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A che servono i voti a scuola?

di Christian Raimo

Qualche anno fa insegnavo in una classe dove c’era un ragazzo, chiamiamolo Giuseppe, a cui era stato diagnosticato un deficit cognitivo. Svolgeva un programma personalizzato, che era determinato dalla sua diagnosi e dal DSA – disturbo specifico dell’apprendimento – che gli era stato assegnato. Era molto simpatico, e in classe era ben voluto. Ma con il passare degli anni, la socievolezza, che fino a una certa età doveva aver compensato la fatica che faceva per stare al passo con gli altri, per essere integrato, non era bastata più. A sedici, diciassette anni, gli interessi culturali, le idee politiche in un liceo cominciano a strutturare le identità e le amicizie, più che il fare il tipo per la Roma o per la Lazio, per fare un semplice esempio. Fatto sta che continuava a essere voluto bene, ma era meno coinvolto dalla classe, le ragazze lo coccolavano ma non lo desideravano. E lui faceva comunque più fatica a studiare materie che diventavano più complesse.
Un giorno mi ritrovai in questa classe ma per fare una supplenza, decisi di non approfittarne per recuperare qualche ora persa, ma dissi: fate quello che volete, ripassate, rilassatevi, chiacchierate senza disturbare chi vuole studiare. Un gruppetto si mise a giocare a nomi cose animali e città. Giuseppe stava in un angolo, annoiato, a sfogliare distrattamente un libro. Dissi a quelli del gruppetto: giochiamo anche io e Giuseppe, in squadra insieme.
Era evidente che – a quel punto, con il prof in mezzo – eravamo l’avversario da battere. Venne fuori la A. Facemmo scattare il tempo. Giuseppe mi suggeriva all’orecchio: Anna… albero… anatra… Aristofane…
Aristofane? Mi sorpresi… Immaginate un ragazzo con un deficit cognitivo certificato – che una lezione su tre ha mal di pancia per lo stress delle interrogazioni e si fa spesso venire a prendere dai genitori – che in meno di un secondo alla domanda personaggi pubblici con la A risponde con Aristofane.
Al giro dopo uscì la Q. Giuseppe mi continuò a sussurrare all’orecchio, cose tipo quaderno… quaglia… e… a personaggi famosi mi suggerì: Quintiliano… Quintiliano?! Come gli era venuto in mente al volo Quintiliano? Provateci voi in cinque secondi a farvi venire in mente al volo un personaggio famoso con la Q.
Vincemmo, di molti punti. E nei giorni successivi pensai molto a quell’episodio. Perché un ragazzo che viene nel migliore dei casi tollerato o incoraggiato nonostante i suoi scarsi risultati, all’improvviso può fare una performance di alto livello?
Era chiaro che le condizioni di quella partita erano la risposta. Giuseppe era in squadra con me, ed era facile – soprattutto ai suoi occhi – riconoscere che eravamo nella squadra più forte e che non solo non saremmo stati ultimi, ma che avremmo vinto.
Cominciai ad applicare un metodo di valutazione diverso a Giuseppe: invece di mettergli dei sei stiracchiati per l’impegno o per mera bonarietà, gli diedi dei sette e mezzo, degli otto. Il risultato era che Giuseppe studiava di più, ma soprattutto rendeva di più: era meno insicuro, non si faceva venire a prendere, non aveva paura di dire sempre una cosa fuori posto e quindi si lanciava in interrogazioni più articolate.
C’è un’altra storia che mi accadde in un’altra classe, questa volta con una ragazza, chiamiamola Maria. Maria era stata bocciata l’anno precedente: era arrivata in quarta da un’altra scuola verso novembre. Le dissi: mi raccomando, mettiti in pari con i programmi, stai attenta in classe, ti interrogo tra una quindicina di giorni. Qualche settimana dopo lei mi venne incontro in corridoio e mi disse: Prof, io sono preparata, ma se lei m’interroga faccio scena muta, così mi mette un’insufficienza e lo posso dire a mia madre.
Rimasi stranito: Non ho capito, Maria? Tu hai studiato?
Sì.
Ma se ti interrogo fai scena muta?
Sì.
Va bene, le dissi, facciamo che ti sento un’altra volta. La salutai.
Ci rimuginai su e la interrogai qualche tempo dopo. Maria andò bene. Alla fine dell’interrogazione le chiesi, come spesso faccio, di autovalutarsi. Lei mi disse: Non lo so, prof, faccia lei. È una forma di ritrosia che spesso hanno gli studenti quando si devono autovalutare, con la paura di essere boriosi; ma non era questo il caso.
Va bene qualunque voto?
Sì.
Anche se ti metto cinque?
Sì.
Ma hai risposto a tutto. C’era qualche incertezza su qualche parte, perché dovrei metterti cinque?
Non lo so, prof, come vuole lei.
Alla fine le misi sette e mezzo. Ma tempo dopo, nei colloqui con i genitori, riferii il tutto alla madre, che ascoltò accorata, e poi fece un gran sospiro: È vero, in questi anni non le ho dato molta attenzione, sua sorella ha diversi problemi gravi e ho spostato l’attenzione tutta sulla sorella, perché pensavo che Maria fosse più forte.

