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Sette poesie da “Hai fatto burrasca”

Pubblichiamo un estratto da “Hai fatto burrasca” di Rossano Astremo (Collettiva, 2020).

di Rossano Astremo

La prima immagine che ho di te
è un occhio di candido smarrimento
su un monitor divenuto prigione.
La seconda immagine che ho di te
è il tuo corpo perduto in un locale
e poi il suo liquefarsi in mesi di guerra.
La terza immagine che ho di te
è una bocca immobile in una stanza.
Tu mi ammali: è l’innesto perfetto.

 

“C’è una via in cui puoi tenermi per mano
e in cui puoi anche baciarmi.
A Roma: ci ho messo 10 anni per trovarla”.
Ricordi queste tue parole?
A volte mi capita di passare da lì,
evito con cura maniacale
di ritrovarmi immerso in quella via.
Ci capitammo per caso per evitare
la voragine tonante di un traforo.
Anche a distanza di centinaia di metri,
quando gravito attorno a quello spazio,
m’invade un sapore di liquirizia stopposa,
un gusto rancido di radice che sbrana lo stomaco.

 

Tutto il tuo corpo è magnete
attaccato al dentro che m’irradia.
Vacillo al risucchio del sangue:
rotoliamo sotto il letto
tra le folgori della stretta morsa.

 

La lampada piazzata accanto al nulla
dona luce sul tuo seno di pura seta.
Oltre il vetro una pioggia acida divampa.
La verità è che ogni grammo del nostro
amore ha il peso specifico del granito,
la verità è che non è in un altrove
che cerchiamo dimora, ma qui, solo qui,
tra queste lenzuola che evocano tempesta.
Eppure, nel tutto che siamo, ci portiamo
addosso ferite che stentano a chiudersi:
privi di terrore le annichileremo,
privi di terrore, io e te – non altre combinazioni.

 

La pioggia danza lungo
il collo del mattino.
Esili fili d’argento solcano
il concavo suono
che scuote l’asfalto.
Dormi e racchiudi tra
le tue morbide labbra
le forme di delizia
di tutti i bambini.

 

Addio è parola priva di senso se
il cuore batte sbocciando in rose.
Come un gatto che lecca il proprio
riflesso su un vetro inumidito
così dovresti scontrarti col corpo,
un’invasione che dall’immagine
s’innerva all’interno, attraverso le vene:
diecimila sogni sepolti dentro un
sangue infetto sotto pelle candida.

 

Ho una polaroid tra le pagine della mia
copia dei Vagabondi del Dharma.
Dentro ci sei tu, poggiata
sul bordo della cucina che guardi
con sospetto l’obiettivo, convinta
che la macchina non compia il suo dovere,
visto che è in disuso dal 1992.
Eppure una luce intensa sorprende
entrambi, dopo la quale una pellicola
sottile scorre verso l’esterno,
lasciando, in pochi attimi,
il suo pallido colorito e
assumendo l’esile tua forma.
Ora quella foto è ben chiusa
in un libro, quel libro è riposto
in un cassetto, un doppio strato
di difesa contro quell’immagine
che, se osservata, fende e spacca.

(Foto)

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