito la letteratura nel compito che essa ha svolto negli ultimi due secoli, visto che Mad Men o Six Feet Under funzionerebbero secondo schemi narrativi simili a quelli che muovono romanzi come Illusioni perdute o Guerra e Pace.

È vero che, paragonate alla sconsolante produzione nostrana, le serie made in Usa sono avanti anni luce, ed è vero che la tv garantisce una popolarità preclusa alla letteratura (e tuttavia pensare che Betty Draper di Mad Men possa lasciare nell’immaginario un solco più profondo di Emma Bovary significa davvero coltivare un’illusione), ma eccitarsi intorno alla constatazione che i flash-forward di Lost sono all’altezza di quelli di Tolstoj significa soltanto ammettere che qualcuno fa bene ciò che qualcun altro faceva egregiamente un secolo e mezzo fa. Può un mondo radicalmente mutato venire racontato da forme ottocentesche, seppure aggiornate molto bene? Più difficile allora sostenere che queste serie, sempre che abbiano appreso la lezione di Balzac, siano riuscite a ridurre la distanza che ancora le separa da Proust, da Cortázar, da Faulkner, da Sebald, da Bolaño e dai non pochi scrittori che negli ultimi decenni hanno davvero spostato il confine di ciò che è raccontabile. In realtà ­– sofisticate e finalmente mature forme di intrattenimento – non hanno neanche ridotto la distanza che le separa dalla serie che ancora tutte le contiene: quel Twin Peaks di David Lynch che per coraggio, forza, innovatività, genio (al costo magari di qualche  difetto) rappresentò un vero atto fondativo.

Soltanto un mondo molto spaventato può giocarsela talmente in difensiva da portare l’epigonalità a livelli di assoluta perfezione. Più che agli indici di borsa toccherà allora ai nuovi Lynch e Kubrick: compariranno prima o poi su uno schermo con qualcosa che non avevamo mai visto e, scaraventandoci giù dalle poltrone con domande che non ci eravamo ancora fatti – forti di un mondo che torna a consentirgli un simile coraggio – verranno a dirci che la crisi è finita.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
13 Commenti a “Serie televisive che non assomigliano a romanzi”
  1. marcobusetta scrive:

    c’è da concordare appieno. il guaio è che ce la propinano come letteratura o almeno come fenomeno culturale di vaglia. anziché innovare semplificano. taglia taglia. un po’ come il minimalismo fa in musica con il barocco. toccherà ai nuovi lynch e kubrik. ma non avrà più la stessa forma, e quindi non lo riconosceranno neppure

  2. Maciste scrive:

    Sia dire che i flash forward di Lost sono all’altezza di Tolstoj, sia dire che non lo sono, non tiene conto di un fatto secondo me fondamentale: che Tolstoj non scriveva né girava serie televisive e che Lost non si può tecnicamente sfogliare.

    La mia sensazione è che gli entusiasti di Lost che tirano in ballo Tolstoj, così come chi cerca di calmare gli entusiasti, muovano dall’idea che un buonissimo prodotto letterario sia comunque meglio di un buonissimo prodotto narrativo televisivo, aspetto ben riassunto nell’incipit di questo pezzo (intrattenimento vs arte). Arti maggiori contro arti minori. A essere buoni è roba del secolo scorso.
    Per quel che vale, non sono per niente d’accordo e penso che alla tv (al fumetto, al videogioco…) e alla letteratura vada data la stessa importanza culturale e che, allo stesso tempo, tv e letteratura vadano tenuti ben separati dal punto di vista tecnico: la tv è tv e la letteratura è letteratura.

    Altra cosa che non mi torna nel pezzo: un discorso è il compito per cui la letteratura sarebbe stata sostituita dalle serie televisive; un altro discorso è il fatto che le seconde utilizzano schemi consolidate della prima. Non ho un’opinione definitiva a riguardo, ma penso che le due cose possano coesistere perfettamente: il fatto che, eventualmente, le serie televisive non abbiano sostituito la letteratura non è una conseguenza diretta del fatto che le serie televisive utilizzino gli schemi della letteratura.
    Sarebbe un po’ come sostenere che le mail non hanno sostituito le lettere cartacee solo perché ne conservano grosso modo l’impostazione.

