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Servono costruttori di ponti, come diceva Alexander Langer, tra gli ebrei italiani

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di Valerio Renzi

Passate le polemiche sul 25 aprile, le annunciate contestazioni alla Brigata Ebraica di Milano, e la cerimonia separata della Comunità ebraica romana nella capitale, per il secondo anno di fila lontana dall’Anpi che ha accusato di “non rappresentare i partigiani” e di consentire la presenza di bandiere palestinesi, vale la pena fare una riflessione sul rapporto tra le forze progressiste della società italiana e l’ebraismo italiano. Senza paracadute, senza dare più nulla per scontato.

Prima di iniziare è necessario sgomberare il campo da equivoci, per situare il ragionamento che segue. Chi scrive ha vissuto gli anni dell’infanzia in un vero e proprio sincretismo tra un ateismo radicale professato in casa, e la pratica della religione ebraica, vissuta nelle abitazioni di tanti amici di famiglia. Non sono mai andato a messa, ma di sabato mi è capitato di andare a piedi al parco e non in macchina per giocare, celebrato lo Shabbat, l’Hanukkah e lo Yom Kippur.

Forse per questo nel mio successivo attivismo politico a sinistra, ho sempre avuto orrore per chi urlava “Israele dev’essere distrutto”, e diffidato di chi, usando il discorso antimperialista e antisionistia, mette sotto accusa gli ebrei in quanto tali, come se si trattasse di una categoria monolitica. Di chi dice “Israele si comporta come i nazisti si comportarono con gli ebrei”, di chi traccia svastiche accostandole alla Stella di David. Sull’abuso della memoria molto è stato scritto, e in questa sede non vi è spazio per andare oltre il rimando al bel testo di Valentina Pisanty, Abusi di Memoria, negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah (Bruno Mondadori, pag. 137, euro 16).

Nonostante questo fortissimo imprinting familiare, che ha funzionato da antidoto per alcune trappole ideologiche e banalizzazioni imperdonabili, dopo diversi anni di discussioni infinite sull’argomento, non do più per scontato che l’ebraismo italiano, quello organizzato in senso istituzionale, sia un interlocutore scontato per le forze democratiche e progressiste. E questo soprattutto per la modificazione radicale che parte dell’ebraismo italiano ha subito in questi ultimi (almeno) vent’anni, complici diversi fattori: la ripresa del conflitto israelo-palestinese, il protagonismo dell’islamismo radicale come attore nello scenario mondiale e lo “scontro di civiltà” mosso all’indomani dell’11 settembre 2001. Di fronte alle sfide del presente e nel rapporto d’identificazione sempre più stretto con le politiche d’Israele, si può parlare di una radicalizzazione dell’ebraismo italiano ed europeo? È questa la domanda a cui va cercata una risposta per rispondere al disagio intellettuale, al disorientamento valoriale a cui in molti ci troviamo di fronte quando scattano, puntualmente, le polemiche attorno al 25 aprile.

Le politiche dei governi di Israele e l’agenda dell’ebraismo italiano tendono sempre più coincidere, e questo a discapito di ogni voce dissonante e critica. Ne è testimonianza la scelta delle figure più in vista della sinistra ebraica di abbandonare la vita comunitaria, come nel caso di Gad Lerner e di Moni Ovadia. Ci sono poi alcuni episodi altamente sintomatici di questo clima che ormai si respira da tempo. È il gennaio del 2014 quando nei locali della Comunità ebraica di Roma viene presentato  il libro “La Sinistra ed Israele”, iniziativa organizzata dalle associazioni Hans Jonas e JCall, moderato dalla giornalista Lucia Annunziata e con la partecipazione del deputato dem Emanuele Fiano e del direttore di Limes Lucio Caracciolo. L’iniziativa non arriva al termine: un gruppo di ragazzi della comunità ebraica interrompe la presentazione aprendo uno striscione con su scritto ‘Torna a casa Giorgio’ . Ce l’hanno con Giorgio Gomel, voce della sinistra della comunità ebraica romana, ‘colpevole’ di non approvare i bombardamenti sulla Striscia. Tre anni prima veniva attaccato lo striscione “Ogni è ebreo è nostro fratello… Moni Ovadia e Giorgio Gomel no”.

