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Settanta acrilico trenta letteratura: però strega!

Il romanzo d’esordio di Viola Di Grado procede letteralmente per picchi e precipizi. Si intitola Settanta acrilico e trenta lana ed è il romanzo che la casa editrice e/o candida per il Premio Strega 2011. La proporzione tra le virtù di questo testo e le sue irrisolutezze potrebbe essere espressa con le stesse percentuali contenute nel titolo, ma va detto subito che le pur ridotte qualità di questo romanzo hanno la forza di far distogliere l’attenzione dai suoi difetti. L’assoluta freschezza irregolare della scrittura di Viola Di Grado e il suo sguardo spiazzano il lettore al punto da corromperlo, e indurlo a perdonarle moltissimo, addirittura a perdonarle tutto.
La scrittura di Settanta acrilico trenta lana è alterata, predilige colori saturi, è costruita con immagini che si accendono come flash, uno dopo l’altro, ora generando lampi fastidiosi, ora sprigionando bagliori rivelatori. Ambientato nell’oscuro paese di Leeds, in Inghilterra, il romanzo racconta un breve arco di tempo della vita di Camelia, una ragazza affamata di vita che dopo la morte traumatica del padre vive con la madre (o meglio la assiste) in una casa piena di dolore e poverissima di parole: madre e figlia comunicano per la maggior parte del tempo semplicemente attraverso gli sguardi. La madre scatta fotografie a buchi e voragini. Camelia trova lavoro come traduttrice di manuali per lavatrici e con il primo stipendio regala alla madre un pappagallo. Si innamorerà presto di Wen, un ragazzo cinese che la inizierà al mondo degli ideogrammi. Quello di Camelia sarà un amore viscerale e non corrisposto tanto che finirà per avere una storia con il fratello di Wen, un ragazzo emotivamente malconcio e psicologicamente borderline.

Come detto, però, le colonne che sostengono la trama sono le atmosfere di un’Inghilterra invernale fatta di kebab e di negozi cinesi, la cupezza sensuale dello sguardo di Camelia, e lo stile che rende i paesaggi (esteriori e interiori) universi distorti e deformi. La lingua di Viola Di Grado è del tutto snodata, come uscita da un corso di yoga. Ciò comporta a volte una tendinite del linguaggio, alcune immagini sono infatti infelici: «il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi», «Il sole stava tramontando con la sua solita lentezza da gentleman», oppure «Un sole carnoso come un petto di pollo sporgeva a tratti nella grotta». In altri casi invece le immagini sono gradevoli: «La neve aveva cominciato da poco il suo lavoro di annientamento, guardavo dalla finestra le case scomparire come ricordi», o almeno piacevolmente sorprendenti: «Scoprii un sole sguaiato, enorme, rigurgitato misteriosamente da qualche buco dell’inverno», «La testa rossa del sole scendeva a leccare le creste nere degli alberi».

La libertà linguistica di Viola Di Grado è il frutto di un’estrema sensibilità, venata certamente di ingenuità. Quali scrittori in Italia avrebbero il coraggio di scrivere «bianchissimissimo»? Nessuno, e si dirà che se ciò non avviene è solo un bene. Tuttavia, quel preciso coraggio di scrivere «bianchissimissimo» permette alla Di Grado di affrontare la scrittura letteraria esplorando zone che altri scrittori evitano (per saggezza ma soprattutto per pigrizia). Chi infatti arriverebbe a pensare questa frase: «Passarono due anatre blu e il fiume divenne schiumoso come la pellicola del latte quando cuoce troppo»?

Settanta acrilico trenta lana è una versione italiana di quelle favole nere che scrivevano Angela Carter o Rikki Ducornet. È una fiaba piena di ombre e di sangue, di abbandoni e di incomprensioni. Racconta di una Alice cacciata dal paese delle meraviglie, che cerca di colmare l’infelicità con le parole, coi caratteri, con gli alfabeti, e con la scoperta di lingue che possano esprimere il dolore di vivere e insieme un rovente desiderio di felicità. Il Premio Strega non lo vincerà. Ma tra mille esordi tutti simili tra loro, mille esordienti che scrivono tutti lo stesso romanzo, la scrittura della Di Grado brilla ambiguamente, fa come i pappagalli disegnati sulle cravatte: «I pappagalli della cravatta mandavano i bagliori spietati della seta».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
14 Commenti a “Settanta acrilico trenta letteratura: però strega!”
  1. rosa scrive:

    Ti chiedo può solo l’azzardo del linguaggio, che davvero sperimenta se stesso nel libro di viola, può dicevo mettere in secondo piano la trama che è banale e a tratti pare una scusa, anche il dolore una posa, per ulteriori acrobazie linguistiche?