  3. minimaetmoralia scrive:

    Grazie a Marcobusetta, e grazie a Maciste, il quale ultimo mi consente un chiarimento, nel caso avessi offerto adito ad ambiguità:
    Provo insomma a chiarire: per me non è un discorso di arti minori e arti maggiori. “Mullholland Drive”, “La dolce vita” o “L’angelo sterminatore” per me valgono “Sotto il vulcano”, “Il gioco del mondo” o “Assalonne, Assalonne!”
    E’ che (sensibilità mia, fallace quanto si vuole) in queste serie televisive che pure guardo con grandissimo piacere, non riesco a trovare invece le vette del grande cinema o delle grandi (pochissime, per me) serie televisive che inciampano nell’arte (da “Twin Peaks” a “The Kingdom”).
    Questo credevo che nel pezzo fosse chiaro: sto parlando delle nuove serie televisive americane di cui si parla paragonandole alla grande letteratura di tutti i tempi.
    Il fatto (effettivamente assurdo) che le serie televisive abbiano sostituito la letteratura (pure) mica lo dico io, nemmeno credo qui nel pezzo. La letteratura, a mio parere (ma sono confortato dall’intervista a Rick Moody pubblicata su mimina&moralia qualche settimana fa, in cui dice più o meno la stessa cosa) usa strumenti e “fa cose” diverse da quelle che può fare il cinema o la tv. La prima usa parole, le seconda suoni e immagini. Ci sono cose che suoni e immagini riescono a esprimere e le parole no. Ci sono cose che le parole riescono a esprimere e suoni e immagini no. Tutto qui – al loro apice, sia l’uso delle parole, che quello delle immagini o dei suoni, dei suoni con le immagini, producono quel senso (persino azzerandolo) che chiamiamo arte e che riteniamo prezioso se non qualche volta fondamentale per la nostra vita.
    Nicola Lagioia

  4. marcobusetta scrive:

    (a me pareva infatti chiaro che non si trattava di discorso di minore e maggiore che dipenda dal mezzo. ci sono mail, Maciste, che valgono quanto un intero scaffale di libreria, e fumetti che – contestualizzati – dicono quanto un caravaggio. è la stanchezza, la noia che emana da certe cose come mad man, lost, e via discorrendo che le fa a me mal classificare, non il fatto che si rivelino attraverso pixel, led o onde transcerebrali. per questo preferisco friends et similia a lost: almeno non hanno pretese.)

  5. Gianni Lombardi scrive:

    Aldo Grasso arriva un po’ in ritardo con le sue considerazioni, ma Nicola Lagioia esagera nel distanziare Dickens e Shakespeare dalla migliore produzione tv. Entrambi gli autori – che io ammiro moltissimo – erano entrambi _autori commerciali_ della loro epoca, tanto quanto le serie tv odierne.

    Sia Shakespeare che Dickens guardavano con grande attenzione al successo di pubblico (e quindi agli “ascolti”, tradotti in ingressi a teatro per S. e copie vendute dei suoi romanzi a puntate per D.) perché senza di essi non avrebbero guadagnato di che vivere.

    Ho letto più volte tutto Shakespeare, e visto più volte tutta la serie dei Sopranos. Non so se quest’ultima sopravviverà ai secoli, ma il livello è molto elevato, non molto inferiore a Shakespeare come qualità narrativa.

  6. minimaetmoralia scrive:

    A Gianni (che ringrazio, insieme a tutti i lettori di m&m, davvero):
    non ne faccio (non ne ho mai fatta) una questione di commerciabilità. Ci sono best-sellers sublimi e prodotti di nicchia o di culto esecrabili e viceversa e così via.