Dopo l’episodio arriva il j’accuse durissimo di Gad Lerner che punta il dito contro il gruppo dirigente della Cer: “Chi si accanisce contro il portavoce dell’associazione europea JCall, Giorgio Gomel, così come in passato su Moni Ovadia, giungendo a togliergli la parola e a minacciarlo fisicamente, deturpa i valori fondamentali dell’ebraismo. Troppo a lungo sono stati tollerati, se non incoraggiati”. Tra i contestatori vengono riconosciuti volti noti, vicini all’ex presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici.

Nello stesso anno della contestazione a Gomel, che non a caso vede una nuova campagna militare di Israele sulla Striscia di Gaza con l’operazione “Margine Protettivo”, un gruppo di ragazzo denuncia di essere stati pestati nei pressi del portico d’Ottavia a Roma, insultati e colpiti a colpi di spranga. La loro colpa? Avere strappato un manifesto che celebrava la scomparsa dell’ex primo ministro israeliano e generale dell’esercito Ariel Sharon. Due anni prima ad essere picchiati da individui riconducibili a forme di militanza all’interno della comunità ebraica sono alcuni attivisti del Teatro Valle.

Cosa è successo? Chi sono questi ragazzi che si organizzano per ‘tutelare’ da presenze sgradite l’area attorno al Tempio sul Lungotevere (già presidiatissima dalle forze dell’ordine). Una parziale risposta arriva da un lungo servizio di Marco Pasqua, giornalista de il Messaggero, noto per la sua militanza nel mondo Lgbtq e per la sua fede ebraica. In vacanza a Tel Aviv Pasqua incontra alcuni ragazzi e ragazze italiani che decidono volontariamente di arruolarsi nell’Idf, le forze di difesa israeliane. Imbracciano pesanti fucili M-16 e prestano servizio regolarmente nei territori palestinesi occupati. Sarebbero circa 60 i giovani italiani nell’Idf secondo quanto riportato dal giornalista, che forse per la prima volta squarcia il velo su un fenomeno significativo e che mostra un nuovo rapporto dei giovani ebrei italiani con Israele. Mentre alcuni giovani israeliani rifiutano il servizio militare, pagando la loro scelta di obiezione con la galera, ogni anno alcune decine di ragazzi italiani decidono di partecipare attivamente alla difesa di Israele, accettando di morire e di uccidere.

Da entità vitali nel dibattito e nella vita pubblica e civile delle nostre città, le istituzioni ebraiche sembrano plasmare le loro priorità soprattutto sulla difesa dell’immagine d’Israele. Lo scorso anno la pressione esercitata sull’amministrazione comunale di Roma, ha portato alla revoca della concessione di spazi pubblici a due iniziative organizzate dalla campagna BDS-Italia in Campidoglio e al Cinema Aquila. Iniziative tacciate di ‘antisemitismo’ ed ‘estremismo’. Peccato però che la campagna BDS,  è nata proprio dall’iniziativa di associazioni e ong palestinesi, con l’appoggio di numerose organizzazioni israeliane ed ebraiche, che ad esempio chiedono ai grandi artisti di non venire a suonare in Israele per protesta. “Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni”: altro che estremismo! Si tratta invece di pratiche non violente per fare pressione sul governo israeliano per mettere fine alle pratiche di segregazione della popolazione araba e palestinese, e soprattutto per rispettare le risoluzioni internazionali.

Viene naturale pensare di trovare l’ebraismo italiano in prima fila nella lotta contro i rigurgiti neofascisti, i crimini dell’odio e il razzismo. Ma invece non è così: farlo vorrebbe dire lavorare fianco a fianco con le associazioni e le forze sociali e politiche della sinistra, le stesse che difendono i palestinesi e denunciano l’apartheid in Israele. Le priorità dell’agenda dell’ebraismo italiano sembrano essere assolutamente altre, più coincidenti con la destra italiana. Eppure varrebbe la pena riflettere su come la condizioni degli ebrei di Occidente, alcune forme di sincretismo religioso, la condizione di marrano, abbiano reso possibile la stessa idea di ateismo, prefigurando ideali di tolleranza religiosa e del culto come fatto prima di tutto culturale e privato. Il concretizzarsi del sionismo in un progetto storico ha reso inutile raccontare come prima dell’avvento del nazismo gli ebrei tedeschi fossero assolutamente assimilati nella società e non un corpo separato. Gli ebrei che non risiedono in Israele sono diventati da essere un popolo senza stato, ad assumere un’identità duplice, dove spesso la fedeltà allo stato ebraico prevale all’appartenenza alla comunità religiosa locale, per non parlare della cittadinanza dello stato dove si risiede.