  2. Boo scrive:

    Esordiente al premio strega: la replica della replica della replica. Trame banali, sempre uguali, qualche virtuosismo acerbo,direi alla fine anche riuscito male. La sindrome paologiordanoemazzantini incombe.
    “bianchissimissimo”? Oramai va bene tutto, purchè esordiente da lanciare e ci sarà sempre qualcuno disposto a trovare a tutti i costi una lettura che giustifichi i vari “bianchissimissimo”.
    Ebbasta.
    Questo è un urlo di dolore.
    Come lettrice non ne posso più di esordienti fenomeno e di chi dietro di loro fa il fumo. Ebbasta, please.

  3. Francesco Medini scrive:

    Il romanzo della Di Grado merita pienamente la quantità di elogi che ha ricevuto. E’ evidente che chi rilascia commenti sulla presunta povertà della trama, o su qualsiasi tipo di replica, non l’ha neanche aperto. Oppure, a proposito di repliche, sta replicando la solita vecchia invidia tutta italiana per il successo, soprattutto se di una ragazza giovane.

  4. Boo scrive:

    Francesco,

    ma è possibile che uno non possa dissentire che subito si tira fuori la solita storia dell’invidia? Argomenti migliori non ne abbiamo? che palle, che noia.

    Ma non ti rendi conto che questo nostro mondo è sempre più pieno solo di persone giovani di grande talento mentre gli scrittori di professione matura sono scomparsi dai discorsi? E’ un talent show della letteratura. [guardate com’è giovane! guardate com’è bravo! votate votate votate!]. Ti sei reso conto che questi giovani scrittori di grande talento vengono poi dimenticati proprio da chi ha fatto loro fumo prima, perchè poi s’impegna a cercare altri e nuovi giovani di grande talento, magari sempre più giovani e che facciano più show, più scalpore?

    Il difficile, oggi, caro Francesco, non è pubblicare un libro di esordio e scatenare qualche chiacchiera. Il difficile è essere autore in crescita, e seguito nella crescita verso la solidità. Esordiente e autore sono due cose diverse, oggi, in questa nostra epoca di marie de filippi ad ogni angolo.

    [Aggiungo che questo post è presuntuoso,e si aggrappa agli specchi e stride, quando dice che gli scrittori che non osano scrivere cose del tipo “bianchissimissimo” sarebbero privi di coraggio e pigri.]

  5. rosa scrive:

    @Francesco
    non capisco perchè alzare i toni, ho solo chiesto da lettrice non da nemica della schiatta degli scrittori esordienti e simili, dov’è la trama in questo libro perchè non credo che sia all’altezza della sperimentazione linguistica, se mi si vuol rispondere senza accuse di invidia bene altrimenti devo pensare che non ci sono altri argomenti che l’aggresione.
    N.B. il libro l’ho letto e pensa l’ho pure comprato, altro che invidia, soltanto delusione in chi monta un caso letterario gridando al fenomeno manco fossimo al circo

  6. Francesco Medini scrive:

    @ Boo: Ma guarda che anch’io, da lettore e da libraio, condanno il “talent show della letteratura” e il lancio dell’esordiente-fenomeno. Il punto è che Viola Di Grado non rientra affatto in questa categoria, lei è una scrittrice vera e già matura. Sicuramente il fatto che è giovane la mette più in evidenza, ma non è normale che ci si stupisca di più se tanta bravura viene da una ragazzina? Non penso che uno scrittore debba essere discriminato- come stai facendo tu- per il semplice fatto di essere giovane e oggetto di molte (meritate) attenzioni.

    @ rosa: Non ti seguo. La trama è molto originale. Il massacro dei vestiti, l’anoressia delle parole, la madre che fotografa buchi e la figlia che traduce manuali di istruzioni di lavatrici, e poi i dvd, gli ideogrammi cinesi…Anche se la critica ha insistito molto sull’innovazione linguistica, io personalmente sono stato più colpito dalla fantasia delle continue trovate.

  7. Boo scrive:

    Francesco, io non discrimino perchè giovane.
    Semplicemente non ci credo più a questa favola del “giovane talento”. Specie se mi viene detto che questo sì che è VERAMENTE un talento,e poi leggo il libro e scopro che, infatti, non è così.
    E mi spiace, c’è anche un dato oggettivo quando dico che la Di Grado è troppo giovane per essere già matura. Certo, così giovane ha fatto certamente di più e di meglio di molti suoi coetani, ma da qui a dire che è un fenomeno, beh, ce ne passa… La maturità è una conquista e ci vuole tempo, spazio, e molto esercizio.
    E poi, notato come si è abbassata l’età degli scrittori al premio strega? Le case editrici stanno giocando al ribasso, a chi ha il telento più talento degli altri, e loro sì che misurano il talento in base all’età (più bassa l’età, maggiore il talento).