    Solo -e tutto questo riguarda la mia sensibilità quanto a giudizio di valore – io prima di Amleto un personaggio come Amleto non l’ho mai visto sulla scena della rappresentazione artistica, così come il teatro elisabettiano irrompe sulla scena portando qualcosa che ridefinisce i codici, i linguaggi, addirittura l’interiorità degli uomini che vi assistono e di quelli futuri (tra le mie battute preferite di Harold Bloom: “non darei mai un’interpretazione freudiana di Shakespeare, ma sarebbe molto interessante invece un’interpretazione shakespeariana di Freud) mentre al contrario “Mad Men” e compagnia (che ripeto: mi piace un sacco, è una forma d’evasione da cui mi faccio prendere) è derivativo in maniera per me abbastanza chiara: quanto a meccanismi narrativi, a invenzione dei personaggi, a sensibilità degli stessi e del linguaggio, a estetica etc. Non ridefinisce nulla, riporta molto bene ciò che io ho già letto, visto, sentito moltissime volte.
    Non così (per non parlare di letterarura) Orson Welles ai suoi tempi, o Bunuel, o Fellini ai suoi, o Lynch etc.
    Allora uno potrebbe dire: e allora? pur se derivativo, la potenza estetica, narrativa etc. non è forse la stessa?
    No, secondo me. Perché quando si vede un film che sta scoprendo qualcosa (l’espressionismo tedesco, ad es.) o un romanzo che sta scoprendo qualcosa, diamine, io la forza di quella scoperta nell’atto di compiersi la sento eccome tra e fuori dalle righe, proprio tra i denti la sento – lo sento, in Joyce, che ha appena trovato (eureka! eccolo! prima non c’era e ora c’è!) qualcosa di fondamentale nell’immediatezza di pensiero-parola dei migliori momenti di “Ulysses”; lo sento in Malcolm Lowry che quell’abisso in cui si sta addentrando (pur prendendo a prestito molti strumenti dal modernismo) ci sono dei risvolti suoi e soltanto suoi, e – non per suggestione, davvero – mi sento attraversato e quasi spaccato proprio da un brivido.
    Nicola L.

  7. Gianni Lombardi scrive:

    Non difendo particolarmente Mad Men, di cui ho visto una sola volta mezza puntata.

    Mi limito a fare/ribadire un paio di osservazioni abbastanza oggettive, particolarmente la prima:

    1. i citati Shakespeare e Dickens erano “roba commerciale” ai loro tempi _esattamente_ come la fiction tv oggi. (e questo è indiscutibile)

    2. Parere personale: avendo visto e letto molteplici versioni di Shakespeare, e avendo visto più volte tutto Sopranos, non ritengo che quest’ultimo sia di qualità così inferiore.

    Aggiungo anche “The Shield” che secondo me in alcune serie e in alcuni episodi ha accenti e spessore assolutamente scespiriani (o “shakespeariani”, come qualcuno preferisce). Mi riferisco in particolare alla serie dell’indagine degli “Affari Interni” sul protagonista, e la serie finale, con conflitti psicologici e chiaroscuri degni se non di Amleto almeno di “MIsura per Misura” (e ne parlo avendo letto e guardato bene quel di cui parlo, in lingua originale, e non per aver visto qualche episodio per caso quando capita).

  8. giuseppe zucco scrive:

    ciao a tutti,

    io, per prudenza, ancora oggi, non metterei sullo stesso piano cinema e serie televisive. sono cose molto distanti (nella maggior parte dei casi) per un semplice motivo: un film, proprio perchè risponde ad un unico regista, può permettersi un punto di vista così personale da risultare poi nuovo e da brividi, un punto di vista che chiude tutta una serie di tradizioni, per spalancare una nuova infinita gamma di possibilità espressive. le serie, già la parola dice tutto, proprio perchè prodotti seriali, tendono verso uno stile “medio” o “medio-alto”, ma comunque standard per tutti gli episodi della stessa serie: per esempio, in “the wire”, una serie che mi ha fatto letteralmente godere, il regista cambia di episodio in episodio, ma a parte qualche piccolo accorgimento stilistico, è difficile trovare differenze tra gli episodi, più che altro una volta messo a punto un concept, lo si rispetta fino in fondo – questo vale anche per twin peaks proprio quando non è lynch a girare! – cercando di variare poco e dare identità alla serie. nel cinema, proprio per questo motivo, c’è una libertà e un azzardo che raramente ritrovo nelle serie, forse anche perchè – e questo è sia un vantaggio, sia un limite, dipende da chi c’è dietro la macchina da presa – la regia non è strettamente funzionale al racconto, e il racconto può anche non raccontare un bel nulla (la tv, proprio perchè si fonda sulla raccolta pubblicitaria, o sul numero degli abbonamenti al canale, deve per forza raccontare qualcosa in modo da accaparrarsi un pubblico oggi sempre più fluttuante): la vecchia questione di dire e far sentire sfruttando tutte le potenzialità del linguaggio impiegato.

    per quanto riguarda la comparazione tra libro/romanzo e serie anche qui è tutto da dimostrare che la tv è davanti alla letteratura. per esempio, se io comparo la serie “the wire” al romanzo “il tempo è un bastardo”, due oggetti culturali di indubbio valore, per me delle autentiche fiammate sentimentali consumate compulsivamente, già ci si accorge subito che mentre entrambe sono narrazioni destrutturate che danno conto di un un unico fenomeno affrontandolo non di petto ma da diversi punti di vista, magari obliqui e laterali – in “the wire” la città di baltimora, in “il tempo è un bastardo” le vicessitudini di sasha e/o bennie salazar – nel romanzo c’è una vivacità di stili che diversifica i punti di vista, cosa che nella serie, proprio perchè seriale e e basata sul concept iniziale, e impossibile trovare. nel romanzo ogni capitolo ha uno stile tutto suo, nella serie ogni stagione (per non parlare di ogni episodio) si assomiglia (pur con qualche variazione) irrimediabilmente all’altra. ecco, la letteratura, proprio perchè è qualcosa di infinitamente meno costoso della tv, una penna e un foglio contro milioni e milioni spesi in parco macchine e personale umano, può ancora adesso permettersi una libertà che permea le storie raccontate per renderle ancora di più durature e memorabili.

    giuseppe

  9. Maciste scrive:

    @Nicola. Scusa, ho attribuito a te un’argomentazione che in realtà era una tua sintesi di argomentazioni altrui (mi riferisco al discorso sulle serie che avrebbero sostituito la letteratura). Dai commenti direi che la pensiamo allo stesso modo.

    Resto un po’ scettico – ma siamo alle questioni personali e di gusto, quindi te la butto lì per dovere di cronaca – sul dosaggio elevato in termini di “ridefinizione di codici” e basso in termini di “derivatività” come criteri per giudicare la straordinarietà o meno di quello che vediamo, leggiamo e ascoltiamo.

  10. emiliano morreale scrive:

    una cosa perniciosa del ragionamento sulle serie tv come nuova avanguardia è l’idea che la cosa decisiva sia la competenza narrativa, quella dei manuali di sceneggiature per cinema e tv. in effetti, se bello è ciò che corrisponde a una corretta costruzione/combinazione narrativa, sicuramente “lost” è più bello del “don chisciotte”. e anche di “ombre rosse”. ma così quello che va perduto è il valore che l’arte ha (una volta stabilito che di arte stiamo parlando) di ricerca di senso.
    anche l’affermazione “dickens era per le masse, lost è per le masse, dunque lost è il dickens di oggi” è tutt’al più una constatazione storico-sociale. un ragionamento così è antistorico (la cultura di massa dell’800 è un’altra cosa da quella attuale) ma soprattutto uccide la critica. bisognerebbe invece chiedesi. cosa dinstingueva dickens da tutti gli altri scrittori che vendevano quanto e più di lui e di cui oggi non resta traccia? e perché “un medico in famiglia” fa cacare e “boris” mi vien voglia di considerarla la migliore commedia italiana del decennio? e perché tutt’e due mi sembrano comunque meno dense di “nostra signora dei turchi”, di certi momenti di totò o di buster keaton? perché “i simpson” sono geniali (loro sì, all’altezza a tratti di keaton) , “south park” un po’ meno, “i griffin” ancora meno e le winx sono una mostruosità pedofila? davvero “twin peaks” è altrettanto “bello” (o meglio: è bello “allo stesso modo”) di “lost”?
    come gesto spiazzante, per il cinema faccio sempre l’esercizio di provare sempre il paragone con la fotografia più che quello con la narrativa. per la tv, un problema mi pare anche che la riflessione sul mezzo è arroccata su posizioni rivendicazioniste, passivo-aggressive, che tradiscono forse anche un certo senso di inferiorità.