È necessario indagare la radicalizzazione delle istituzioni ebraiche e delle giovani generazioni degli ebrei italiani ed europei. Servirebbero studi dedicati, capire se ad esempio tra gli ebrei europei si sono diffusi e in che misura sentimenti di xenofobia antiaraba, il rapporto con l’identità religiosa e nazionale. Ma soprattutto, per chi pensa che le comunità ebraiche europee devono essere un attore fondamentale nelle battaglie contro il razzismo istituzionale e il neofascismo, è necessario denunciare questa mancanza, rendere evidente il vuoto, al contempo senza rinunciare ad alimentare il dibattito per quanto difficile.

Per farlo però c’è una condizione necessaria. Che tra gli ebrei italiani ci sia chi si ponga come “costruttore di ponti”. Un’espressione utilizzata con un senso preciso da Alexander Langer: il costruttore di ponti è colui che pur senza rinunciare a vivere all’interno della propria comunità d’appartenenza e di nascita (linguistica, etnica, religiosa ecc), è riconosciuto anche all’esterno. Una posizione che gli rende possibile mettere in comunicazione, tradurre, spiegare. Lo stesso Langer fino a quando ha deciso di non mettere fine alla sua vita, è stato un costruttore di ponti: prima di tutto in Alto Adige, poi in tutta Europa. E chissà cosa ne penserebbe Langer della situazione che vive oggi il rapporto tra la sinistra e l’ebraismo italiano, lui militante pacifista e cattolico, proveniente da una famiglia borghese di origine ebraica.

Commenti
10 Commenti a “Servono costruttori di ponti, come diceva Alexander Langer, tra gli ebrei italiani”
  1. paola scrive:

    Grazie dell’articolo.
    Mi piacerebbe ascoltare più spesso, in genere non accade mai o quasi, voci dissidenti riguardo al governo di Israele, in televisione, radio, giornali. La buona e giusta parola deve poter essere detta.
    Vi prego continuate.

  2. asd scrive:

    mi associo

  3. Claudio Treves scrive:

    Testo esattissimo, purtroppo. L’unica cosa che non mi convince è la tesi dell’identita’ ebraica della diaspora ormai surclassata dall’identificazione con Israele, ci sono -per fortuna- molte voci in Europa e negli USA che sono critiche, e criticano con forza i vertici dell’ebraismo istituzionale per questo.
    Tanto per aggiungere ricordi, io stesso fui definito “pseudoebreo” dal rappresentante della Comunità Romana per aver sfilato come “ebreo contro l’occupazione”

  4. Vlad scrive:

    intanto in Francia gli atti antisemiti ad opera di musulmani francesi aumentano

  5. Emanuel Baroz scrive:

    Una serie di falsità imbevute di ideologia difficile da riscontrare in unico articolo di solito, ma lei c’è riuscito…complimenti!!!

  6. barbara scrive:

    Non sia mai chiedere sia la sinistra – o quel che ne resta – a fare da ponte con le comunità ebraiche. Ero nella Sinagoga di Roma durante l’attentato dell’82 ed ero lì davanti quando la manifestazione sindacale lasciò la bara. Che bel gesto simbolico, vero? Ci sono tanti modi per dissociarsi dalle politiche del governo israeliano che, a titolo personale, non apprezzo. Ma non si può chiedere il boicottaggio di Israele e poi girare la faccia quando altri governi si comportano in modo oltraggioso. Per di più – scusa la brutalitas – parte dei nuovi immigrati (non tutti come ovvio) si portano il loro antisemitismo, come se non ce ne fosse abbastanza del nostro. Questo però non si può dire perché è poco politicamente corretto.