  8. Francesco Longo scrive:

    Scusate il ritardo con cui vi scrivo, ero fuori e pensavo che l’articolo sarebbe stato inserito in settimana.
    Dunque.

    @Rosa: mi chiedi se l’azzardo linguistico può mettere in secondo piano la trama che è banale. Per me questa storia non è così banale. Non sarà certo straordinaria ma ti garantisco che gli esordienti raccontano di solito storie molto uguali tra loro (tra province tristi, precariato, riferimenti infiniti alla tv, rabbia verso berlusconi, ecc, gli esempi a catalogo sono sempre aridi lo so).
    Però le trame in sé non sono banali e non esistono mai da sole. Anche un uomo che va nell’aldilà è banale ma può uscire fuori la Divina Commedia. La Di Grado non è Dante (lo dico prima che qualcuno mi faccia notare il paragone esagerato). Ma il senso è che qui, e sempre, la trama è fusa con lo stile, e se facessimo scrivere la stessa storia a un grande scrittore e a uno scrittore mediocre avremmo risultati molto diversi (un capolavoro e un orrore). Trame sole non esistono. A volte può capitare che siano particolarmente avvincenti e che anche se sono scritte malissimo abbiano una loro forza, ma sono casi rari, isolati. Di solito le trame non stanno né in primo, né in scondo piano rispetto allo stile.

    @Boo: scrivi “trame banali e sempre uguali” a chi ti riferisci? quali sono le storie di esoridenti italiani ambientate nella provincia inglese con innamorati cinesi, padri morti in un fossato con le amanti e madri mute? Io non le conosco. Mi fai un piccolo elenco?
    E poi: a me: Bianchissimissimo fa schifo, ma è già qualcosa, è un segnale di vita, tu li leggi gli altri esordienti? Io non giustifico nulla. Dico che bisogna osare e gli esordienti non lo fanno, né spesso i cosiddetti grandi. Ho letto la Di Grado perché qualcuno mi aveva detto che era il peggiore romanzo degli ultimi anni. E altri lo lodavano. Volevo leggerlo per vedere com’era.
    Mi dici che il mio post è presuntuoso. In cosa lo è? Quando si fa critica letteraria bisogna pur avere delle idee e prendere delle posizioni. La critica letteraria è tutta presuntuosa, per statuto. Ti sono sembrato più presuntuoso del dovuto? Dove? Il tuo commento è meno presuntuoso?

    @booo: parli di gente che grida al talento, mi pare che tutto fosse la mia recensione tranne che una lode assoluta. Ero cauto, il libro mi ha convinto ma denunciavo molte cose infelici, cose ingenue, già nel titolo dichiaro che la letteratura è solo il 30 %, ecc. Forse non stai parlando di me, ma visto che scrivi per commentare il mio post sarebbe il caso di specificarlo, grazie.

  9. Eva scrive:

    Premessa. Non conosco il libro quindi non esprimo giudizi in merito, sebbene trovate del tipo «il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi» o «Il sole stava tramontando con la sua solita lentezza da gentleman» mi lascino parecchio perplessa.
    Domanda. Cosa è successo ad un premio letterario che ha visto, fra i vincitori: Cesare Pavese, Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Tomasi di Lampedusa, Giuseppe Pontiggia, Tommaso Landolfi, Natalia Ginzburg, Elsa Morante e tanti altri? Com’è che siamo passati da queste personalità, a scrittori che si presentano con libri in cui “la letteratura è solo il 30%”?

  10. Francesco Longo scrive:

    @eva: bella domanda. Però bisogna anche dire che la Di Grado non vincerà e che delle cinquine degli anni di Bassani e Lampedusa probabilmente non ricordiamo nessuno (ci sono anche stati premiati poco noti). Tra l’altro la Di Grado per ora fa parte di una rosa dei 12 e non della cinquina. E poi oggi vengono pubblicati molti più autori rispetto a quegli anni e può anche capitare che alcuni libri buoni non siano candidati (penso quest’anno a Piperno, per esempio).

  11. Boo scrive:

    Francesco (Longo).
    Non sempre mi riferivo a te, ma non cambia di molto.

    Tu scrivi:

    “assoluta freschezza irregolare della scrittura” e sguardo che “spiazzano”
    “alterata, predilige colori saturi, è costruita con immagini che si accendono come flash, uno dopo l’altro, ora generando lampi fastidiosi, ora sprigionando bagliori rivelatori”
    (bagliori rivelatori! Mi ricorda la fiction Lost)
    “È una fiaba piena di ombre e di sangue, di abbandoni e di incomprensioni.”
    “la scrittura della Di Grado brilla ambiguamente,”

    e su bianchissimissimo… è qui che sei presuntuoso. Perchè, vedi, va bene lavorare con e sulla lingua, va bene giocare e fare le capriole, ma questo non può essere scambiato per coraggio. Coraggio di cosa? perchè allora ogni cosa va bene, basta poi dire che è “coraggio”. No, io queste “cose coraggiose” non riesco, non posso, non voglio giustificarle. Specie se in un contesto di (come fai ben notare tu) «il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi», «Il sole stava tramontando con la sua solita lentezza da gentleman», e di ricordi che non possono fare altro che “svanire”.
    Coraggio con la lingua, ai giorni nostri, lo ha avuto la Tommasini col suo splendido Sangue di Cane. (e che nessuno voleva pubblicare perchè ‘poco vendibile alle masse’).