  11. Nicola Cordeschi scrive:

    Non so se il mio commento è più pertinente per il primo degli articoli o per il secondo. Dato che sono collegati e nel dubbio lo appiccico su entrambi. In ogni modo non si può che sottoscrivere. La letteratura è viva perché è complessa. E perché in segreto non vuole mai accarezzarti, e anche quando lo fa, quando sembra farlo, il suo desiderio non dichiarato è sempre quello di prenderti a schiaffi (e di prendersi, a schiaffi, con un impulso talvolta così forte da rischiare di distruggere l’opera stessa, o l’uomo). Perché la letteratura non è un prodotto, è un accadimento a cui non bastano mestiere e neanche semplicemente talento. Occorre malgrado gli sforzi e in virtù degli sforzi. Si potrebbe a questo punto sostenere che non può essere legittimo attendersi da un testo appunto La Letteratura. Si potrebbe dire a Lagioia che misurare un testo o una serie televisiva sulla base di questa aspettativa sia un criminale atteggiamento binario che a qualcuno potrebbe sembrare da Santa Inquisizione. Che sia l’approccio sbagliato per accostarsi a un testo, a una serie televisiva, un quadro, un’architettura. E questo forse è vero… I prodotti creativi dell’uomo come specie non si esauriscono nell’arte (fatta salva e data per assiomatica la possibilità di intendersi sul concetto di arte e della sua immediata osservabilità e riconoscibilità). Eppure, una critica di questo tipo sarebbe scorretta perché fuori fuoco. L’ambiguità secondo me deriva dal seguente fraintendimento: il problema non è voler accanirsi nel voler misurare tutto col gli occhi della letteratura – il problema semmai è il suo contrario: voler presentare a tutti i costi come letteratura ciò che spesso non lo è. E soprattutto quando è fatto da persone competenti la cosa non è che sia semplicemente ‘singolare’ o roba da mettersi allibiti una mano sulla bocca aperta a forma di O, diventa proprio più straniante del più straniante dei racconti di Oblio di Wallace (per dire). Lo slittamento di oggi (o di ogni tempo? mi vengono in mente i cliché che proprio Flaubert riconosceva negli atteggiamenti dell’uomo) è forse questo: l’uomo di oggi nella sua condizione minore pretende di presentare come arte ciò che appunto è minore. Interessante sarebbe capire perché. E magari poi non è nemmeno tanto lontano da quei perché fondativi del meccanismo di attrazione-senso di colpa-rassicurazione nel guardare la TV di cui parlava Wallace in un suo saggio. Perché la letteratura comunque vestita ha fra le sue forme sempre quella di pugnale. E non ci piace tenere un pugnale in mano, o che ci sia rivolto contro. Almeno non subito. E Libertà è fin troppo poco pugnale, fin troppo poco libero. È un’appendice del mondo come lo conosciamo. Forse una bella appendice – personalmente, alla domanda: “Ma mi piacerebbe aver scritto io Libertà, aver pensato io i Soprano?” oppure “Ci vuole mestiere, ci vuole capacità per aver scritto Libertà?”, la risposta è sì, forse a entrambe le domande. L’importante è non confondersi su quello che si è fatto. E magari la confusione non è degli autori, della loro consapevolezza, che io in Frantzen (nonostante dimentichi che la Letteratura sia ormai un fatto mondiale) voglio credere giustamente alta. Il problema è semmai della massa di persone giudicanti che sta intorno al fenomeno e quindi semmai di sociologia della letteratura. Perché esistono splendidi libri di intrattenimento dai quali ogni tanto piace essere accarezzati – a me piace essere accarezzato, perché insieme a un bel sonno della coscienza produce almeno dopamina – ogni