Sex Education: il bisogno di comunicazione che abbiamo

Se al liceo avessimo avuto un compagno esperto di sessuologia con cui parlare, le nostre relazioni sarebbero state senz’altro migliori. Quanti meno errori avremmo fatto, quanto ci saremmo capiti di più, e fatti del bene.

Nel liceo Moordale della serie Sex Education, Maeve (Emma Mackey) scorge un potenziale psicologo in Otis (Asa Butterfield), quando assieme soccorrono Adam (Connor Swindells), chiuso dentro a un cesso, paralizzato davanti all’immagine del suo stesso membro, impennato furiosamente, gonfiato da una tripla dose di Viagra. Comincia tutto nel bagno scrostato e abbandonato ai margini del complesso scolastico. Lì si gioca a carte e si fuma, si comprano i compiti in classe, ci si confidano le scopate, e si consumano le prime consulenze di sessuologia.

Meave è intelligente e complessa, ha fiuto per gli affari, disinvoltura, senso pratico; e ha pure una famiglia sfasciata, assente. Otis è timido e sensibile, ha una conoscenza mediata del sesso dovuta ai genitori, due sessuologi divorziati. Non c’è angolo di casa in cui Otis non inciampi in un oggetto di forma fallica o vaginale. Non c’è giorno in cui Otis non debba schivare una delle domande invadenti della madre (Gillian Anderson) o non si imbatta in uno dei suoi amanti occasionali.

Otis, dunque, finisce per essere un portento di teoria sulle cose del sesso (e un disastro nella pratica). Meave intuisce il suo dono e insieme diventano due piccoli Bill Masters e Virginia Johnson: i Masters Of Sex di un liceo gioiosamente multietnico.

Quasi tutti al liceo sapevamo che c’era un compagno superdotato, nessuno però lo ha mai visto salire sul banco alla mensa della scuola e dichiarare a gran voce: sì, sono superdotato, sono io, sono fatto così (costui di spalle, inquadratura altezza bacino, palle e pisello in primo piano, la platea sbalordita tutta intorno). Quasi tutti in classe avevamo una compagna campionessa di sesso, ma a nessuno è mai saltato in mente di chiederle: e il tuo di piacere? Ti sei mai masturbata per capire cosa invece piace a te?

Sex Education attinge a piene mani dall’esperienza comune, e pure dallo stereotipo, ma sbaraglia le aspettative: mostra le conseguenze di una comunicazione a viso aperto, la  comunicazione che vince sulla paura e la vergogna. Ha il merito di raccontare la sessualità dell’adolescenza facendo leva sull’aspetto più delicato: la dichiarazione dei bisogni e il contraccolpo emotivo che quel bisogno genera, e di portare questi aspetti sul piano dell’evidenza, del necessario, del naturale.

Sembra di stare negli anni Ottanta – Stranger Things ha riaperto definitivamente un immaginario e rilanciato una tendenza – costumi e colori ne sono una traccia. Ma anche perché, salvo misurate parentesi di messaggistica istantanea, l’interazione è orgogliosamente «analogica». Al centro di questa serie vi sono alcune minoranze incaricate di smascherare dei tabù, il sottotesto politico è evidente e mai dichiarato: in Sex Education regna un principio di inalienabile parità tra i personaggi.

A sedici anni possono accadere molte cose. Si può essere maschi e avere un migliore amico gay, senza provare il minimo turbamento. Si può essere figli di una coppia omosessuale. Ci si può travestire, e non vergognarsi di farlo di fronte al proprio padre. A sedici anni si può abortire.

Nel raccontare tanto spontaneamente il turbamento adolescenziale e i suoi effetti, Sex Education non fa che sottolineare la trasversalità dei bisogni, e l’omogeneità strutturale di chi quei bisogni li esprime – nel far questo ha l’ulteriore pregio di rimarcare il primato dell’emotività (e dell’intelligenza): amiamo piacere e essere compiaciuti, ma l’essere capiti, conosciuti, è infinitamente meglio.

Ecco che tutti allora – senza distinzione di genere, razza, orientamento sessuale, status sociale o familiare – si scontrano con complessi simili e paure affini. La sessualità è un veicolo per raccontare la fratellanza tra minoranze in Sex Education ed è anche la via preferenziale attraverso cui emerge un disagio. Il sesso non è altro che un modo speciale che abbiamo per comunicare noi stessi, e più siamo in pace con la nostra emotività, con i nostri bisogni e con la loro espressione, e più saremo capaci di goderne.

Infine, in Sex Education gli unici a non parlare sono gli adulti. Ed è dunque dal coraggio dei figli, dall’uso diretto che fanno della parola, che i genitori potranno imparare qualcosa. Questo ha fatto Laurie Nunn, la giovane creatrice della serie: osare la franchezza con la parola.

Fanatica dei teen movie di John Hughes, con un debole per Hedwig and The Angry Inch (più volte citato), Nunn ha scritto una storia  di cui si percepisce l’urgenza, lo slancio deciso rivolto alla contemporaneità. Al suo Sex Education, disponibile su Netflix dall’11 gennaio, si sono connessi in 40 milioni. 40 milioni di persone hanno guardato questo invito festante e acuto alla comunicazione, al dialogo: tra coetanei, tra generazioni, tra persone.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
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