    Sì, leggo esordienti e anche aspiranti esordienti in due lingue. Come ho già detto, e lo ripeto, la Di Grado ha fatto meglio di molti suoi coetanei. (La banalità nella visione di ciò che sta fuori è sempre la stessa. La sua adolescenzialità nel voler imitare la Nothomb è triste.)
    Ma da qui ad associarla al premio strega – o quello che fu, un tempo, il premio strega – o a parlare di fenomeno, ma anche di assoluta freschezza e coraggio come fai tu, ce ne passa.

    Ripeto, c’è di peggio. Ma io auguro alla Di grado di non essere un fenomeno, un talento, perchè se così fosse, beh, da qui in poi dovremmo aspettarci solo il declino.
    Le auguro invece che qualcuno si prenda veramente la briga di seguirla e di farla crescere (ma chissà, come figlia d’arte forse non avrà problemi in questo). Per ora, per me, rimane un po’ più di mediocre.

    C’è un sottobosco di bravissimi autori, anche non più giovani (ah, l’età!) e figli di nessuno e amici di nessuno, che sperimentano con la lingua e con la forma romanzo (in italia si pubblicano solo romanzi, sempre e solo romanzi), che faticano a trovare un editore anche solo mediamente importante, o articoli o post di sostegno.

    Perchè, e lo chiedo anche te, dedicare tempo, un post, ad un romanzo che tu stesso dici che non vincerà il premio strega? Perchè non parlare del perchè e per come un libro che non vincerà arriva ad essere comunque in lista?
    Forse perchè il livello generale si abbassa sempre di più, e tanto dei nomi delle cinquine passate (ma anche dei vincitori) “non ricordiamo nessuno”, in primis chi fa il critico e/o scrive di letteratura.
    E si vede che a chi conta va bene così, ma non a me.

    E con questo, penso di aver speso fin troppe parole per questo libro. Veramente troppe.

  12. Francesco Longo scrive:

    @boo: non mi pare che le nostre posizioni non siano così distanti. Pensiamo che la Di Grado ha fatto molto meglio di suoi coetanei e che c’è di peggio, ok. Il mio post non la paragona a Don DeLillo. Quello che io non conosco è un “sottobosco di autori bravissimi”. Io non lavoro nelle case editrici e non mi arrivano i manoscritti. Per un po’ ti tempo mi è capitato di leggere manoscritti, e sono stato deluso. Di capolavori nei cassetti non ne ho mai incontrati. Forse tu sì. Sarà che le sperimentazioni sul linguaggio spesso mi fanno venire i nervi e basta. Perché ho perso tempo per parlare della Di Grado? Perché stava andando dritta allo strega e sentivo pareri discordanti. Scrivo recensioni per mestiere, di cose che escono in libreria. L’ho scelta liberamente. Le recensioni di libri nel cassetto ancora non ci sono. Su come un libro arriva allo Strega è semplice saperlo, basta conoscere il regolamento. Sul finale ti do pienamente ragione: abbiamo speso fin troppe parole. Grazie per la conversazione civile e stimolante.

  13. Gianluca Didino scrive:

    non mi è ben chiaro cosa ci sia di male nello scrivere “bianchissimissimo”, se ha senso nel contesto narrativo e stilistico (dal che si deduce che non ho letto il libro).
    il giorno in cui troverò una risposta seria e argomentata al perché la letteratura in questo paese è costretta a oscillare tra il puritanesimo classicheggiante e Moccia, senza vie di mezzo, giuro che accendo una candela votiva.
    detto questo, sì, la questione degli esordienti è annosa, fa male ai lettori, male agli scrittori; e concordo nel dire che non so quanto senso abbia candidare allo Strega un ventenne al suo primo romanzo, per quanto interessante possa essere (personalmente credo che un esordio possa essere solo “interessante”, non di più: il resto è il risultato di un percorso, mestiere, crescita anche anagrafica, persino cura editoriale; però magari mi sbaglio e sono pronto a essere contraddetto).
    più che su “bianchissimissimo” secondo me bisognerebbe farsi qualche domanda su frasi come “il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi”, di cui i romanzi italiani contemporanei sono pieni e che a me paiono, quantomeno, curiose.

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