tanto si ha bisogno di sentirsi dire che siamo vivi, che siamo qui, e che ci saremo sempre, anche domani, anche dopodomani, come accade con le serie televisive appunto. E nel suo genere Libertà è godibilissimo. Ma è godibilissimo appunto ‘nel suo genere’, nella sua ‘categoria’ – perché Libertà ha o appartiene a una categoria, per quanto sfumata possa sembrare, nel suo compromesso col mondo che non lo promuoverà mai a tale – e questo è uno stato di cose e una linea di confine che non dovrebbe essere nascosta – Lagioia ha perfettamente ragione: un libro che biasima il mondo utilizzandone i codici, lo nasconde. Non si può che condividere (anche se purtroppo a quanto pare condiviso non è, a giudicare dai canoni coi quali spesso vengono assegnati i premi letterari, qui nel bel paese, che hanno come risultato quello di legittimare il nostro bisogno di conforto producendo l’illusione di star facendo allo stesso tempo qualcosa di ‘culturalmente elevato’ (come se la letteratura, anche quando si impone alta e intellettuale, non se ne sbattesse sempre i coglioni del ‘culturalmente elevato’), corretto, pregevole, un po’ come quando guardando la TV segretamente vogliamo che qualcuno ci dica che stiamo facendo bene, che è giusto così, che siamo migliori di quello che segretamente sappiamo invece di essere, per dirla con Wallace appunto. Libertà è una sana iniezione di botulino esterofilo che non fa che irrobustirci in questa convinzione. È la Legittimazione Ufficiale della sindrome da rassicurazione del bel paese, in quanto noi Italiani e lui L’Autore Americano. Fighissimo. Amato dentro e fuori e che piace a mamma papà e pure a me… Leggo che una giornalista si è ritrovata nel modo in cui la Bovary è menzionata nell’articolo? È quantomeno divertente – pur non conoscendo i fatti trovo che si debba possedere una bella dose di inventiva ellittica per poter cogliere da quest’articolo un discorso extratestuale di quella portata : ) Personalmente io tendo se non a fidarmi, a leggere con animo bendisposto le recensioni dei libri ad opera di scrittori – di certi scrittori ovviamente. Forse sbagliando e contrariamente a quel noto adagio di certa critica di ‘distinzione di competenze’ che recita “a ciascuno il suo” (forse più che di distinzione bisognerebbe parlare invece di esattezza), visti appunto i recenti pareri su Libertà sia statunitensi che nostrani mi avvicino invece sempre più con diffidenza alle recensioni di critici o giornalisti di professione (non che non ce ne siano di valide ovviamente). È che credo – forse romanticamente, forse sbagliando – che per uno scrittore a differenza di un giornalista critico letterario non sia un’azione gratuita e indolore parlar male di un testo. Che non ci sia compiacimento semmai delusione per un’occasione disattesa. “Non mi son mai lasciato intimorire dalla stupidità e dalla virulenza di un critico” – dichiarava Nabokov e più o meno era quello che pensava Hemingway quando gli presentavano quella parolaccia di un aggettivo che per lui era ‘simbolico’ – e alle volte mi viene davvero quasi da immaginare che certi critici siano una specie di strana creatura, una straniante antilope in un acquario, una figura snella asessuata e un po’ freddina che infilati i guanti da chirurgo si adoperi poi a fare da esattore, da poliziotti anti-mafia, ad irrompere dentro un romanzo con la mala grazia di chi entra in una stanza senza bussare o chiedere permesso, con il desiderio nascosto di trovare marmellata sulle venature del marmo e briciole sul pavimento come formiche dentro uno stomaco; e che escano fieri e