angela-davis-black-girls-rock-2011-16x9

Settant’anni da rivoluzionaria

Il 26 gennaio 1944 nasceva Angela Davis: attivista del movimento afroamericano, filosofa, rivoluzionaria. Le facciamo gli auguri ripubblicando un brano del suo libro Autobiografia di una rivoluzionaria, edito da minimum fax nel 2007 nella traduzione di Elena Brambilla.

di Angela Davis

Eravamo di nuovo a New York. Ero clandestina da due mesi. Col solito crampo allo stomaco, con l’ormai familiare nodo alla gola, mi alzai, mi vestii, alle prese con la mimetizzazione quotidiana. Altri venti eterni minuti per cercare di truccarmi gli occhi in modo presentabile. Altri strattoni impazienti alla parrucca, nel tentativo di attenuare il fastidio dell’elastico troppo stretto. Mi sforzavo di dimenticare che oggi, o forse domani, o forse uno qualsiasi dei giorni successivi, poteva essere il giorno della mia cattura.
Quando con David Poindexter, sul tardi di quella mattina d’ottobre, lasciai l’Howard Johnson Motor Lodge, la situazione era ormai disperata. I soldi stavano per finire, e tutti quelli che conoscevamo erano sorvegliati. Girando per le strade vicine di Manhattan, cercammo di pianificare la prossima mossa. Mentre camminavo per l’Ottava Avenue, persa tra la folla di newyorkesi indifferenti a tutto ciò che li circondava, mi sentivo meglio che all’albergo. Sperando di distenderci, decidemmo di passare il pomeriggio al cinema. Ancora oggi non ricordo che film abbiamo visto. Ero irrimediabilmente assorta nei miei pensieri, intenta a chiedermi come eludere la polizia, e per quanto tempo ancora avrei retto all’isolamento, sapendo che qualsiasi contatto era un suicidio.
Il film finì poco prima delle sei. Mentre tornavamo verso l’albergo, parlammo molto poco. Oltrepassammo i frusti negozi dell’Ottava Avenue, e stavamo attraversando la strada per tornare sul lato dell’albergo quando all’improvviso mi sembrò di essere circon- data da agenti di polizia. Doveva essere soltanto uno dei miei ricorrenti accessi di paranoia. Eppure mentre superavamo le porte a vetri dell’albergo, ebbi l’improvvisa tentazione di fare dietrofront e rituffarmi di corsa nella folla anonima che avevo appena lasciato. Ma se il mio istinto era giusto, se tutti quei bianchi dall’aria qualunque erano davvero poliziotti che ci circondavano, il minimo movimento brusco da parte mia gli avrebbe dato il pretesto che cercavano per abbatterci sul posto. Ricordai come avevano assassinato «Li’l» Bobby Hutton, come gli avevano sparato alla schiena dopo avergli detto di scappare. Se invece l’istinto era sbagliato, mettendomi a correre avrei solo creato sospetti. Non avevo altra scelta che continuare a camminare.
Nell’atrio i miei timori mi sembravano confermati da ogni bianco in giacca e cravatta che mi vedevo intorno. Ero assolutamente sicura che fossero tutti agenti disposti secondo uno schema prestabilito e pronti all’attacco. Ma non accadde nulla. Come non era accaduto nulla al motel di Detroit, dove ero altrettanto certa che stessero per arrestarci. Come non era accaduto nulla in altre innumerevoli occasioni, in cui il mio innaturale ed eccessivo stato di tensione aveva trasformato fatti perfettamente ordinari in scene di imminente cattura.
Mi chiedevo che cosa ne pensasse David. Mi pareva che non ci fossimo più detti nulla da un’eternità. Nelle situazioni difficili David era capace di dissimulare il nervosismo, e inoltre parlavamo di rado dei momenti in cui quasi di sicuro avevamo entrambi sospettato che la polizia ci fosse addosso. Oltrepassato il banco della reception, tirai un sospiro di sollievo. Non era successo nulla. Con ogni probabilità, era solo uno dei tanti giorni normali nella vita di un tipico motel di New York.
Stavo appena riprendendomi quando un bianco corpulento con la faccia rossa e i corti capelli a spazzola tipici dei poliziotti entrò con noi nell’ascensore. Fui riassalita dalla paura. E di nuovo feci il solito ragionamento: con ogni probabilità era un impiegato; dopotutto, quando si è ricercati, tutti i bianchi coi capelli corti e vestiti in giacca e cravatta sembrano poliziotti. E poi, se davvero ci avevano individuati, non sarebbe stato più logico arrestarci al pianterreno?
Nell’interminabile salita in ascensore fino al settimo piano, mi convinsi che era stata la mia immaginazione a creare quest’aura di pericolo, e che probabilmente saremmo arrivati sani e salvi anche alla fine di questa giornata. Un giorno guadagnato.
Secondo le abitudini prese nella clandestinità, rimasi indietro di qualche metro mentre David andava a controllare la stanza. Mentre girava la chiave nella toppa, operazione che sembrava risultare più difficile del solito, qualcuno aprì la porta di fronte. Una figura minuta si affacciò nel corridoio, e anche se non aveva l’aria del poliziotto, la sua improvvisa comparsa mi rigettò in preda alle mie angosciose fantasie. Certo, quell’ometto pallido poteva essere soltanto un ospite del motel che andava a mangiare. Ma qualcosa mi disse che si era alzato il sipario sulla scena dell’arresto, e che quell’uomo era il primo attore. Mi parve di sentire qualcuno alle mie spalle. Era l’uomo dell’ascensore. Ora non avevo più dubbi. Questa era la volta buona.
Nel preciso momento in cui il panico avrebbe dovuto sommergermi, mi sentii più calma e controllata di quanto lo fossi da tempo. Alzai la testa e mi avviai sicura verso la mia stanza. Mentre oltrepassavo la porta aperta di fronte alla mia, l’ometto si fece avanti e mi afferrò per un braccio. Non disse nulla. Altri agenti sbucarono da dietro di lui, altri ancora stavano riversandosi fuori da una stanza dall’altro lato del corridoio. «Angela Davis?» «È lei Angela Davis?» La domanda mi bersagliava da tutte le parti. Li fissai con aria di sfida.

Commenti
Un commento a “Settant’anni da rivoluzionaria”
  1. Nino Santangelo scrive:

    Che bella settantenne si è fatta ! Me la ricordavo con un cesto di capelli ricci neri alla fine degli anni sessanta alla testa delle lotte per i diritti civili per i neri di America.

    GRANDE DONNA e GRANDE COMBATTENTE .

Aggiungi un commento