Mi faccio tornare in mente questi e altri episodi ogni volta che a scuola si parla di valutazione, e negli ultimi anni sembra che non si sia fatto altro che parlare di questo. Valutazione per competenze, griglie di valutazione, comitati di valutazione: il voto è il centro della scuola di oggi. I miei studenti vivono l’ansia di prestazione per il voto come uno stato d’animo che oscura tutti gli altri che forse sarebbero più legittimi: l’ambizione di un riconoscimento del proprio impegno, la voglia di formare la propria identità, il desiderio di crescere in un gruppo… E ovviamente anche la formazione che ci viene data a noi insegnanti si concentra molto sul monitoraggio di prestazioni e sulla progettazione e su criteri docimologici sempre più complicati e astratti, di cui i famosi test Invalsi sono soltanto un paradigma.
Quello che sfugge totalmente a questa scuola valutocentrica è che l’uso della valutazione può essere rovesciato. Se si leggono diversi testi di pedagogia, da Don Milani a Albert Bandura, diventa evidente come può essere la valutazione a determinare la performance e non la performance a determinare la valutazione.

Se io mostro fiducia in un ragazzo, se io gli do gli strumenti per padroneggiare quella fiducia, se lo metto in condizioni di non sentirsi giudicato appena fa un errore, riuscirò a ottenere migliori o peggiori risultati?
È complicato fare questo genere di discorsi tra colleghi. Perché il voto, l’arbitrio del voto è l’unico potere rimasto in mano a una categoria di professionisti che è stata derubata di qualunque altro strumento efficace d’intervento.
Il voto è per gli insegnanti il correlativo oggettivo compensatorio di un potere che non esiste più. Gli stipendi malpagati (una media di 1350 euro dopo una media di dieci/quindici anni di attività) si associano alla debolezza di fronte alla minaccia dei ricorsi da parte dei genitori, al vivere in balia dei voleri della preside (che incide molto sulla valutazione e che può intervnire molto nella selezione), alla invisibilità del dibattito pedagogico nella discussione pubblica, all’impotenza dei sindacati, alla difficoltà di aggiornamento in un mondo accelerato, e spesso alla mancanza di autorevolezza nei confronti di bambini e ragazzi per cui lo studio o la conoscenza non sono dei valori scontati.
In un contesto così fragile il voto è l’arma di riserva. Si può estrarre dalla fondina per recupeare consenso, rispetto, e sperare con un colpo di pistola di reggere ancora la credibilità di un istituto educativo. Oppure provare a immaginare una diversa civiltà dove l’ultima cosa a cui si educa è la paura di venire colpiti.