  7. Guido Turco scrive:

    Come giustamente dice il Sig. Baroz, una sequenza di cazzabubbole imbevute di ideologia, con vertici di involontario umorismo come la frase sulla campagna BDS, “nata con l’appoggio di numerose (sic!) organizzazioni israeliane ed ebraiche”, che sarebbe fautrice di “pratiche non violente (ri-sic!) per fare pressione sul governo israeliano per mettere fine alle pratiche di segregazione della popolazione araba e palestinese (sic! sic! sic!): un condensato di amenità tra il falso e il diffamatorio. Per sapere cos’è e chi sono i BDS basta leggere la lettera inviata agli organizzatori del Giro d’Italia 2018 che dovrebbe scontare l’onta di partire da Gerusalemme: uno scritto che definire delirante è un eufemismo. Ma si sa, gli intellò di sinistra vogliono ponti, soprattutto d’oro, per i poveri gazauiti che si trastullano con Hamas e i tunnel della morte o per finanziare il nuovo jet privato del valore di 50 milioni di dollari di Abu Mazen. Ancora una volta di fronte a cotante articolesse non si può non constatare che un bel tacer non fu mai scritto.

  8. Valerio Renzi scrive:

    Salve Claudio Treves,
    esistono gli ebrei contro l’occupazione, ma da quanto mi risulta sono di fatto molto lontani dalla vita comunitaria, l’articolo si riferisce all’ebraismo istituzionale soprattutto dove mi pare (a giudicare dai commenti che leggo qua e su Facebook all’articolo) che di costruttori di ponti ancora non se ne vedono, forse per la paura di non trovare interlocutori all’esterno. Insistiamo, io almeno lo farò.

    Salve Guido Turco,
    solo nel 2015, durante un viaggio in Israele ho avuto un lungo colloquio con gli attivisti israeliani di Bds e confermo: il boicottaggio è una pratica non violenta e vi partecipano organizzazioni israeliane ed ebraiche.

    Salve Barbara,
    penso che nell’articolo si spieghi molto bene il mio punto di vista: per quanto mi riguarda è inaccettabile ogni forma di critica alla politica dello Stato di Israele che attacchi i cittadini di religione ebraica in quanto tali, o che trascenda nell’antisemitismo. L’articolo andava esattamente nel senso di costruire ponti, ma l’impressione è che non vi siano interlocutori disponibili nel mondo dell’ebraismo istituzionale.
    Prima dell’antisemitismo dei migranti mi preoccuperei di quello della destra italiana, delle organizzazioni neofasciste neonaziste sempre più aggressive. Tra l’altro manifestazioni di antisemitismo di matrice religiosa mi sembra che nel nostro paese siano quasi inesistenti.

  9. Guido Turco scrive:

    Sig. Renzi, diffamare uno stato e il popolo che lo abita è una pratica violenta, così come il propagandare notizie false, false ricostruzioni storiche, aberrazione legali : tutte pratiche violente, di cui la più persistente e surreale è il paragone di Israele, nel quale vivono integrati un milione e mezzo di arabi, con il regime segregazionista sudafricano fondato sul presupposto rigorosamente praticato della superiorità razziale bianca su quella nera. O come l’altro feticcio del mito delle terre arabe di cui Israele si sarebbe appropriato abusivamente, come se l’acquisto di terreni regolarmente comprati dagli ebrei già a metà Ottocento, una costante presenza ebraica sul territorio nei secoli, e il pieno diritto degli ebrei di risiedere in Palestina sancito dal Mandato Britannico e quindi ratificato dall’ONU (nessuno Stato moderno è nato su presupposti giuridici così solidi), non fossero fatti incistati nella storia. La verità è che a lei, come ai BDS, piace fare l’anima bella, il moralista à la page. Quelli che non vogliono i muri, ma non spendono una parola sui finanziamenti a pioggia all’ANP e satrapi di contorno utilizzati per stipendiare o risarcire i martiri che sgozzano o si fanno esplodere. Si ponga una domanda e si dia la risposta : chi finanzia il BDS ?

  10. Vlad scrive:

    resta da capire che centra la bandiera palestinese col 25 aprile. La bandiera della Brigata Ebraica ha pieno diritto di sfilare il 25 aprile, non la bandiera degli amici del gran muftì di gerusalemme

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