soddisfatti, invece, compiaciuti – un po’ auto-compiaciuti – accendendo un lievissimo e autorevole sorriso di assenso quando non trovano briciole o pareti incrinate, e tutto è conforme alle norme antisismiche e anti-incendio, soddisfatti dal bello prodotto dalla migliore delle domestiche prezzolate e in regola coi contributi (se questo è iperbolico per Franzen gli esempi in cui è semplice realismo si sprecano, almeno qui in Italia). Forse esagero; ma io credo – mi piace pensare – che uno scrittore invece si accosti a un testo con sorpresa, un certo timore gentile e allo stesso tempo come un ladro. E che non possa che essere dispiaciuto di un suo eventuale e inevitabile ruolo di detrattore. Perché forse agli scrittori (e direi anche a un certo tipo di lettori, ovviamente) non piace entrare in stanze che hanno già visitato – o peggio, in stanze vuote. Perché in quelle stanze non c’è nulla che ci possa davvero spaventare. E soprattutto nulla che si possa cercare di rubare…
    Rileggendomi un attimo mi sono reso conto di ripetere cose di fatto già contenute nell’articolo, il che è sgradevole quindi mi fermo. : ) Concludo solo dicendo che quello che mi aveva spinto a scrivere era soprattutto un sentimento di empatia profonda e quasi ‘da abbraccio’ che mi ha generato la frase:
    “…salvo poi agire in noi a tradimento, trasformando nel tempo la nostra percezione del mondo e di noi stessi”
    Quanto è maledettamente vero! Tondelli scriveva che bisognerebbe aspettare non solo che un autore muoia ma che tutta la sua generazione si estingua affinché un testo sedimenti e possa emergere il suo reale valore in una prospettiva diacronica; ma la frase di Lagioia non appartiene alla comunione fra libri e scrittori nel tempo, quanto proprio ad ognuno di noi, singoli e individui prima che collettività e storia – mi ha riportato alla mente una frase di Cortazar che diceva (cito a memoria potrei non essere fedele al millimetro): “Un buon racconto è come il seme dell’albero maestoso: si farà strada, crescerà dentro di noi e farà ombra nella nostra memoria”. Io mi sentirei di estendere questa frase a tutta la letteratura e forse a tutta l’arte. Il problema è che molti prodotti di oggi (e forse più chi li presenta per quello che non sono) si limitano a fare ombra solo sul nostro presente.

  12. Raffaele scrive:

    Mi dispiace dirlo, ma l’autore dell’articolo sbaglia grossolanamente. Non si parla di Lost – serie televisiva in definitiva anonima e imperfetta – ma di altre che lei ha effettivamente citato: prodotti come Mad Men e Breaking Bad non hanno assolutamente nulla da invidiare a lavori della letteratura come Dickens o D’Annunzio. Una cosa sarebbe però corretto notare: Tolstoj si è cimentato in una forma d’arte che, ai suoi tempi, era già stata profondamente utilizzata, elaborata. Il cinema e, in particolar modo, la televisione sono assai piú giovani – dobbiamo dunque attendere gli sviluppi che ci saranno, eccome se ci saranno. Voler credere che la letteratura sia ancora la forma d’arte che ha ancora qualcosa da dire è semplicemente anacronistico. (Per questo basti sapere che i pochi autori contemporanei veramente notabili si contano sulle dita di una mano, Pynchon, Roth, McCarthy, DeLillo, McEwan, Murakami.)

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  1. […] solo apparentemente lontana, del romanzo. Questo pezzo di  Nicola Lagioia, già apparso su minima&moralia, propone una visione differente del fenomeno delle serie televisive. Se Francesco Pacifico tentava […]



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