(Questo pezzo è uscito su Linus)

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
7 Commenti a “A che servono i voti a scuola?”
  1. francesco scrive:

    sì, per alcuni docenti spesso il voto è uno strumento per difendersi e attaccare. Come un bel mitragliatore da usare contro il nemico alunno, oppure un gran bel premio per l’alunno devoto.
    Per altri docenti il voto esprimerebbe la giusta anche se spesso relativa misura di competenze e attività.
    Ma c’è un altra componente. Chi vuole il voto, anzi lo esige, è l’utenza. Sono i ragazzi, sono i genitori. Educare e dialogare coi numeri è molto facile. I ragazzi, soprattutto chi studia senza studiare, non rinunceranno mai al voto. Perché quel numero raccoglie un giudizio. E la società non fa che esprimere giudizi: tu sei meglio di me, tu sei peggio, tu vali.
    I primi a voler essere valutati sono gli studenti. Alcuni prof. lo sanno, e sparano e colpiscono a morte.

  2. Jacopo scrive:

    Non sono così sicuro che il voto sia uno “strumento di intervento”: mi sembra che serva semmai a stabilire se di intervento c’è bisogno o meno. Comunque, alla domanda “Se io mostro fiducia in un ragazzo […] riuscirò a ottenere migliori o peggiori risultati?” la sola risposta ammissibile mi sembra che sia: “dipende dal ragazzo”

  3. Marilena scrive:

    Conosco il problema perché sono dislessica, non ho mai apprezzato la poca formazione fatta nella scuola e la “distrazione” degli insegnanti, la vera cultura me la son fatta da sola, dopo, negli anni a venire, e non mi sono limitata ad una laurea.
    Sono contenta di sapere che c’è finalmente c’è un insegnante che vede oltre.
    Io sono stata nella scuola dell’obbligo una studentessa mediocre, sopratutto per la noia dei programmi ed ancor peggio per la scarsità degli insegnanti (non me ne voglia la prego! ma è stata la mia realtà), pernsavo di essere un po’ tutta mediocre per fortuna è scattato in me il desiderio di rivalsa ed ho incominciato a studiare.

  4. Anna scrive:

    Sono in pensione da settembre. Negli ultimi anni del mio lavoro, che ho svolto con passione, decidere che voto dare ad uno studente é stato veramente molto difficile. Le basi di partenza , l’impegno , le condizioni familiari, l’intelligenza e tanti altri fattori differenti in ciascun ragazzo rendevano la valutazione un momento delicatissimo e spesso demandavo all’insegnante di sostegno la responsabilità di tale compito.

  5. Pietro Crincoli scrive:

    mi sembra che nell’articolo si faccia un pò di confusione. Deficit cognitivo e disturbo specifico dell’apprendimento sono due cose piuttosto diverse.

  6. marinella pomarici scrive:

    Caro Christian, sono un’insegnante ora in pensione continuo con la mia associazione a lavorare con gli studenti delle scuole. Hai ragione da vendere. Ho cercato durante gli anni di insegnamento di lavorare come tu indichi, il problema è che gli insegnanti si trovano ad avere classi numerose, dai 25 ai 30 studenti, e purtroppo casi come quelli di Maria e Giuseppe in ogni classe ce ne sono tanti. Se avessimo ministri meno ignoranti della vita reale della scuola si sarebbe dovuto investire di più per costituire classi più piccole, o comunque più flessibilità in un gioco di piccoli gruppi e classe. Tutto il tempo perduto, realmente perduto, sulla valutazione, si sarebbe dovuto impiegare in ben altro modo: porre i docenti in grado di insegnare in condizioni difficili con ragazzi problematici (ed ormai sono quasi tutti problematici!). Follia poi sono i programmi semplificati!….

  7. Francisco Vijil scrive:

    Io ho letto il tuo blog in Nicaragua. Sono uno studento di italiano in 7 nivelo. l´ho fatto per 7 mesi. Il tuo blog mi ha sembrato molto interesante. ho due figli a scuola e questa é una domanda che me faccio tuto il tempo. Grazie mille! Io vorrei legere di piú sull questo topic.

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