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Sfacciatamente famoso. Un documentario su Jean-Michel Basquiat

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Dentro un appartamento di downtown a New York si legge la scritta “Boom for Real”, in nero su una parete grigia, riconoscibile dai caratteri come uno dei famosi pezzi a firma SAMO con cui dal 1978 al 198o gli artisti Jean-Michel Basquiat e Al Diaz ridisegnarono pareti e mura di downtown a New York (SAMO stava per same old shit). Basquiat è in piedi davanti alla scritta, sorride. “‘Boom for real’ significa diventare sfacciatamente famosi”, spiega al telefono la regista Sara Driver, che ha scelto Boom for Real: The Late Teenage Years of Jean-Michel Basquiat come titolo del documentario con cui racconta gli anni adolescenti dello sfacciatamente famoso artista americano.

“È un film che ho girato in quattro anni, il titolo l’ho deciso più o meno un anno dopo avere cominciato, e non credo avrei potuto trovarne di migliori”, continua Driver, che negli anni ottanta e novanta ha diretto un paio di lungometraggi visionari e belli ed è attiva nella scena artistica della downtown newyorchese già dagli anni in cui Basquiat si faceva conoscere come graffitista e suonava al Mudd Club insieme ai Gray, il gruppo fondato con gli amici Vincent Gallo, Michael Holman, Wayne Clifford, Nick Taylor e Shannon Dowson.

Driver all’epoca frequentava Jim Jarmusch (di cui è produttrice e compagna già dai tempi del primo lungometraggio di Jarmusch Permanent Vacation) e insieme a lui frequentava tutta una scena che, coincidendo per larga parte con quella di Basquiat, fa del film un singolare biopic semiautobiografico e di gruppo. Affollato di facce più o meno riconoscibili, suoni e meravigliose immagini di repertorio, Boom for Real restituisce con autenticità e molto sentimento le vibrazioni degli abitanti “quasi famosi” di una città e di un quartiere ancora parecchio lontani dal glam della downtown di oggi. ”

All’epoca New York era un posto pericolosissimo”, racconta sempre Driver, “nessuno ci voleva vivere. Downtown in particolare era una specie di zona di guerra. Ma proprio per questo c’era tra noi artisti e aspiranti tali un forte senso di comunità: ci sostenevamo a vicenda, eravamo sempre insieme, l’arte di ciascuno si alimentava di quella degli altri. Non esistevano computer né cellulari, per cui ci ritrovavamo ogni giorno negli stessi locali, dove cercavamo in tutti i modi di essere creativi”. Presentato all’ultima edizione del Toronto Film Festival e a luglio in anteprima italiana al Cortona Mix Festival, Boom for Real: The Late Teenage Years of Jean-Michel Basquiat sarà nelle sale italiane solo il 12 agosto, giorno del trentesimo anniversario della morte dell’artista, distribuito da Wanted e Feltrinelli Real Cinema.

Sempre il 12 agosto, alle 21.15 in prima visione su Sky Arte (canale 120, 400 e 106 di Sky), andrà in onda un altro imperdibile documentario prodotto e diretto da David Shulman per la BBC e dedicato sempre all’artista newyorchese. Questo secondo film si chiama Basquiat – Un ribelle a New York ed è il compagno perfetto di Boom for Real, raccontando di Basquiat gli anni che hanno preceduto e seguito l’adolescenza e il successo postumo.

A essere intervistati da Shulman sono le due sorelle minori dell’artista, Lisane e Jeanine, un piccolo esercito di ultra-celebri galleristi (da Larry Gagosian a Mary Boone a Bruno Bischofberger), gli amici più cari, le fidanzate e pochi altri artisti suoi contemporanei che nel decennio 78/88 hanno assistito alla vertiginosa e inarrestabile ascesa di Jean-Michel Basquiat nella scena dell’arte internazionale. “Per capire chi era Jean-Michel, il posto giusto dove guardare sono le sue opere”, dice la sorella Lisane, che nel film racconta dell’incidente che a sette anni lo costrinse a letto per molti mesi (mentre giocava in strada fu investito da un’auto). Tra i regali della madre di cui il piccolo Basquiat fece tesoro in quella lunga immobilità imposta, c’era il celebre manuale medico-chirurgico illustrato Anatomia del Gray, le cui tavole anni dopo avrebbero influenzato i suoi disegni e dipinti e da cui avrebbe preso il nome per la sua industrial art noise band Gray (le musiche dei Gray fanno da colonna sonora al film).

“Lo uso come fonte”, dice lo stesso Basquiat, giovane, luminoso e bellissimo parlando del manuale dell’anatomista Henry Gray in una delle preziose interviste di repertorio contenute nel documentario. Poi aggiunge che se disegna così spesso il corpo umano è semplicemente “perché mi piace”. Più avanti nel film, in un’altra intervista rilasciata quando già le sue opere erano esposte nelle gallerie e nelle collezioni di mezzo mondo, dice: “Non ho frequentato scuole d’arte, ho solo guardato roba, ho imparato guardando”. Con “roba” intendeva le opere dei grandi artisti esposte al Metropolitan Museum, dove a fine anni settanta lui e l’amico rapper, artista e filmmaker Fab 5 Freddy andavano sistematicamente tutti i mercoledì armati di matite e blocchi da disegno per guardare, studiare, disegnare e discutere di Caravaggio o Jackson Pollock. Lo chiamavano il loro “club del museo”, nato e rimasto di soli due membri.

Da lì in avanti la carriera di Basquiat sembra essere rimasta eternamente in ascesa. Nel 2017 un suo dipinto (un teschio) è stato battuto a un’asta da Sotheby’s per la cifra record di 110,5 milioni di dollari. Il suo primo quadro Basquiat lo aveva venduto (a Debbie Harry dei Blondie) per duecento dollari. All’epoca si era sentito abbastanza soddisfatto dell’affare, per festeggiare aveva portato la fidanzata a cena in un cinese su 2nd Avenue.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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